Vincenzo Vitiello e i castelli del sapere
Vincenzo Vitiello è stato uno dei pensatori più lucidi e appassionati dell’ultimo mezzo secolo: un filosofo inquieto, tremendamente esigente con sé e con i suoi interlocutori, generoso in maniera spiazzante. Ma è stato, prima di tutto, uno che dell’insegnamento ha fatto la misura del proprio gesto di pensiero; ovvero: un maestro. Per chi ebbe la ventura, come me, di essere studente negli anni in cui insegnò all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano – dopo una lunga carriera all’Università di Salerno – i suoi corsi restano un’esperienza indelebile. Lo rivedo lì, in un’aula gremita: in piedi, la voce profonda, l’eloquio elegante, mai fino in fondo soddisfatto del punto raggiunto. Proprio come accade a chi vede sorgere il proprio itinerario di pensiero nel momento stesso in cui ne traccia i contorni, come chi si instrada per una via che non sa dove possa condurlo. Del resto, «si diventa costruttori costruendo, e suonatori di cetra suonando la cetra» (Aristotele, Etica Nic, II 1103a) e lo stesso vale per il filosofare. Vitiello ci ha lasciato due settimane fa all’età di novant’anni, nella luce di una sera – come scrive il poeta – «che già un po’ s’insettembra».
La sua era una passione per lo sconfinamento, per i continui cambi di interessi, per autori sempre nuovi; proprio lui che, per una vita, si è interrogato sui limiti del pensiero, di quel pensiero che – lo ha ripetuto tante volte – ha, come suo limite costitutivo, il non potere conoscere il proprio limite. Così questionava continuamente lo statuto della propria posizione di filosofo, cercava altre voci, altri linguaggi, altre “grammatiche del pensiero” per poter dire ciò che, costantemente, di quella stessa esperienza di pensiero restava incoglibile al logos filosofico. Dalla letteratura alla teologia, dalla poesia al diritto, e poi ancora dall’arte ai testi classici, per tornare di nuovo sulle sue grandi passioni: Kant, Hegel, Aristotele, Platone, Heidegger, Nietzsche. E poi il “suo” Vico. Si definiva un alessandrino, e considerava quasi una regola aurea la risposta data una volta da Gadda all’accusa di “baroccaggine”: barocco è il mondo, non Gadda. Il che, per Vitiello, significava pure che di quella molteplicità senza più un principio unificatore, di quei significati disseminati, di quelle immagini infrante, l’esercizio filosofico avrebbe dovuto farsi doppiamente carico: “o si riesce a pensare tutto questo, oppure non ha nessun senso continuare a fare filosofia”.
Vitiello prendeva estremamente sul serio – forse come nulla di più al mondo – i suoi interlocutori, fossero colleghi filosofi, giovani studiosi o studenti. L’ho visto più volte riconsiderare le proprie posizioni su questo o quel tema, in seguito a un rilievo che gli avesse consentito – o lo avesse costretto – a vedere le cose altrimenti (diversi snodi dei suoi libri nacquero dal confronto con gli amici di una vita come Carlo Sini, Massimo Cacciari, Emanuele Severino, Biagio De Giovanni, Bruno Forte, Massimo Donà, Piero Coda, Felix Duque e molti altri). Che desse enorme valore alle discussioni, e alla filosofia fatta – come diceva lui – “ragionando insieme”, credo dipendesse anche da una passione viscerale per la polemica, che esercitava sistematicamente e con una serietà tanto solenne da apparire, a volte, persino artificiosa. Soprattutto quando ricorreva ai suoi giudizi iperbolici (il più celebre, forse: «Croce ha tradotto Hegel, ma non l’ha letto»). Chissà, probabilmente si trattava solo di un gioco per potersi smentire di nuovo. Ma c’era una grande dose d’ironia in tutto ciò, una maniera per sottrarre gli autori a qualsiasi esaltazione monumentale; come pure per sottrarvi se stesso e la sua posizione di maestro: “quando leggete un testo, consideratevi almeno un poco più intelligenti dell’autore che l’ha scritto”. E sorrideva.

Tra i suoi libri più celebri, c’è senza dubbio Topologia del moderno (1992), in cui presentò una mappatura della modernità attraverso lo sguardo ermeneutico e speculativo della sua prospettiva filosofica, appunto: la topologia. Nello spiegare che cosa fosse e in cosa consistesse, ricorreva spesso a un’immagine che – almeno di primo acchito – ostentava una certa grandiosità: «la topologia è come un castello». Chissà se l’idea gli fosse venuta leggendo il romanzo incompiuto di Kafka o guardando il Burg und Sonne (1928) di Paul Klee, con quell’affastellamento di case, tetti e guglie colorate; o magari Le Château des Pyrénées (1959) di René Magritte, saldamente poggiato sulla roccia come la casa del racconto evangelico, eppure tremendamente fluttuante nell’aria, come – ha spiegato tante volte Vitiello – l’intera metafisica occidentale. Probabilmente nessuno di questi, e tutti allo stesso tempo. Eppure, nell’apparente grandiosità di quell’immagine stava anche il suo rovescio: la topologia è sì un castello, ma un castello che non ha una consistenza propria, né una collocazione precisa. Un castello che si fa – come pure si dissolve – al cambiare dello sguardo che lo tratteggia.
In una conversazione di qualche anno fa, Vitiello spiegava infatti che «laddove il castello possiede stanze e corridoi, scale e piani già costruiti, la topologia è in continua costruzione o formazione. Essa è quel castello che i vari visitatori volta a volta si figurano. Lo stesso castello è infiniti castelli. Non c’è il castello in sé, il castello e quindi le prospettive da cui lo si osserva, visitandolo; ci sono soltanto le varie, mutevoli, spesso discordanti, prospettive del castello» (Topologia perché).
Di quel “castello di castelli”, Vitiello ci esortava a visitare non solo gli appartamenti signorili e le sale dei banchetti, ma anche le stanze della servitù, i pertugi mal illuminati e i ripostigli più nascosti. Era un’attitudine precisa la sua, una maniera di abitare i testi anche nei loro tratti più marginali e apparentemente irrilevanti. Perché in topologia, come scrive nelle pagine iniziali dell’opera, «ogni punto è centro – ed insieme periferia». Così «non esistono relazioni fisse, direzioni univoche, itinerari prestabiliti. Lo spazio è aperto ad ogni movimento. Distanze temporali e storiche possono rivelare più essenziali prossimità, e vicinanze cronologiche più profonde lontananze» (p. 8). Si trattava certo di una critica articolata e mossa contro ogni forma di visione ingenuamente storicistica della filosofia, contro l’idea di una tradizione o di un canone filosofico. Ma era anche un tentativo di sottrarsi alle secche di un’ermeneutica filosofica ridotta a mera interpretazione cumulativa – “conosciamo Aristotele meglio di quanto Aristotele conoscesse se stesso” – nella quale la storia degli effetti, e con essa le sue formulazioni contemporanee, finiva per reintrodurre il primato di un canone storico-cronologico. Al contrario, per lo sguardo topologico, Platone può apparirci più contemporaneo di Hegel, Plotino risponde a problemi già sollevati da Gentile, mentre Paolo e Heidegger hanno lo stesso problema di misurarsi con la perdita di senso della fatticità del mondo, per questo abitano lo stesso topos.

Oltre a tutto questo, la topologia era però anche un tentativo di declinare su piani differenti alcune delle istanze più urgenti del post-strutturalismo. Agli occhi di Vitiello era infatti del tutto chiaro – assai più che a un certo post-modernismo à la mode in quegli anni – che quei problemi esprimessero tensioni profonde non solo del proprio tempo, ma di un lungo contenzioso filosofico nel quale si agitavano tanto l’impossibilità del progetto fondativo kantiano quanto l’ombra della krisis husserliana. In Cristianesimo senza redenzione (1995) Vitiello portò quelle istanze al cuore del cristianesimo, incrociando la propria riflessione su religione, memoria e secolarizzazione con quella di Derrida che in quegli stessi anni, da altre prospettive, si interrogava su tematiche affini (ne è un esempio il numero dell’Annuario filosofico europeo del 1995 su La religione con Derrida, Vattimo, Trias, Ferraris e Vitiello). Ciò significava anche misurarsi e saggiare la profondità di quel nichilismo della morte di Dio (individuato, come ha scritto più volte Vitiello, ben prima di Nietzsche dallo stesso Hegel) inteso come il topos più proprio di Europa. Da qui nasce anche quell’insistenza “religiosa” (fatico – in Vitiello – a chiamarla propriamente “teologica”) che da Nietzsche e Dostoevskij, passando di nuovo per Hegel, lo avrebbe condotto a una lettura, oserei dire quasi ossessiva, di Paolo e del cristianesimo (ne avevo scritto qualche anno fa sempre su Doppiozero, discutendo il suo ultimo libro Nel silenzio del padre). Un’ossessione che muoveva – non più da Hegel – ma dalla lettura (ecco, di nuovo, un incontro!) della filosofa spagnola María Zambrano e della sua interrogazione sulle sorti del cristianesimo europeo. Partendo da Zambrano e dal suo «saber vivir en el fracaso», inteso come la cifra più propria dell’essere europeo, Vitiello cercava di ripensare la possibilità di abitare “Europa” in una maniera non più retta dal paradigma della potenza, ma da quello della “sottrazione”, del ridursi: non più l’essere-con della necessità, ma lo stare accanto del “possibile”. E qui tornava ancora l’intuizione vichiana che pensare significasse «minuere» (De Antiquissima), ridurre, sottrarre, togliere peso al pensiero, e quindi anche un sottrarsi, un fare spazio al mondo. Ma tornava pure – certo in maniera determinante – il Kant morale sul quale Vitiello ha scritto pagine di rara densità (uno degli ultimi lavori: Immanuel Kant. L’Architetto della Neuzeit. Dall’abisso della ragione il fondamento della morale e della religione, 2021).
Ma forse, più che dalla filosofia, l’esperienza di questa “assenza di peso”, di questa sottrazione, gli proveniva dall’arte e dalla poesia: le figure straziate di Bacon, quelle allungate di Giacometti, la parola scarnificata e fratta di Celan. Penso a un libro come I tempi della poesia. Ieri/oggi (2007) che si apre con alcuni versi dalla prima delle Elegie duinesi di Rilke, tante volte letti e commentati da Vitiello a lezione. Versi che segnano un punto essenziale in questa “carta topologica” del moderno, nel loro arresto sorpreso e straniato – «Certo è strano non abitare più sulla terra» – e nel dissolversi di relazioni, pesi e legami: «Strano / quel che era collegato da rapporto / vederlo fluttuare, sciolto nello spazio» (tr. it. di E. e I. De Portu, Einaudi 1978).
Vincenzo Vitiello ci ha insegnato a “fluttuare nello spazio”, senza porti né approdi sicuri. Con il solo ausilio di una curiosità smisurata e inquieta. E di una mappa da continuare a tracciare.