Sopravvivere alla Storia
Leggendo Altrimondi. Lezioni dal passato per sopravvivere alla Storia di Federico Campagna (Einaudi 2026) mi sono divertito a stilare una playlist dei brani e dei testi che quelle pagine hanno suscitato nella mia immaginazione. Si tratta di una pratica che faccio spesso, soprattutto negli ultimi tempi, che continua a colpirmi ogni volta per il carattere inatteso con cui si verifica. Questo gioco non risponde tanto a un bisogno di ricostruire o evidenziare le influenze e i debiti che un certo autore contrae e magari dissimula riguardo a mille altre espressioni culturali che lo hanno preceduto; men che meno per stilare improbabili graduatorie di originalità (su quanto poco appassionante sia ogni considerazione circa l’originalità di alcunché, vale sempre l’invocazione hölderliniana: «Platone santo, perdonaci! Abbiamo gravemente peccato contro di te»). Al contrario, la possibilità di abbandonarmi a questo gioco di rimandi e suggestioni a loro volta indotte da altre associazioni, mi dà l’illusione di percepire uno spazio condiviso – fosse pure del tutto fittizio – in cui sia ancora possibile pensare insieme ad altri. Così nella playlist del libro di Federico Campagna trovo al primo posto i suoni rarefatti dell’Atlantide di Battiato, che accompagna tutta la prima parte del libro, con quei mortali resi tali dall’incapacità di “sopportare persino la felicità”.
Come pure ritorna alla mia memoria l’immagine di edifici eterei e sontuosi delle Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar o le parole scambiate nella penombra di una fiammella dei Dialoghi con Leucò di Pavese. Certo, la cadenza di questa lista sarebbe, però, scandita dal Bach delle Variazioni Goldberg – senza ombra di dubbio nell’esecuzione di Glenn Gould; la ragione è facile: quella maniera di eseguire la partitura – ossessivamente fedele e, allo stesso tempo, eretica – somiglia molto all’andamento della scrittura di Federico Campagna: insieme apodittica e immaginifica, perentoria e però aperta alla possibilità di venire continuamente sovrascritta dalle immagini che essa stessa invoca. Il suo Altrimondi è il vorticoso viaggio dentro una vicenda lunga millenni, che sorge in quel bacino antico – topos geografico e, fin da subito, letterario – che da un tempo immemore chiamiamo “Mediterraneo”. L’insieme delle vicende che si dipanano nel libro si spinge ben oltre le distanze di mari e oceani, di terre e deserti. Una cifra comune segna, o – è il caso di dire – contrassegna, “marchia” i reietti, esclusi e senza patria di questa vicenda: la costante e disperata ricerca di un’oltranza. Una maniera per evadere dall’inesorabile crollo dei mondi che – a ogni piè spinto del libro – sono in procinto di implodere e disgregarsi. “Ogni grande civiltà mediterranea è crollata” – scrive Campagna – “trascinando quanti avevano fatto propri i suoi valori in una situazione descrivibile come «la fine del mondo»” (p. 9).
Di fronte a questa catastrofe, l’“immaginazione mediterranea” (l’espressione è di Campagna) è sempre stata in grado di concepire un “altrimenti” o un altrove in cui poter migrare e portare avanti la propria esistenza: producendo così nuovi mondi, nuove condotte di vita, nuove possibilità di fuga, fatte di ibridazioni, scambi, meticciati. È soprattutto una storia di disfatte, quella narrata da Campagna, una storia di sconfitte, ma che hanno consentito, il più delle volte, di riconfigurare in maniera inedita la realtà e il mondo circostante. Nessuna appartenenza identitaria o etnica, nessuna verità religiosa o filosofica, ci suggerisce questa lunga saga dell’“immaginazione mediterranea” vale tanto quanto la possibilità di continuare a vivere (prova ne sono stati – tra i molti – i conversos e i marrani di ogni epoca). Il ribaltamento dei fronti, il cambio di casacca, l’infingimento di chi assume la maschera del nemico per poi scoprire in essa nuove occasioni di avvenire diventano così la grande – e unica – possibilità di sopravvivenza. “Ogni volta che gli sconvolgimenti storici devastarono il loro mondo materiale o immateriale, molti sceglievano di migrare verso un «altrove» in cui la vita fosse di nuovo possibile. […] Invece di aggrapparsi ai valori di un mondo ormai allo stremo o di abbracciare le nuove idee delle potenze emergenti, osavano migrare verso il punto zero dell’immaginazione, dove idee e valori potevano essere nuovamente estratti nell’infinita virtualità del possibile” (p. 9). Ora Campagna “narra” questa abilità metamorfica dell’“immaginazione mediterranea” nel saper trovare inedite vie di fuga alla pressione sferzante del reale e Altrimondi ne indica le tappe, gli intrecci e le improbabili (talvolta, impossibili) configurazioni: inseguendo “le legioni di oscuri pensatori e sognatori che riuscirono a trasformare la propria condizione di marginalità in un’occasione per reinventare le strutture fondamentali della realtà” (pp. 73-74).
Una galassia vastissima di luoghi, personaggi, accadimenti, epoche e documenti che Campagna incastona all’interno di un grande affresco narrativo, impossibile da compendiare qui senza fare torto alla sua ricchezza interna e alla sua eterogeneità. Richiamo solo i titoli dei capitoli del libro, che somigliano più a tanti snodi trasformativi, a tante metamorfosi immaginifiche piuttosto che a vere e proprie periodizzazioni. Peraltro, l’andamento del libro è solo apparentemente cronologico, poiché l’intera vicenda potrebbe anche essere riletta a partire dalla fine o da un punto qualsiasi del percorso. Nell’ordine: Mortali, Stranieri, Cosmonauti, Traduttori, Traditori, Migranti. Solo alcuni cenni: se quell’imponente operazione traduttiva che fu il Medioevo travolse di volta in volta gli steccati culturali e comunitari di quanti ne furono gli artefici, il “buon uso del tradimento” nella prima modernità di quanti cambiarono fede, appartenenza politica o nazionale – avendo una concezione molto flessibile dei confini, quando non un totale disvalore – ci traghetta fino al collasso dell’Impero Ottomano. Ma è forse l’ombra di Alessandro che si staglia dalle pagine del secondo capitolo (Stranieri, dedicato all’ellenismo) a costituire l’immagine, oserei dire, paradigmatica del libro.

Figura “mostruosa” quella di Alessandro, conquistatore famelico che piegò la Persia e comandò su uno dei più grandi imperi mai visti e, insieme, lo rappresenta Campagna, straniero tra le sue stesse genti: «dopo aver sconfitto l’imperatore persiano, Alessandro aveva iniziato a indossare le sue stesse vesti regali e a comportarsi come lui. Pretendeva che i suoi sudditi, compresi i suoi amici più intimi, si prostrassero davanti al trono baciando la terra, come in presenza di un dio. Per i greci e per i macedoni, Alessandro era diventato un persiano» (p. 72). Per i persiani, era e restò il conquistatore greco. Così, continua Campagna, all’apice della propria glorificazione terrena, Alessandro si sciolse nella voce del canto, divenendo una maschera, un topos letterario, “un personaggio, cantato alla vita dalle Muse” (p. 71), “una maschera disponibile per chiunque sapesse indossarla” (p. 80). Mentre il suo impero si disgregò, la sua saga trovò casa negli immaginari di tutte le popolazioni che avevano incontrato – anche tragicamente – la sua figura.
Se l’ellenismo visse all’interno di questa grande epopea epico-letteraria, Campagna inizia il racconto dell’età contemporanea comincia da due scrittori: Joseph Roth e Stephan Zweig, ai quali l’autore dedica pagine stupende. L’uno morto suicida, l’altro consumato dal suo etilismo diventano l’approdo nostalgico del lungo percorso dell’immaginazione mediterranea (loro, austro-ungarici!), in quanto quella nostalgia, “esuli di un mondo perduto e migranti nel tempo, confermava dunque l’intuizione mediterranea che molti mondi esistano simultaneamente – e che quello socialmente dominante in una data epoca storica non sia in alcun mondo più reale degli altri, radicati invece nell’immaterialità del sogno” (p. 283). Il paradigma letterario non è però solo il punto d’approdo di Altrimondi, ma ne costituisce anche l’ossatura stilistica. Campagna è, prima di tutto, un filosofo che affida la propria riflessione a una saggistica dall’impronta fortemente narrativa, della quale, in brevi ma puntuali cenni all’interno del libro, fornisce anche i contorni metodologici. Meno netta è invece l’indicazione della chiave che accompagna il libro: che cos’è in fondo questa “immaginazione mediterranea”? È una categoria ermeneutica, un paradigma interpretativo, una nozione plastica che funge da lente per leggere il passato e – inevitabilmente – il presente? Si potrebbe rispondere positivamente, e tuttavia sarebbe limitato ridurla solo a questo, in quanto quell’immaginazione “creatrice” si estende di continuo in largo e in lungo per il libro, facendo – a tratti – sospettare che possa rappresentare quasi una “peculiarità”, una caratteristica unica ed esclusiva appartenente a specifiche culture e popoli.
Non fosse che per tutto il libro Campagna ci mostri come questa immaginazione mini e faccia cortocircuitare – con buona pace di ogni tentazione naturalizzante o spiritualizzante – la possibilità di ogni essenzialismo (antico e nuovo). E dunque? Mi pare proprio su questo punto che l’operazione filosofica di Altrimondi ci rivela il suo volto più urgente: qual è il luogo della narrazione in questo tempo? Che cosa ne sostanzia ancora la presenza nei nostri immaginari culturali al punto, come sembra indicare Campagna, da essere l’unica via di fuga reale per il nostro tempo? Perché Campagna lo ribadisce nelle ultime pagine del libro, quando il motivo conduttore – l’immaginazione mediterranea, appunto – diventa anche “tradizione mediterranea”, retaggio delle voci degli sconfitti e dei morti di cui questa stessa narrazione ci fa portatori nell’affidarci le loro storie. Dicevo: Campagna lo dice a chiare lettere: i miti insegnano «a non guardare mai indietro alla fine della storia» (p. 309), a non voltarsi indietro, mai.
Così mi viene in mente un altro titolo da aggiungere alla mia playlist di Altrimondi, che mi pare restituisca il senso di questa uscita al mondo in maniera così prossima, quasi intima con il libro di Campagna: Passavamo sulla terra leggeri di Sergio Atzeni. Nonostante tutto, è proprio questa la cifra vitale di questa immaginazione: passare sulla terra con leggerezza. Verso altri-mondi che sono, prima di tutto, questo, l’unico che sapremo ancora reinventare.