L'ascolto di Luisa Muraro

23 Giugno 2026

Diceva che lei andava in Internet come sua madre andava a Monte Berico. Ogni due mesi, a Vicenza, la madre annunciava che doveva salire al santuario, quella chiesa barocca sul colle dove c’è una Madonna grande che apre le braccia e sotto il manto si rifugia la città intera. Un divertimento autorizzato delle donne, lo chiamava Luisa Muraro, e insieme il resto di una religione molto più vecchia del cristianesimo. Di sé raccontava la stessa cosa, con uno spostamento: ogni tanto vado in Internet. Solo che, aggiungeva subito, non è l’Internet nella sua generalità, è il sito della Libreria delle donne.

In questa immagine a ben vedere c’è quasi tutto. C’è la madre e una genealogia di donne che passa per la madre. C’è il sacro fatto scendere nella cosa quotidiana, il pellegrinaggio che diventa un giro in rete. C’è soprattutto il rifiuto del generico. Era questo, in fondo, il suo modo di pensare. Mai l’idea per l’idea, mai la categoria astratta, sempre questa cosa qui, questa persona, questo posto, questo libro. La filosofia, per lei, non era il pensiero che si fonda da sé, da una tabula rasa, ma un pensiero che sa di essere nato, che viene al mondo da un’altra, come noi.

Luisa Muraro è morta a Milano il 13 giugno, alla vigilia degli ottantasei anni: era nata a Montecchio Maggiore il 14 giugno del 1940 e ha smesso di vivere il giorno prima del suo compleanno, una di quelle ironie della sorte che avrebbe apprezzato. Con lei viene meno una delle grandi pensatrici del Novecento e di questo inizio di secolo. Pensatrice, non solo pensatrice femminista, perché il suo femminismo non ha aggiunto un capitolo sulle donne alla filosofia, ha spostato il luogo da cui si pensa, mettendo al centro la differenza sessuale e con essa l’esperienza, la relazione, la lingua materna, l’autorità femminile. In piena pandemia aveva smesso di dire andare avanti, parola del resistere, della tenacia, in fondo delle magnifiche sorti e progressive, e lei, che leggeva Leopardi come un grande pensatore, non ci credeva. Preferiva andare più a fondo nel presente.

Per capire da dove le venisse, conviene andare alla cucina di quando era bambina. Tra il ‘45 e il ‘46 tornavano gli uomini dai campi di lavoro forzato. Lei si ricordava di uno che era arrivato con un pezzo di pane conservato come una reliquia. Aveva bisogno di raccontare, di essere ascoltato e stava lì in mezzo a loro bambini stupefatti con quel pezzo di pane in mano, mentre la madre doveva sbrigare i suoi lavori e lo ascoltava educatamente, e poi lo compativa. Parola ambigua, diceva lei. Quell’uomo non è stato ascoltato come avrebbe meritato. La storia, in quello che aveva di stonato, le si è impressa proprio come una mancanza di ascolto. E tutto il suo lavoro, poi, è stato un tentativo di tendere l’orecchio a chi non è stato sentito.

Quando, anni dopo, nei gruppi di autocoscienza le donne presero a parlare e a ricevere attenzione le une dalle altre, lei riconobbe una pratica: una raccontava una cosa dolorosa, le altre ascoltavano e quella vicenda che pareva cancellata tornava a risuonare nell’ascolto. È lì che ha capito di non essere interessata alle parole che sostituiscono la realtà e ha imparato a ricercare quelle che permettono di avvicinarla: a interrogare continuamente il luogo da cui parliamo, a partire da sé e dalla propria esperienza, a cercare parole fedeli a ciò che si vive senza farsi trovare là dove il linguaggio dominante ci vorrebbe; a diffidare delle astrazioni che si allontanano dalla vita e a riconoscere che il pensiero nasce nelle relazioni, nelle pratiche, nell’esperienza condivisa.

Da questa pratica è nato, nel 1976, il suo libro La Signora del gioco sulla caccia alle streghe. Ha preso gli atti dei processi, le trascrizioni delle testimonianze e si è messa a cercare le voci delle donne: da quelle carte veniva fuori che non erano solo vittime inerti. Luisa Muraro ha restituito la voce a chi una voce ce l’aveva avuta. È il massimo di fecondità, diceva, perché la pratica politica non le dava i contenuti ma il modo di procedere nella ricerca.

La Libreria delle donne di Milano, che ha contribuito a fondare nel 1975 insieme a Lia Cigarini e altre, è prima di tutto un luogo fisico e Luisa Muraro è stata la prima libraia, supplente, in attesa che ne arrivasse un’altra. Ha tirato su lei la saracinesca, la cler come la chiamano a Milano, perché altrimenti, prese com’erano dalle loro discussioni appassionate, non l’avrebbero aperta mai: a un certo punto bisognava pur cominciare. La Libreria è stata per lei anche un guadagno personale. Da giovane, in una tensione di emancipazione di cui era appena consapevole, leggeva soprattutto uomini. Ricorda di avere avuto in mano Orgoglio e pregiudizio e di averlo scartato perché scritto da una donna. È stato rifornendo gli scaffali della Libreria che le si è aperto il vasto panorama della letteratura femminile e Lia Cigarini fece per lei quello che la professoressa di scuola non aveva fatto, le disse che Jane Austen era una grandissima scrittrice.

Con l’università il rapporto è stato di lunga, lucida distanza. Avrebbe potuto fare carriera (il suo professore della Cattolica, Bontadini, la difese in pieno Senato accademico quando, dopo le occupazioni, gli altri volevano liberarsene) e invece è rimasta ricercatrice tutta la vita. Qualcuna trovava scandaloso che Luisa Muraro non fosse ordinaria; qualcun’altra ci vedeva un segno tangibile della differenza tra autorità e potere. Lei la metteva più semplice. Diceva: amo Diotima, la comunità filosofica femminile che aveva fondato nel 1983 con Chiara Zamboni e altre, amo gli studenti e le studentesse che mi vengono affidati, amo lo studio, amo la ricerca; ma l’istituzione accademica non la tengo in simpatia.

Le lettrici, per lei, erano la condizione stessa dell’esistere di un libro e forse della sopravvivenza di chi lo scrive. Non penso indipendentemente dalla scrittura, diceva: le intuizioni venivano prima, luminose, intense, ma è scrivendo che il pensiero si articola. Era un bisogno quasi fisiologico e lei era una che scriveva sempre. Un’altra parte importante del suo rapporto con la scrittura era aiutare le altre a dire meglio, a tirar fuori una cosa che sentivano importante e non riuscivano a esprimere. E molte ne hanno beneficiato, io per prima. Sognava una scuola di scrittura e l’ha fatta davvero: dal 2007 fino al Covid che l’ha interrotta nel 2020, ha tenuto con Clara Jourdan una Scuola di scrittura pensante, perché meglio si scrive e meglio si pensa e perché quello che si dice sia vero e possa interessare anche altri. Scrivere come obbedienza alla lingua, conoscenza di sé e presenza al mondo, le tre cose in circolo. Era il suo dono e la sua pratica: il lavoro per la dicibilità, perché quello che è sia dicibile.

j

La differenza sessuale, innanzi tutto. Che non è la diversità tra uomini e donne, ripeteva contro l’equivoco più diffuso. La differenza non è “tra”, è “in”: quando una dice sono una donna, la differenza è in lei. Non un’identità stabile né un ruolo sociale, ma un orizzonte infinito che si apre. E poi il partire da sé, l’autorità, l’affidamento. Sono parole che, dette così, possono sembrare teoria, ma vengono da pratiche e relazioni in prima persona da cui nasce un cambiamento. Partire da sé non vuol dire raccontarsi ma prendere sul serio il punto da cui si parla, senza fingersi neutri. Autorità non è il potere di una sull’altra, ma l’accadere di una parola che, riconosciuta, aumenta la libertà di chi l’ascolta. Affidamento è il contrario di rivalità, è riconoscere all’altra qualcosa che a te manca e farne appoggio per andare più lontano. Era il modo in cui, diceva, lei stessa funzionava, e qui bisogna fare il nome di Lia Cigarini, con cui è stata in relazione un’intera vita: da quella relazione molto di ciò che ha pensato e scritto ha preso forma.

Nel 1981 è uscito Maglia o uncinetto, uno dei libri che in Italia aprono la strada al pensiero della differenza sessuale. Al centro c’è la distinzione tra due modi del linguaggio: l’ordine metaforico, la sostituzione, l’astrazione, la parola che prende il posto della cosa e l’ordine metonimico, la contiguità, la parola che resta accanto al corpo e all’esperienza da cui nasce. Luisa Muraro intuisce quello che sarebbe diventato evidente molto più tardi, un regime in cui l’esperienza si rarefà e si lascia codificare in significati dati come norma. Contro questo, restituisce alla materia la capacità di produrre simbolico: un pensiero materialista, non essenzialista, che parte dall’essere-avere un corpo e fa parlare i corpi al posto delle parole precostituite, i non competenti al posto degli esperti.

Da questa radice viene L’ordine simbolico della madre del 1991, il libro per cui è più conosciuta e anche il più frainteso. La lingua con cui ci si aprono le cose del mondo la impariamo dalla madre, nella relazione che tiene insieme corpo e parole, mutezza ed esperienza parlante. Riconoscere a quella relazione un’autorità, mettere la gratitudine al posto dell’avversione verso la madre e verso le altre donne che ne continuano l’opera è ciò che rende dicibile l’esperienza femminile, altrimenti piegata alla norma maschile. C’è infatti un’esperienza, più delle donne che degli uomini, di non ritrovarsi nel mondo che la lingua data rende dicibile, come se in quel passaggio dalla mutezza alla parola si perdesse qualcosa, un sentire, un desiderare di cui la lingua non tiene conto. Molte e molti hanno letto il libro come la riproposta del modello materno e delle sue qualità. È il contrario: non un ordine parallelo a quello del padre, verticale come quello, ma la contiguità tra corpo e linguaggio, già pensata in Maglia o uncinetto, portata dentro la relazione con la madre, dove taglia l’astrazione della legge del padre invece di imitarla. A Luisa Muraro importava più di tutto la genealogia femminile che il libro costruiva, forte proprio perché sa contrattare con la madre e con le altre donne dentro le disparità e i conflitti. Lo considerava una scommessa non vinta, un libro che chiedeva a chi legge di entrare nel gioco e di prenderne su di sé anche la parte non riuscita, la parte a lei stessa oscura. Molte donne quella scommessa l’hanno raccolta; altre no, soprattutto fra le pensatrici di professione, e lei non se ne stupiva.

Negli anni Novanta arriva la svolta che lei stessa ha chiamato definitiva: la mistica femminile medievale, Margherita Porete, bruciata come eretica nel 1310 insieme al suo libro, Lo Specchio delle anime semplici. Lì la libertà femminile diventa, dice, apertura d’infinito. E lì trova una frase che ha continuato a citare. L’Anima chiede a Dama Amore la capacità divina di amare, Amore le risponde ogni volta che non può, e a un certo punto l’Anima capisce: mon manque est mon mieux. Ciò che mi manca è il mio meglio. È la consapevolezza di essere in difetto non come miseria ma come un di più, un non essere che chiama essere e quindi riceve continuamente essere. È la stessa intuizione che da qui in avanti attraversa tutto il suo pensiero, la formula del “c’è altro”: il senso dell’incompiutezza di ogni impresa umana, da salvaguardare senza cadere nella disperazione. E una mezza regola pratica, di quelle che lei dava come orientamento: quando ti viene da dire “io”, prova a pensare “noi”; e quando ti viene da dire “noi”, ricordati che c’è altro.

Della politica ha avuto un’idea precisa e non era quella dei partiti. Non è mai stata iscritta a nessuno, e quando interveniva lo faceva con i suoi mezzi, spesso da donna a donna. Alla fine del 2020, in piena crisi di governo, scrive una lettera aperta a due ministre, Teresa Bellanova ed Elena Bonetti, che Matteo Renzi minacciava di ritirare dal governo come fossero sue pedine. Luisa Muraro non entra negli schieramenti, non difende un partito contro un altro, si rivolge alle due donne e chiede loro una cosa sola, di non prestarsi alle manovre di potere, di non lasciare che sia un altro a parlare e a decidere per loro. Di mirare, piuttosto, alla libertà femminile e al bene comune. È tutta qui la distinzione che le stava a cuore: tra una politica che mira al potere e una che mira alla libertà, una politica fatta al livello del simbolico, quali che siano le condizioni date. Ha portato questa idea fino a Sana’a (1999), in Yemen, davanti a donne arabe e islamiche che hanno sentito subito come non stesse proponendo l’emancipazione all’occidentale, ma di inventare libertà a partire dalle circostanze concrete. E l’ha detta a Naomi Klein, venuta in Libreria nel 2001: se vai solo sulla giustizia sociale non porti gli esseri umani al dunque, perché viene prima un bisogno di significarsi, di esistenza simbolica. Per questo amava ripetere che alla politica si può chiedere la felicità, una globalizzazione delle possibilità di essere felici, scriveva ai tempi di Genova. Non era un’attivista e ci teneva alla distinzione, era una che faceva filosofia ovunque si trovasse, in aula a Verona come a cena con le amiche.

E di cene ne abbiamo fatte tante. Pensava a voce alta, a un tavolo, con il cibo davanti, nello scambio con chi era presente. Ma non amava i contesti ingessati, i complimenti di circostanza, le convenzioni in cui non c’era posto per la verità. In quei casi poteva anche attaccare lite e lasciare che il dissenso venisse allo scoperto, perché per lei era pur sempre un modo di comunicare affettivamente.
In un suo articolo del 22 marzo 2008 che il manifesto ha ripubblicato il 14 giugno all’indomani della morte, nel giorno del suo compleanno, Luisa Muraro guardava una fotografia del maggio francese: una giovane donna in mezzo a una fila di uomini in divisa, il braccio alzato e in cima, tra tre dita, un fiore bianco che sta al posto di una bandiera. Da quell’immagine tirava fuori una sua convinzione: che il credito del cambiamento, in quegli anni, sia andato a noi donne, e che la rivoluzione femminile sia, aggiungo, l’unica davvero riuscita.
Lei aveva smesso di dire andare avanti, preferiva andare più a fondo nel presente. Ora che non c’è più, il presente non è il residuo di quello che abbiamo perduto, ma il luogo in cui ciò che ci ha dato continua a operare. Resta a chi l’ha letta, ascoltata, incontrata, continuare a tenere alzato quel braccio con il fiore in mano, la parola che viene dall’esperienza. E resta la gratitudine per averci lasciato di che farlo.

In copertina, Luisa Muraro, Wikimedia Commons.

Da quest’anno tutte le donazioni a favore di doppiozero sono deducibili o detraibili. SOSTIENI DOPPIOZERO (e clicca qui per saperne di più).
TAGGED: Luisa Muraro