Fulvio Carmagnola e la lotta con le immagini

19 Maggio 2026

Dopo che un intellettuale importante ci ha lasciati, ci sentiamo più poveri. Poveri sul piano culturale, perché sentiamo che ci arrivano meno idee in grado d’illuminare il nostro presente sempre più incomprensibile. Fulvio Carmagnola è scomparso da pochissimo, ma presto sentiremo la mancanza delle sue illuminanti idee. Come quando, venticinque anni fa, è arrivato l’attentato dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle di New York e le immagini dei due Boeing che si infilavano nelle torri avevano generato un profondo choc in America e in tutto l’Occidente. Carmagnola, però, osservava che questo attentato evidenziava come fosse arrivata una nuova fase nel rapporto tra i media e la realtà, una fase nella quale era sempre meno possibile operare una distinzione tra queste due dimensioni. Scriveva in un articolo pubblicato sulla rivista Link («It’s hard to be down when you’re up». Lasciare aperto lo spazio pacifico delle merci e del consumo) che, con la tragedia dell’11 settembre, «Un immaginario catastrofico – la cui presenza era diventata consueta nella letteratura, nel cinema e nei media in generale, e funzionava probabilmente come una sorta di deterrente catartico, di messa a distanza – è collassato invadendo l’ordine del reale, un reale a sua volta già definitivamente messo in loop con l’immaginario mediatico». Le immagini profondamente reali dei due Boeing che si infilavano nelle torri, cioè, possedevano una tale forza visiva che sembravano tratte di peso da una fiction hollywoodiana.

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Questo è solo un esempio. Le idee di Carmagnola che hanno illuminato negli scorsi decenni la nostra esistenza sono diverse. Servirebbe almeno una monografia per considerarle tutte. Qui non ci potremo limitare che a brevi cenni, con la speranza che qualcuno vorrà assumersi in futuro questo importante compito. Le idee più significative di Carmagnola sono numerose perché l’orizzonte della ricerca di questo studioso era particolarmente ampio e spaziava dalla filosofia all’antropologia, dalla semiotica alla psicanalisi, dall’arte alla sociologia. Tecnicamente, Carmagnola era un filosofo che si occupava di estetica, ma non si trattava del solito filosofo dedito alla speculazione astratta. Si potrebbe dire che la filosofia da lui praticata fosse una “filosofia applicata”. Il che non vuol dire che fosse pragmatica, che venisse cioè “banalizzata” attraverso una sua applicazione concreta. Era applicata perché Carmagnola cercava di utilizzarla per raggiungere il suo obiettivo primario: comprendere la realtà sociale contemporanea. Per questo non aveva paura di affrontare gli aspetti centrali di tale realtà e pertanto di “guardare negli occhi il mostro”.

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Dunque, il principale argomento che ha affrontato è “il tema dei temi”: il capitalismo. O meglio, le trasformazioni del capitalismo contemporaneo. Ad esempio, Carmagnola ha efficacemente mostrato nel volume Il consumo delle immagini (Bruno Mondadori) come l’attività economica sia sempre più imperniata sulla comunicazione mediale. Il sistema delle imprese, pertanto, si appropria in misura crescente delle forme culturali elaborate da parte della società e le impiega per produrre valore economico. Ma, parallelamente, i simboli che vengono di solito impiegati dagli individui per comunicare tendono sempre più a perdere la loro capacità di svolgere la tradizionale funzione comunicativa. Ogni simbolo, infatti, «Perde la funzione di indicare, di fare cenno a un significato, a un valore riconoscibile. La sua funzione di rappresentanza diventa opaca, intransitiva o indifferente, indiscernibile». Il che produce inevitabilmente una situazione di crisi per quanto riguarda il funzionamento del sistema sociale.

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Si sarà a questo punto capito che Carmagnola adottava una visione fortemente critica rispetto al presente. Cercava cioè costantemente di mettere in evidenza i principali aspetti problematici delle società contemporanee. Già nel suo primo lavoro importante – La visibilità (Guerini e Associati), uscito nel 1989 – sosteneva la tesi che oggi tutto è visibile e per gli esseri umani non esiste più alcuna possibilità di scampo: «Viviamo nell’epoca della compiuta visibilità […] della disponibilità completa delle informazioni, delle comunicazioni e delle merci». Dunque, per lui qualsiasi sforzo di fermare o rallentare il crescente predominio sociale delle immagini e della comunicazione delle merci doveva essere considerato un tentativo inutile.

Carmagnola non era però un “apocalittico”. Non a caso tra i vari maestri del pensiero che sono stati dei suoi “compagni di viaggio” importanti spicca Walter Benjamin, il quale a suo avviso aveva mostrato la possibilità di affrontare la potenza comunicativa delle immagini sostituendo la tradizionale prospettiva critica con un metodo “dialettico”. Per Benjamin, cioè, un attento lavoro di selezione e accumulo di materiali espressivi poteva far emergere dalle immagini un punto di discontinuità, «una temporalità che ha la natura della connessione istantanea di senso, un bagliore» (Carmagnola, Abbagliati e confusi, Christian Marinotti). Un riferimento, cioè, dotato della capacità di fare diventare l’individuo pienamente consapevole di sé e dunque in grado di far fronte alle numerose immagini che lo sommergono nella cultura mediatica contemporanea.

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Carmagnola, infatti, soprattutto nel volume La triste scienza (Meltemi), pensava che Benjamin fosse un autore che aveva avuto la capacità di portare alle sue estreme conseguenze la teoria marxiana del feticismo. La merce, cioè, per Benjamin, conteneva al suo interno la felicità tipica dell’infanzia, il gioco e la dimensione onirica e grazie a questi elementi poteva compiere un’operazione di trasfigurazione della realtà che le consentiva anche di mostrare il suo funzionamento economico. Perciò, per Benjamin, il luogo dell’alterità non era collocato, come per Marx, al di fuori della merce, né al di fuori del sistema capitalistico, ma era interno alle pratiche di consumo degli individui.

Oltre al capitalismo, Carmagnola ha affrontato anche altri aspetti centrali della realtà sociale contemporanea. Si è occupato, ad esempio, del potente fascino che alcune merci esercitano su di noi, in particolare nel libro Merci di culto (Castelvecchi), scritto insieme a Mauro Ferraresi, oppure di film che hanno avuto un impatto particolarmente rilevante sul piano culturale come la trilogia di Matrix. Ma per lui è stato particolarmente rilevante soprattutto un tema come l’immaginario collettivo. Perciò, ha trattato anche personaggi che hanno avuto un ruolo significativo al suo interno, come ad esempio l’influencer Chiara Ferragni. In uno dei diversi articoli che ha scritto per Doppiozero, affermava: «Qualcosa di importante forse lo possiamo trovare rileggendo un vecchio libro di Pierre Klossowski dal titolo enigmatico, La moneta vivente. Chi è la moneta vivente? Chiara, oltre che funzionario di questa economia, potrebbe anche essere il suo equivalente generale che “rende tutte le cose commensurabili”? Anticipo. All’inizio degli anni Settanta, proprio mentre Nixon decideva di abolire la convertibilità del dollaro in oro sganciandone il riferimento a un “valore” realmente esistente da qualche parte (il Fort Knox di 007 Goldfinger) Pierre Klossowski immaginava un’economia perversa dove la misura del valore diventerebbe del tutto arbitraria. Il prezzo a sua volta sarebbe misura non del valore della merce, ma del fantasmatico godimento promesso, “simulacro” di valore per un uso che non avrebbe più nulla a che vedere con il bisogno. E non siamo proprio lì, adesso?».

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E chi è stato più rilevante di Silvio Berlusconi nell’immaginario collettivo per un pezzo consistente della storia d’Italia? Carmagnola, infatti, ha scritto insieme a Matteo Bonazzi Il fantasma della libertà (Mimesis), un libro di dimensioni contenute ma molto denso nel quale ha sostenuto la tesi che con la sua attività Berlusconi abbia legittimato il godimento, vale a dire ciò che nel vecchio sistema di potere non si poteva nemmeno pronunciare. Invece, dopo di lui, quello che succede è che «il potere desidera essere visto mentre trasgredisce».

Lasciatemi adesso ritagliare un piccolo spazio per un ricordo personale. Nel mio recente libro I favolosi Ottanta (DeriveApprodi), tra i var iincontri che ho narrato, ce n'è uno su Carmagnola, conosciuto da poco. Ho scritto tra l’altro che in quel periodo: «era instancabile. Sempre in movimento per la grande Milano con la sua vecchia bicicletta a rincorrere impegni di lavoro o eventi culturali di vario genere. A volte andavamo al cinema insieme e lui teneva sempre nella tasca della giacca un taccuino nero dove, quando uscivamo, segnava freneticamente le sue riflessioni sulla pellicola appena vista». Un mese fa, la sua compagna Jole ha letto a Carmagnola, già gravemente ammalato, queste righe e mi ha riferito che lui si era assai divertito. Perché era anche dotato di ironia e autoironia. Una merce rara di questi tempi.

In copertina, Fulvio Carmagnola (fotografia © Exibart)

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