La letteratura del lutto
Negli ultimi anni la cosiddetta Death o Grief Tech si è talmente evoluta da diventare un mercato dal valore illimitato, il quale supera addirittura i trenta miliardi di dollari. Quando si parla di Death o Grief Tech si intende, in linea generale, l’insieme delle innovazioni tecnologiche con cui si cerca di intercettare e, quindi, cambiare il modo umano di affrontare il lutto. In particolare, negli ultimi anni stiamo discutendo a livello internazionale sui “thanabots” o “griefbots”, vale a dire le riproduzioni artificiali dei morti. L’intelligenza artificiale rielabora, cioè, tutti i dati condivisi online dal singolo individuo nel corso della sua vita, testi scritti, immagini fotografiche e video, così da creare un avatar o un ologramma che lo sostituisca una volta sopraggiunta la morte. In altre parole, la Death o Grief Tech si sta impegnando ad escogitare strumenti innovativi che offrano ai dolenti la durata ad libitum del rapporto con i propri cari defunti. Tali strumenti dovrebbe permettere, cioè, un dialogo attivo tra i vivi e i morti. Ci sono società americane che addirittura sostengono che queste innovazioni un giorno renderanno obsoleto il lutto. Ora, non è mia intenzione riprendere qui il tema della cosiddetta “immortalità digitale”. Mi interessa semmai prendere spunto da un desiderio tanto estremo quanto illusorio, come quello di eliminare tecnologicamente il lutto, per evidenziare un dato di fatto, su cui tutti quanti concordiamo: il lutto rappresenta una delle esperienze più dolorose in assoluto nel corso della vita. Dagli albori dei tempi gli esseri umani studiano il modo per attutirne l’impatto, per limitare quindi la distanza irrecuperabile che viene a crearsi in seguito alla morte di un proprio caro.
Luca Chiurchiù, ricercatore post doc all’Università F. Palacky di Olomouc, ha scritto un libro – Tropici del dolore. Uno studio sulla narrativa contemporanea e il lutto, edito da Viella nel 2026 – in cui in poco più di duecento pagine mostra le molteplici conseguenze del lutto sulla creatività umana, sul bisogno umano di raccontare e inventare storie con le quali esplicitare, enfatizzare e, a volte, nascondere la sofferenza lancinante provocata dal distacco. La sua ricerca è, al tempo stesso, meticolosa e delicata. La relazione tra la narrativa contemporanea e il lutto, al centro di questo testo, parte da un’immagine piuttosto suggestiva: appunto, i tropici del dolore. Chiurchiù la prende in prestito da Julian Barnes, il quale l’ha usata per affermare che il lutto “lo può capire solo chi l’ha sperimentato per davvero, chi lo ha attraversato” (p. 12). I tropici, ci spiega lo studioso, “sono quelle linee immaginarie che al loro interno comprendono l’equatore, il parallelo originario; in latitudine: il grado zero. E un grado zero, il grado zero della perdita e quindi della rappresentazione” (p. 13). I tropici, più nel dettaglio, alludono contemporaneamente alla permanenza in un luogo e al passaggio. Il lutto, infatti, ci colloca innanzitutto dentro un orizzonte spazio-temporale dolorosamente inedito, quello della separazione e del distacco, della mancanza e dell’assenza. All’interno dei suoi oscuri cunicoli rimaniamo subito paralizzati per poi progressivamente muoverci, trasformarci, mutarci in senso multidirezionale. A un beneaugurante passo in avanti corrisponde, il più delle volte, uno all’indietro. La mancanza, infatti, ci fa sbandare, dunque retrocedere quando meno ce lo aspettiamo. La mancanza si materializza spettralmente quando sembra che il nostro sguardo sia oramai proteso in avanti. Questo suo improvviso ripiombare dinanzi a noi soffoca e opprime tutte le vie che ci siamo lentamente e dolorosamente aperti, costringendoci a ricominciare daccapo. “Il lutto è una ferita dalla difficile rimarginazione, che non smette di sanguinare e che certo può riaprirsi o essere riaperta di proposito, proprio come una vecchia casa” (p. 106). Il lutto, volenti o nolenti, comporta continue e costanti trasformazioni del nostro modo di vivere, di nutrire l’identità personale, di curare le emozioni e i sentimenti. L’autore, a tal proposito, sostiene che quella che viviamo non è tanto
“una sosta in un luogo oscuro, una specie di impaludamento dell’anima, il dolore del cordoglio potrebbe essere paragonato allo sconfinamento di una linea invisibile, eppure realissima. All’entrata in una zona piuttosto estesa, in cui di volta in volta ci riposizioniamo, e quasi mai secondo nostra volontà. Arretriamo, procediamo, e poi arretriamo ancora, fino a che, ma solo se siamo fortunati, senza capire esattamente come, un giorno ci ritroviamo di nuovo fuori di essa, mentre navighiamo in acque più quiete, in mari meno estremi. Ecco: il lutto come quella zona delimitata dai tropici del dolore” (p. 12).

A partire, dunque, da questa suggestione il libro si articola in quattro capitoli che esplicitamente non pretendono completezza. Ciascuno intende limitarsi a mostrare l’impatto che la privazione dell’amato ha sul nostro bisogno di esprimerci in pubblico, di raccontarci e di scendere a patti con l’assenza. L’intrinseco fascino di questo studio, a mio avviso, sta nel fatto che il lettore non necessariamente è costretto a seguire il suo percorso dall’inizio alla fine. L’indice e la divisione in capitoli rappresentano una base: ognuno di noi, poi, può decidere quale strada scegliere, quali tipi di narrazione del lutto privilegiare. Ho avuto l’impressione, fin dalle prime pagine, di avere tra le mani un libro implicitamente anarchico, il quale ci permette di farci un’idea delle metafore, delle suggestioni e dei simboli donatici dalla letteratura internazionale e nazionale per descrivere lo stato d’animo di chi si sente privato di colpo dell’amore dell’altro. Un filo rosso di Tropici del dolore può essere tuttavia colto nelle seguenti parole dell’autore: “Ogni lutto, nel suo racconto, è altrettanto banale e unico: pur attivando gli stessi meccanismi retorici, le stesse costanti stilistiche e semantiche, conserva sempre una quota di irriducibilità allo schema, a qualsiasi simulacro strutturale che lo interroga” (p. 110). A volte, infatti, la scrittura procede a partire dall’istante successivo della perdita, a volte invece attende una razionalizzazione meditata, quindi un momento temporale che ci permette di maturare una distanza emotiva. A volte ancora si sviluppa come cura, altre come estraneità dall’evento vissuto in prima persona: può essere, quindi, tanto autobiografica quanto scrutatrice attenta dei dolori altrui. I modi di usare la letteratura per affrontare il lutto sono veramente innumerevoli, così come lo sono gli autori e le autrici menzionate. Al tempo stesso, sono incalcolabili i tipi di lutto menzionati: da quelli improvvisi a quelli anticipati dal lungo decorso di una malattia, da quelli inconcepibili di un figlio a quelli di un partner o di un amico a cui, nel corso degli anni, non sempre si è concessa l’importanza riconosciuta dopo il decesso.
Trovo particolarmente toccanti le parti del testo dedicate alla cosiddetta “democratizzazione del lutto” al tempo delle tecnologie digitali: si usano, cioè, i social network come strumento narrativo per ridare una versione sociale e culturale alla malattia e alla morte. Il caso menzionato è quello italiano del libro Con molta cura (2017) di Severino Cesari, vale a dire la raccolta in volume dei suoi post su Facebook scritti durante le fasi terminali della sua malattia e licenziati dallo stesso Cesari poco tempo prima del suo decesso. Si tratta di un diario patografico e autobiografico che, come evidenzia Chiurchiù, è scandito dalle effettive date di pubblicazione dei singoli post. Sono altrettante dense le pagine in cui l’autore affronta la relazione tra autobiografia e Medical Humanities, mettendo in luce sia il tentativo di trovare un supporto terapeutico dall’unione tra la storia personale e la letteratura sia il rischio di far prevalere il resoconto privato sulla costruzione narrativa di una storia. Tra le svariate analisi letterarie della perdita, le quali includono anche il ruolo centrale dell’immagine fotografica (Barthes) nonché alcuni rimandi nel campo della metafisica (Lewis), ciò che conta per Chiurchiù è mostrare come i testi del distacco siano attraversati da “tensioni continue”, per cui alla loro eterogeneità corrispondono delle costanti: “naufragio della terapia, motivo dell’infandum, disgusto per la letteratura, riflessione sul senso e l’origine di quest’ultima, bisogno e dovere della memoria. La ricorrenza di tali costanti dimostra l’autonomia di un sottogenere autobiografico che conserva un modo comune di raccontare la morte dell’altro e il lutto. O meglio, e più precisamente: di non poterli raccontare” (p. 155).
Un discorso a sé merita l’ultimo capitolo, il quale si concentra esplicitamente sugli scrittori e le scrittrici italiane. Edoardo Albinati e Andrea Bajani, Matteo B. Bianchi e Giuseppe Culicchia, Elena Loewenthal e Giulia Scomazzon: questi sono solo alcuni dei numerosi nomi che vengono rapidamente affrontati da Chiurchiù nell’ottica di ricostruire il panorama italiano della scrittura a partire dal lutto e sul lutto nel modo più completo possibile. Questa ultima parte permette di avere un esaustivo quadro delle pubblicazioni letterarie sul tema delle epoche storiche più recenti e, a mio avviso, man mano che passeranno gli anni diventerà un utilissimo archivio dei modi di descrivere la perdita durante i primi complessi decenni del nuovo Millennio, soprattutto tenendo conto del periodo pandemico compreso tra il 2020 e il 2022. In particolare, i diversi registri linguistici, adottati dagli scrittori italiani analizzati, ci permettono di cogliere il rapporto che si sviluppa tra la letteratura italiana contemporanea e la narrazione, per esempio, della perdita dei genitori, di un partner o di un figlio.
Evitando di addentrarmi in analisi più stringenti delle varie opere menzionate, tenuto conto della complessità e ampiezza del libro, mi limito a considerare Tropici del dolore un utilissimo punto di partenza per comprendere ciò che la Death o Grief Tech non coglie. L’esperienza del lutto, pur dolorosissima, ci spinge a trasfigurarci, a mettere in discussione la nostra identità e la nostra vita. Queste trasfigurazioni, a cui vorremmo tutti sinceramente fare a meno, aprono orizzonti artistici e creativi che, in fondo, evidenziano l’unicum proprio degli esseri umani quando costretti ad affrontare il distacco, la perdita e l’assenza.