La Non-Terra di Jeff VanderMeer
C’è un ritorno del pensiero mitico, e c’è anche molta confusione. Avevamo bisogno di Nolan per svegliarci, per andare a scavare in un grumo fantastico che sembra mostrarsi ai nostri occhi per la primissima volta. È come se avessimo cancellato dalle nostre biblioteche Todorov, Zolla, Caillois, Solmi e, come i bambini della scena finale di Mission, soli e orfani sulla piroga, entriamo in una parte della foresta dei segni come se fosse la prima foresta del mondo. Confondiamo mito ed epica, mito e meraviglia, mito e reincanto, ci immergiamo in manuali di worldbuilding e proviamo a mappare tutti gli esercizi narrativi dell’ultimo decennio che si sono lasciati alle spalle le paccottiglie del romanzo borghese. Scuole di scrittura si aprono ai generi “minori”, Ghosh profetizza collasso e speranza, sciamani, wicca e psichedelici vengono consultati come oracoli. Lo facciamo intrecciando questo sforzo di mappatura e di scavo con le linee-guida di Bruno Latour sull’essere “terrestri”, cerchiamo di capire questo e gli altri mondi attraverso le bellissime pagine di Federico Campagna, e intanto Jeff VanderMeer, già nel 2018, aveva pubblicato Wonderbook, la sua guida illustrata per immaginare diversamente. Da autore erratico abbastanza sottovalutato, dopo un breve lustro di rivolgimenti, viene visto adesso come un novello Virgilio in cerca di autori fantastici. Che cosa sta succedendo?
Bisogna intanto distinguere tra mito e macchina mitica, tra mitofania e mitopoiesi. Da un lato c’è il brillamento del mistero in sé, del perturbante, dell’alterità irriducibile, dall’altro ci sono i tentativi umani di provocare ad arte quel brillamento o, consapevoli dell’inesorabile fallimento, almeno di propiziarlo. I miti non si creano a tavolino, al loro sorgere i miti presuppongono una credenza, e scrivere romanzi fantasy non è la stessa cosa. Proprio qui c’è lo scarto ontologico tra Tolkien e tutti gli altri: Tolkien era fermamente convinto che la sua scrittura fosse subcreazione, un piccolo completamento storico dell’atto creativo di Dio, la partecipazione periferica a una cosmogonia in atto. Tolkien, insomma, ci credeva a quello che scriveva, proprio come credeva alla realtà di una tazza di tè, delle pipe Dunhill, delle lezioni a Oxord, dei viottoli di campagna, della guerra. Noi no, non ci crediamo alle storie che scriviamo, non nel senso della vera credenza, quella che per Carlo Ginzburg nasce dal dubbio, non dal dogma. Però oggi siamo di fronte al dubbio, un buco nero di dubbi, e il nostro affanno verbale, questa mitolalia sempre più insistente e ciarliera, ci parla di un bisogno tutto contemporaneo di ri-esposizione al mistero.

Sarebbe importante rimettersi a studiare il ground zero, quello che antropologi e filosofi hanno chiamato “origine del mito”, magari aggiornando la palette epistemologica, pensando ad esempio che esiste anche una “biologia del mito”. Ecco dunque Jeff VanderMeer. Alcuni biologi vanno nella futura Area X per liberare quattro alligatori, e lì incontrano la sovversione della biologia nota, la vaporizzazione dei confini tra regni, specie e corpi. Comincia così Assoluzione (Einaudi 2026, traduzione di Cristiana Mennella), prequel-sequel della trilogia e forse il più filosofico dei libri dell’autore americano. Non la filosofia compressa e complessa di Dead Astronauts (2019). Una filosofia educante, più generosa e compassionevole del lettore confuso. Facciamo allora un lungo passo indietro, nel Paleolitico reale e immaginato che infesta da qualche anno le nostre teste col suo crescente sex appeal delle origini. In quel Paleolitico così difficile da interrogare se si vuole restare aderenti ai fatti dell’archeologia e della paletnologia, abbiamo a disposizione un pugno di immagini misteriose. Non gli animali dipinti con etologica competenza, ma una piccola combriccola di teriomorfi che spicca in rosso tra i punti interrogativi neri della nostra preistoria. Perché in un bestiario che era il grande circo dell’alterità dei cacciatori-raccoglitori arcaici, i teriomorfi sono un’alterità potenziata, una soglia nella soglia.
In un testo da soppesare e scremare, un testo incredibile per visionarietà e poesia, Francesco Benozzo, l’inventore dell’etnofilologia, cerca le origini della parola poetica, e ne intravede la culla proprio in Africa, tra gli australopitechi e all’alba del linguaggio. Un linguaggio non nominante, non deittico, non funzionale al sopravvivere materiale, ma indispensabile per la sopravvivenza di quel legame che la nostra specie intrattiene con l’indicibile. Homo Poeta. Le origini della nostra specie (Edizioni La Vela, 2024) è un pamphlet in bilico tra ars poetica, memoir e antropologia profonda, un testo che ha origini lontane e che di fatto è una specie di testamento, dal momento che è uscito un anno prima della morte prematura dell’autore. Mescolando conoscenze scientifiche e intuizioni inverificabili, Benozzo sollecita il lettore a guardare al cuore dell’evento mitico, a cui il poeta che è in ciascuno di noi sa dare parola. Ma l’intuizione inverificabile a monte di tutte le altre è che il poetico precede la parola stessa, collocandosi da qualche parte nei cervelli preverbali delle specie che ci hanno preceduto. Enigma nell’enigma, eccoci esposti a una vertigine che somiglia molto al brillamento, alla mitofania di cui parlavo. Non so quanto il discorso di Benozzo sia vero nel senso che noi diamo a questo attributo quando facciamo pensiero discorsivo, so che lui ci credeva. E ci credo anche io.

Torniamo a VanderMeer, allora. Quello che riesce a fare in Assoluzione è appunto metterci di fronte a dei teriomorfi attraverso un uso preverbale del linguaggio: «Come descrivere quella fottuta fila di non-persone nelle sue memorie incendiarie quando tutto sarebbe stato un ricordo, quando avrebbe avuto i capelli bianchi e la barba o magari niente barba, e fosse diventato un vecchio disgraziato paranoico che ringhiava ai vicini? Onde fluttuanti di lupi, fatti però di liquido nero, che avanzavano sciabordando come una colata di lava incandescente, ma no, non era così perché quella scena ingannava la vista come la vista ingannava l’udito e la favella perché lui aveva bisogno di vedere il nemico, non di sentirne il sapore o l’odore. A quel punto Lowry aveva pippato e inghiottito un sacco di altra droga che Landry gli aveva passato, grazie agli dèi. E quindi forse stava gridando contro quelle cose liquide che si dissolvevano e riprendevano forma con tanta allegria. Perché non poteva essere tutto così nella vita? Perché cazzo bisognava limitarsi solo a una forma? Era una tirannia, la fedeltà alle forme. E se invece lui avesse voluto essere un cerchio o un ovale senza inizio né fine?» (p. 396). In questo libro e altrove VanderMeer ci offre visioni di teriomorfi molto più belle, ma qui fa metaletteratura, ci dice cioè che “descrivere” delle “non-persone” che ingannano perfino la “favella” richiede la rinuncia alla “fedeltà alle forme”, anche quelle del linguaggio.
Intendiamoci, Jeff VanderMeer non è uno sperimentatore verbale. I suoi teriomorfi non sono l’esito di prove di stile e, anzi, crescono nella mente del lettore un pezzetto alla volta, diluiti in dialoghi e avanzamenti narrativi piuttosto standard. Quello che invece fa è un’operazione di smontaggio e nascondimento delle forme, di fronte alle quali la lingua si ferma, omette, cade per insufficienza. È come se cercasse il punto cieco dove l’Alterità si denuda nel suo nascondersi. Una mitofania prima di ogni mito, quel “mare dell’oggettività” di cui parlava Calvino pensando alla poesia di Dylan Thomas: «la natura non è più sentita come alterità, il tessuto delle analogie distrugge la distinzione tra l’uomo e il coacervo della materia vivente». Come dire che l’alterità assoluta è nell’annullamento della distinzione, nella decomposizione delle forme, nella disintegrazione dei confini tra umano, animale, vegetale e minerale. Proprio quello a cui tende VanderMeer, per cui l’Area X non è solo una topografia narrativa, ma un campo morfico del narrativo stesso, il cui fine ultimo è aumentare la quota di mistero. Non siamo allora in presenza di un worldbuilding, ma del suo contrario, la creazione di una “non-terra” in cui materia, energia e informazione non funzionano più come credevamo di sapere. Ora, se volessimo ricominciare a cercare le origini del mito, potremmo partire da qui.