Un libro e un luogo. Torino

12 Agosto 2026

Torino non è la protagonista dei romanzi di Cesare Pavese, resta piuttosto come una periferia di Santo Stefano Belbo e del paesaggio langarolo che domina la sua immaginazione letteraria. Ma è frequentata e soprattutto in La bella estate, vista e vissuta. Non direi amata, ma cerco di procedere per luoghi. Anche se non appare in nessuno dei tre racconti che compongono il libro, per me come per tutti quelli che ci arrivano in treno, inizia dalla Stazione di Porta Nuova e lì davanti c’è l’Albergo Roma, dove si è ucciso il 17 agosto del 1950. Mi avevano messo a dormire lì gli amici del Teatro Settimo quando presentai per loro una serie di incontri con autori in una rassegna di eventi. Accompagnandomi all’albergo Roberto Tarasco mi disse è l’albergo di Pavese, e lì per lì mi parve un po’ macabro. Poi, ogni sera, prendendo il taxi per tornare dopo la giornata di teatro e incontri, mi accorsi che spesso anche i tassisti si lasciavano volentieri andare a speculazioni sulle ragioni del suicidio di Pavese, quasi fosse un fatto di cronaca recente che riguardava la città. Qualcuno diceva lo ha fatto per le donne, qualcun altro il successo, altri ancora non davano spiegazioni, ma parlavano del suicidio in generale. Erano passati una quarantina d’anni e ancora, per qualche ragione, in ambienti non letterati se ne parlava. Quasi il contrario di quello che lasciò annotato: Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Non fate troppi pettegolezzi. L’albergo era stato ristrutturato poco prima del mio soggiorno e la mia stanza non aveva quasi nulla del mobilio degli anni ’50. Dopo qualche insistenza convinsi la concierge a lasciarmi vedere la stanza 346 e quella, invece, era restata identica. Per giunta aveva un ospite, e quindi c’erano un paio di scarpe sotto il comodino e un vestito piegato su una sedia. Anni dopo, una sera a Milano in un ristorante con Elisabetta Sgarbi, c’era Fernanda Pivano da sola e ci sedemmo con lei. Le chiesi della notte in cui Pavese si era ucciso perché sapevo che l’aveva chiamata. Pavese chiamò diverse donne quella notte. Fernanda cominciò a piangere, mi raccontò che il marito, Ettore Sottsas, che aveva sposato da un anno, non le aveva permesso di raggiungerlo. Erano lacrime paradossalmente fresche, anche se a distanza di molti anni. Mi disse che aveva letto della sua morte sul giornale il giorno dopo e c’era un rammarico, un rimpianto che non era ovviamente più risarcibile. Anche il tono delle belle pagine che Natalia Ginzburg dedica al suicidio di Pavese, senza nominarlo, in Le piccole virtù, hanno una qualità simile, perché la morte di Pavese, persino per me che lo avevo soltanto letto, è stata centrale a quel che siamo diventati. Riecheggia nel suicidio di Steiner in La dolce vita di Fellini e se ne parla tra ragazzi fin dal liceo, nonostante la raccomandazione non fate troppi pettegolezzi. Scrive da qualche parte che non ci si uccide per amore di una donna, ma perché l’amore di una donna rivela la nostra nudità, fragilità. E questo mi porta al secondo luogo: il parco del Valentino in Tra donne sole. E la nudità. La vergogna della nudità. Perché in Pavese siamo proprio in quel momento: quando Dio ci guarda e ci chiede: chi vi ha detto che eravate nudi? E Ginia, nel miscuglio di provincialismo, giovinezza, ansia di essere al mondo che non si può dissipare in alcun modo e resta ansia, angoscia, quando posa per essere ritratta o quando è appunto nel parco del Valentino, è questo momento archetipico della nostra sessualità. Il desiderio di essere visti e in questo modo salvati, e la vergogna, perché chi ci vede non vuole necessariamente salvarci. Vorremmo dirgli: per te mi spoglio, leggerai fino in fondo alla mia anima e penserai se effettivamente sono troppo grasso o grassa, magro o magra, se ho bei piedi e una schiena dritta, se faccio bene l’amore o troppo mi trattiene a monte, in quel luogo da cui non volevo scendere, tra le colline che accompagnano il corso del Belbo e parenti morti, assenti, amore che forse non c’è mai stato eppure cerco come un lupo brancolando di bar in bar, sotto i portici di Piazza Castello magari con una brava ragazza che mi chiede, come a Gozzano, Che male t’ho fatto/ o Guido per fami così così? E forse nessuno come i langaroli, Pavese prima di tutto ma anche lo splendido Fenoglio di Una questione privata, hanno saputo ritrarre l’angoscia distruttiva dello spogliarsi per un altro, dell’essere nudo nei propri sentimenti e nel proprio fallimento. Forse solo Leopardi. Ginia nuda per un pittore, un amante che possono non vederci, non amarci, e come loro anche Dio, che se la prende con Eva e con tutti i suoi discendenti, l’intera misogina tradizione giudaico cristiana che ci trasmette la colpa del sesso. Per cui un bacio in un corridoio, un attimo in cui ci si è sfiorati o spinti in un androne e avvicinati, trascinati da una frenesia che certo è un Dio anche quello, ma non si sa se buono o cattivo, un attimo che sembrava un gioco e invece è subito così drammatico, guarda tutto il futuro che c’è o non c’è ed è già tutto, in questo istante, un pene eretto che tenta come il serpente e di fronte a cui Eva sceglie se farci cacciare ancora una volta dal paradiso. O forse non sceglie, perché è un attimo e tu sei con me, non avere paura, siamo insieme, salvo poi chiedere a un uomo di nuovo distratto Che male t’ho fatto/ o Guido per fami così così? Era qualcosa di male? Ci ha visti e siamo scoperti? Lo sguardo perseguita anche quando nulla ancora è stato fatto, l’idea soltanto di poter fare l’amore con qualcuno che ci è proibito è già peccato, l’occhio astratto e onnipresente ci cerca in ogni angolo del giardino, chiede dov’è nostro fratello, ammazza tuo figlio Isacco, scappa che nasconderti non puoi, né tu da solo né tutti voi, maledetti figli disobbedienti, c’è poco da tergiversare perché quando ci vede chiede soltanto e per sempre: chi vi ha detto che eravate nudi? Ci rivela la colpa, la vergogna che i nostri progenitori cercano pateticamente di coprire con una foglia di fico e che in tutta la nostra tradizione pittorica sono una coppia che piange, occhi bassi, condannata a lavorare la terra e partorire nel dolore.

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La bella estate è scritto nel tormento senza scampo di questo accidentale incontro con il sacro. Gli incontri umani, l’amicizia e l’amore, sono lo svelamento di quanto siano inaffidabili tutti i patti che stringiamo, da quelli più intimi e erotici alle compagnie dense di allegria, urla e condivisione. Perché alla fine siamo nudi, come Ginia, e soli, perché il nostro caro amico è uscito con lei e non torna, è quasi l’alba, sono andati a ballare e ancora non torna…

Passeggio per il Valentino e Torino, in compagnia di Pavese, si trasfigura. So e vedo che è anche una bella città, piuttosto francese che italiana nell’architettura, forse perché l’Italia è di solito medioevale, turrita, e invece Torino è settecentesca, elegante e un po’ militare, con piazze che sono soprattutto piazze d’armi e una riservatezza nella gente che in fondo, a me pare, cova Pavese. Il riserbo. Un riserbo tale che nasce e finisce nel silenzio. Come dice un personaggio parlando di moda in Tra donne sole, a Roma devi spendere poco e farlo molto vedere, a Torino devi spendere tanto ma che non si veda. Così se si cammina per Via Lagrange o si prende un bicerìn dove lo prendeva Gozzano alla Consolata (e chi legge questi pellegrinaggi alla fine li fa), e c’è sempre qualcosa di trattenuto nel modo di fare delle persone, forse appunto un tratto culturale più francese che italiano. Non la teatralità dei venditori di strada napoletani, ma una modestia, un non osare mettersi in mostra, almeno nelle apparenze.

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Fare l’amore all’aperto è un punto doloroso in La bella estate, come fosse l’ultima provocazione, nell’ultimo libro, una sfida allo sguardo di Dio che ci aveva proibito la mela, contro la mamma, il marito o la moglie, i benpensanti della città. Una sfida che in Pavese a volte viene descritta, ma anche dove non lo è resta un ululato di lupo sotto le buone maniere. Anche solo scoprirsi, baciarsi, quando non avviene nel buio di una stanza, nel cupo desiderio che anche nella stanza 346 deve essere stato al lavoro, espone all’ira di Dio che si è visto derubato, disobbedito, e che caccia negli angoli della loro anima i trasgressori. Questa cacciata è la vera minaccia della sessualità e in fondo mi auguro quando sono al Valentino nel vedere due giovani passeggiare per il Parco, tenersi per mano, presto appartarsi, che quelle fronde siano sufficienti a proteggerli dallo sguardo indiscreto e onnisciente che accusa gli umani di essere umani, nudi e fragili, come dice Pavese, colpevoli di essersi voluti sottrarre alla sua ira.

E poi ci sono le colline, dove con Pieretto vanno a urlare all’inizio di Il diavolo sulle colline, a guardare i bricchi da Superga e Pino e dove incontrano Poli. Infelicissimo destino dei piccoli borghesi quando incontrano un uomo ricco e decadente che può così tanto nelle loro vite. Non so se il modello sia Giulio Einaudi ma certo in diverse case editrici che ho visto negli anni, l’attrito sociale tra il padrone e i suoi impiegati salariati, è spesso intriso di un rancore difficile da sciogliere. Ne sono piene le pagine di Diario di Pavese, ma lo troviamo anche nel libro di Nanni Balestrini su Gian Giacomo Feltrinelli o in quello di Goffredo Parise su Livio Garzanti. Nel difficile contrasto con Poli c’è anche una generosità, perché tutti i personaggi sanno che nella vita balorda di Poli si aprono opportunità per una stagione straordinaria. Lì si sente quanto era giovane nel ’50, fa parte della manovalanza di Einaudi, ma ci sono in casa editrice con lui un giovanissimo Italo Calvino, c’è Natalia Ginzburg, correggono insieme a Elsa Morante le bozze di Menzogna e sortilegio. Credo proprio vicino all’albergo Roma. Non penso si accorgessero del momento che vivevano, nonostante l’energia che anima i tre racconti, alla fine è la Langa che conta per lui, un senso arcaico del paesaggio, il caldo soffocante d’Agosto, la città semivuota, le panchine, i treni, la Torino piuttosto occasionale attraversata dalle passioni di tutti loro.

In copertina, fotografia di Wikimedia Commons.

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