Valeria Luiselli. Storie di perdita
La concezione del tempo e la sovrapposizione dei piani temporali sono un nodo centrale della ricerca letteraria contemporanea, e la loro differente articolazione è una delle cose più interessanti da indagare. Anche per questo l’ultimo libro di Valeria Luiselli, Principio Metà Fine, (trad. di Tommaso Pincio, Einaudi, 2026), risulta particolarmente accattivante fin dal titolo. Le sue potenzialità sotto questo aspetto sono già presenti nell’incipit, in cui le voci di tre generazioni di donne, una nonna, una madre e una figlia, si scambiano veloci battute su ciò che fa loro più paura nello scorrere del tempo, nella vita e nei romanzi:
“MADRE: Cosa ti spaventa di più della vecchiaia, ma’?
NONNA: Perder la mente.
FIGLIA: È per un romanzo, mami?
MADRE: Non ne sono sicura.
FIGLIA: Quando scriverai un romanzo con un principio, una metà e una fine? Era ora…
NONNA: Perder claridad.”
È sempre una domanda quella che un buon romanzo dovrebbe sollevare, ed è in questo dialogo che Luiselli condensa tutto quello che aspetta il lettore in questo romanzo, poetico e profondo, che indaga non solo cosa resta della vita quando la mente ti tradisce e inizia a sgretolarsi, ma anche il senso della ricostruzione di sé quando qualcosa si rompe e bisogna ricominciare da capo, come agiscono i ricordi, come li trasformiamo quando iniziamo a mentire, e dunque a raccontare. Un libro che promette di avere principio, metà e fine e che invece resta sospeso in un moto circolare che ha molto a che vedere con la vita stessa e i suoi ritmi circadiani.
Una madre e una figlia sono in viaggio, dall’America alla Sicilia, sulle orme di Nanna, antenata catanese eccentrica, libera e selvaggia, arrivata oltreoceano dopo una vita da impavida tombarola e una rocambolesca fuga su una nave diretta in America Latina per sfuggire alla povertà. Cercano il punto dove tornare, Philosophiana, il paese d’origine di Nanna, ma sono anche alla ricerca di un nuovo modo di iniziare: la madre ha un divorzio alle spalle con un uomo che non è il padre di sua figlia, ma con cui aveva creato una famiglia che si è inevitabilmente spezzata, ed è anche una scrittrice in crisi, in cerca di un inizio per il suo nuovo romanzo. La crisi creativa e la crisi individuale sembrano paralizzarla, ma Luiselli ci ricorda che una crisi è anche, etimologicamente, un’opportunità, e a volte basta solo iniziare a cercare, rompere la stasi, perché qualcosa accada.
“Reinventare, ricominciare da capo, ricreare tutto da capo: questo pensavo di dover fare”.
Una storia di donne per raccontare la ciclicità della vita, un racconto femminile come il ciclo mestruale che ogni mese inizia, ricompone e spezza per poi iniziare da capo.
“Il dubbio è come l’endometrio: materia in un processo inevitabile e circolare del divenire, del dare. Non produce nulla, ma è lì per essere trasformata in qualcosa. O per essere lasciata in pace, a pulsare”.
Qualcosa che rovesci il concetto di “Progetto, impianto, struttura. Perché il linguaggio della narrativa ricorre spesso a termini che fanno pensare alla costruzione di un immobile?” e restituisca invece alla narrativa il senso di ricerca, “trovare una via che mi porti a una nuova forma di maternità, e magari anche una per tornare a scrivere, trasformare i miei appunti in qualcosa e finire il libro”, come asserisce la voce narrante di questa storia. Una fuga da casa e da sé, facendosi casa: senza strutture, porte, finestre e archi (anche narrativi), perché la casa è dove siamo, dove individuiamo il nostro posto, “Forse casa sono le cose su una scrivania”, “Forse casa è ripetizione”.
Come una novella Enea, ma in versione femminile, la protagonista inizia un viaggio nel Mediterraneo con libri al posto dei Penati, portando con sé la figlia dodicenne e la presenza costante di sua madre, che se pur lontana è figura fondante di questa storia: invia bizzarri messaggi sul telefono ed è la destinataria delle cartoline, mai spedite, che la nipote compra e scrive per lei a ogni tappa del viaggio.
È per la madre che sta perdendo la memoria che la figlia (che a volte è madre, a volte è figlia a sua volta, in un circolo perpetuo di cura), sta scrivendo: vuole darle pezzi del suo nuovo libro da tradurre, in modo che la memoria possa tenersi allenata, che i ricordi possano ancora tenersi insieme.
“È la storia di una perdita, della perdita di una figlia. E dunque una storia sulla fine del tempo così come siamo abituati a conoscerlo: la fine del tempo lineare, gli orrori ciclici della perdita e del lutto, ritrovarsi bloccati nel tempo, anziché muoversi insieme al suo scorrere. Perché si è troppo aggrovigliati nei fili del dolore”.
Per questo la figlia inizia a errare, e a raccontare.
“Un classico è un inizio”, scrive Luiselli, e come in ogni epopea classica che si rispetti, i venti accompagnano il viaggio e guidano il percorso, e così principio, metà e fine, le tre parti in cui è diviso il romanzo, sono accarezzate e sospinte da maestrale, levante e scirocco, i venti che consentono di partire, navigare e a volte anche perdere il senno bruciando tutto, compresa la memoria.
Come in ogni epopea classica che si rispetti, c’è un dio a governare gli eventi, ma in un romanzo come questo, così profondamente contemporaneo, il dio-guida non può che essere Proteo, il muta-forma, l’imprendibile, il dio oracolare, colui che può vedere simultaneamente passato, presente e futuro e che quando viene catturato si trasforma per scappare ma che se si tiene stretto abbastanza a lungo prima della metamorfosi finale è in grado di rivelare la verità per cui lo si sta interrogando, anche se questa verità a volte è troppo grande da potersi sostenere e la si vorrebbe dimenticare. Proteo che viaggia nel tempo e rivela il mistero dell’esistenza, ma solo per un attimo, nelle crepe tra le cose, negli interstizi tra un significato e un altro: non nelle parole stesse, ma nello spazio tra le parole, nelle pre-dizioni.
Proteo è l’effigie raffigurata su una mattonella che l’antenata Nanna ha portato con sé da uno scavo in Sicilia e che in Trinacria ritorna, nelle mani della nipote e della bisnipote, per schiudere la conoscenza della propria famiglia e far intravedere uno spiraglio, un’epifania improvvisa e velocissima sul senso di ogni inizio, metà e fine, sulle trasformazioni del tempo che si sovrappone e cambia, imprendibile, la sua morfologia fatta di ricordi e racconti.
Proteo diventa il talismano-guida, il filo rosso che lega queste figure femminili che percorrono una strada circolare dove passato, presente e futuro si intrecciano e si inseguono, in un passaggio di consegne che molto ha a che fare con la capacità di narrare per tenersi in vita, per non perdere la memoria e la claridad. Anche se quella memoria è reinventata e non è tenuta a essere precisa, proprio nel falso ricordo e nell’essere artefatta diviene infatti paradossalmente autentica e capace di ricomporre un significato.
Proteo si fa pescecane, cartolina, macchina fotografica, medusa, asino, spazzolino, fuoco che incendia l’isola e poi, infine, libro e non può che essere la figlia, la prova dell’esistenza del futuro, a riconnettere i pezzi e a restituire il senso del viaggio e dell’andare complessivo.
La ragazzina, l’unica a essere solo figlia, affascinata dalla Storia naturale di Plinio il Vecchio che non smetterà di leggere per tutto il romanzo portandone con sé i volumi in ogni tappa isolana, scandisce la storia in paragrafi che raccontano i moti delle stelle e dei pianeti, i cicli delle maree e lo spirare dei venti, le eruzioni dei vulcani e i movimenti della crosta terrestre, come ad ancorare la realtà immaginata ai fenomeni naturali, reimmettendoli nel ciclo della vita, scrivendo da sé la sua parte della storia e chiudendo i cerchi aperti dalle donne che l’hanno preceduta.
Nella parte finale le parole si disperdono e diventano didascalie per le polaroid scattate dalla figlia durante il viaggio, si acquattano negli angoli delle cartoline scritte per la nonna, e lasciano il lettore con un’ulteriore domanda: siamo davanti a un racconto autobiografico, anche se nel romanzo lo si nega? Le foto, che vengono dall’archivio personale dell’autrice, raccontano davvero la storia che ci è stata presentata? Non è dato saperlo e non è importante, quel che ci interessa è immaginare la vita, fermata nell’istante dello scatto e in quello della scrittura, nelle brevi didascalie che modellano il senso del mondo quando ci si lascia sospingere dai venti. Perché forse quel che conta è ciò che sta in mezzo, stare lì dove siamo e non possiamo scegliere di non stare, lontani sia dalla riva di partenza che da quella di arrivo, nel punto costante in cui la fine è anche il centro.
“Avevo sempre pensato che «inventare» volesse dire: immaginare, ideare, progettare, concepire le cose. Ma quando ho cercato la parola «inventare» in un dizionario etimologico, un libro a cui mi rivolgo spesso con lo stesso spirito con cui si consulta un oracolo, ho scoperto che significa «imbattersi in, trovare, scoprire». «Reinventare» non vuol dire creare qualcosa di nuovo da capo, ma piuttosto scoprire o riportare alla luce qualcosa che era già lì”.
Annie Ernaux nel celebre incipit di Gli anni scrive “Tutte le immagini scompariranno”, mescolando i piani della narrazione autobiografica con quelli dell’immaginazione, smarginandone i bordi, e così sembra fare Luiselli, mischiando fiction e non fiction (dove il tempo procede e dove invece si ferma), quando scrive “Tutte le trame portano a Shahrazād” ricordandoci che la forza di una storia non sta nella sua veridicità ma nella verosimiglianza che la rende credibile, nel sentire individuale che si fa universale, nel tenere insieme i brandelli delle immagini che stanno per scomparire.
“Mi rendo conto che il tipo di narrazione che mi tocca di più nel profondo adesso, […] è quello che cerca di capire come raccontare il tempo in modo diverso, come sentirlo in maniera più acuta anziché imporgli una linearità prevedibile e confortevole; storie con orecchie capaci di percepire le cose che scompaiono o scompariranno tra poco, storie con occhi che seguono i fili invisibili che tengono tutto insieme”.
Forse una storia non ha bisogno di un arco narrativo, ma può essere una linea ondulata, qualcosa di cui non si capisce bene la portata ma che pone domande e chiede solo di essere finita prima dell’estate, una “catastrofe al contrario: dalla fine del mondo al suo inizio; dalla perdita della memoria alla prima immagine del mondo impressa in un grande occhio marrone”.
Cos’è vero? Cosa sono inizio, metà e fine? Di cosa si compone la materia del narrare?
Consegnandoci queste domande, forse le stesse che si è posta mentre lo scriveva, Valeria Luiselli ci regala un metaromanzo pieno di grazia e di forza, innovativo senza dimenticare la lezione del passato, che si muove leggero e profondissimo in un continuum temporale che connette gli oceani, le letterature e le generazioni, la vita e la morte, un romanzo in cui nel cercare un inizio si trova la fine e si restituisce importanza a quel che c’è nel mezzo, che in fondo è il nostro transito terrestre.
Il tac-tac-tac clac tac-tac-tac-tac delle dita che scandiscono un tempo circolare sulla tastiera quando si scrive una storia.