La montagna che resiste

15 Ottobre 2026

Le montagne, quelle vere, sono sempre state un territorio difficile in cui vivere.

Già intorno ai mille metri la vita nella sua interezza è possibile solo venendo quotidianamente a patti con il clima e l’ambiente circostante.

Terre marginali venivano chiamate nell’ottocento, accostandole ad altri territori dove le risorse naturali e quelle prodotte dal lavoro umano rimanevano esigue; era così per la montagna, per le zone semi desertiche, le piccole isole, la costa dove la malaria aveva ancora una sua residua presenza.

Già… a patti con il clima e con l’ambiente, vale a dire coltivazione di cereali minori più che grano, allevamenti di bestiame transumante, colture di biomasse (legna e poi la produzione di carbone vegetale), case costruite con l’obiettivo primario di conservare il calore. È l’alfabeto esistenziale comune a ogni comunità montana: un alfabeto dove è facile percepire il respiro della storia materiale, immobile nei secoli e per il quale il sopravvivere conta più del vivere, questo è stato a lungo l’unico orizzonte esistenziale.

E poi c’è la montagna mediterranea – gli Appennini e i Balcani in particolare – dove i corrugamenti dei monti nascondono minacce sotterranee, mostri silenti sempre pronti a risvegliarsi. Perché i terremoti ciclici definiscono altre criticità così come il destino di quelle comunità, sfiorate continuamente da una precarietà che rimane nell’ombra, ospite di una memoria collettiva che può saltare al massimo una sola generazione.

È una muta e silenziosa presenza che l’ultimo grande terremoto del 2016 ha ridestato ben oltre i limiti in cui la terra ha tremato tra Amatrice e Rigopiano, tra Accumuli e Norcia, Arquata del Tronto.

Un terremoto tragico per intensità, ampiezza, vittime, danni materiali. Conseguenza indiretta è stata anche il successivo risveglio dell’interesse per una regione da decenni rimossa dall’orizzonte economico e culturale del paese. È stato un interesse tardivo, contrappasso e riflesso di una cattiva coscienza verso un territorio che è andato spopolandosi e frantumandosi nelle sue comunità durante una lunga stagione emigratoria.

Era il 1962 ma già Pasolini nella poesia 10 Giugno scriva:

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Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle chiese,
dalle pale d’altare, dai borghi
abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.

Sono gli anni del boom economico e in una strofa della stessa poesia Pasolini descrive il mondo che stava cambiando davanti ai suoi occhi con consapevolezza profetica… “Fai pochi passi, e sei sull’Appia o sulla Tuscolana… migliaia, migliaia di persone, pulcinella di una modernità di fuoco… si incrociano pullulando, scure sugli accecanti marciapiedi, contro l’Ina. Case sprofondate nel cielo”.

E sembra di vederlo aggirarsi lucido e sgomento intorno alla Tuscolana, tra il Quadraro e Cinecittà, dove in quegli anni intere strade fatte di enormi identici palazzi cementificavano furiosamente la campagna vicino agli antichi acquedotti romani.

Sono passati sessant’anni da quella sensazione preveggente e oggi l’attuale interesse per gli Appennini appare necessario quanto tardivo; un interesse mosso certamente dalla rivelazione della resilienza delle sue genti e dalla bellezza del paesaggio (l’altro lato della lunghissima stagnazione economica), ma fors’anche dall’immaginazione di menti troppo urbane che vedono nei borghi semi deserti della montagna una forma di umanità e di cultura in qualche modo salvifica, come se negli Appennini avessimo nascosto una parte di noi, quella migliore.

Comunque sia, sono temi di un interesse tardivo, temi di una recente letteratura, peraltro anch’essa marginale se considerata per la sua capacità di raccontare la contemporaneità in tutta la complessità del mondo e del presente.

Ma dieci anni sono comunque un’occasione imperdibile e sono molti i contributi che in questi tempi recenti hanno avuto il focus sugli Appennini.

Tra questi un recente contributo, un viaggio e insieme un racconto di questa montagna martoriata è L’Appennino che resiste di Andrea Mattei (Laterza editore, 2026).

Un libro e un cammino, lento e documentato, raccontato attraverso le voci di molti testimoni: un cammino che muove dalle colline fino ai monti appenninici dell’ultimo terremoto. Da Fabriano a Esanatoglia e lungo il camino delle Terre Mutate, a Matelica, Camerino, Seppio (77 case su111 ancora inagibili), Ussita, epicentro della lunghissima scossa di ottobre 2016, Ussita, con neanche 400 abitanti in 15 frazioni e poi i Monti Sibillini, il loro fascino e le loro faggete. Un cammino e un reportage tra incontri reali, citazioni storiche e letterarie, questo uno dei filoni che reggono il libro. E poi c’è la cronaca del presente che non può prescindere da quello che è stato come per Arquata del Tronto dove solo 7 frazioni su 14 sono ancora abitate.

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Quindi Amatrice, che più di ogni altro paese impose un nome a quel terremoto e le sue sessanta frazioni. Perché, spesso sull’Appennino i paesi sono disseminati, sono frazioni di comunità in grado di sfruttare meglio ogni “piega” del territorio. Arquata del Tronto e tutti gli altri luoghi misurano ancora oggi la distanza concreta di vite sospese tra un prima e un dopo. Così per tutte le testimonianze e le voci attive di chi in quei giorni c’era e che ora sta cercando di ricostruire e costruire il proprio presente, anche partendo da casette prefabbricate.

E poi panorami in cui la natura vince su tutto con la sua selvaticità e paesi spesso desolatamente vuoti, sempre o quasi sempre carenti di umanità solo numericamente.

Comunque sia qui come altrove, anche lontano da ogni terremoto, c’è sempre un presente che, senza sconti, irrompe con tutta la sua complessità e quotidianità.

Le cose cambiano, cambia il paese, cambiamo noi: era questo il titolo dell’incontro scelto per celebrare insieme la vincita di un bando pubblico che ha consentito a una piccola cooperativa di realizzare una tettoia fotovoltaica. Un incontro svoltosi il 10 agosto scorso, in un piccolo paese sull’Alpe appenninica Tosco Emiliana, Cerreto Alpi, poco più di cinquanta residenti, una sola bambina in età scolare, fino a ieri.

Un incontro e una festa condivisa in una piccola comunità; Giovanni Lindo Ferretti e il sottoscritto a tessere qualche trama del discorso e poi la festa con gnocco fritto, salsiccia e salumi, una piccola orchestra di liscio alla sera.

Questo solo per una tettoia fotovoltaica? Sì, anche… perché solo apparentemente può sembrare una cosa da poco se questo “step tecnologico” consente alla cooperativa di meglio accreditarsi come attore in grado di operare nel turismo di comunità, nelle attività sociali e nell’assistenza dei una popolazione fondamentalmente sempre più anziana. La Cooperativa dei Briganti di Cerreto ha solo nove soci, ma sono anche nove stipendi tutti i mesi; e sull’Alpe appenninica questo fa la differenza, oltre ad avere qualcosa di miracoloso.

Dunque su uno spazzo pianeggiante, per secoli di proprietà della Chiesa e uno dei pochi campi un tempo adatti alla semina del grano, si festeggia qualcosa che promette un miglior lavoro per una coraggiosa cooperativa. Del resto, il lavoro, insieme alla disponibilità di acqua e di suolo non sono da sempre le precondizioni ancestrali per il sorgere e il mantenimento di qualunque comunità? Il lavoro in qualunque sua forma, non è forse la linfa vitale per ogni comunità che vive del presente, non è forse la precondizione perché quella comunità continui a costruire il suo tempo così come la sua cultura?

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Alla C’china, questo il nome del campo diventato spiazzo si è sempre lavorato, fosse la coltivazione del farro, del grano o in seguito quella dell’erba medica per il bestiame residuo degli anni ‘70, oppure oggi come sede operativa di una cooperativa. Solo per un paio di decenni la C’china non è stata calpestata da chi traeva il proprio pane con il lavoro… ma questa è un’altra storia, se sono stati anni di partite per baby boomers invecchiati e travestiti da improbabili tennisti e infine ruvide partite su un campo di calcetto quando in paese rimanevano solo una manciata di ragazzi.

Ma erano già gli anni ‘80 e ‘90, quelli che Pasolini non ha fatto in tempo a vedere solo fisicamente, in realtà lucidamente presagito.

Sì. le cose cambiano, cambia il paese, cambiamo noi e si scopre sulla pelle che il clima, da sempre facitore dei destini umani, accentua i suoi cambiamenti, e così il modo di vivere e sopravvivere… cambia anche l’economia e cambiano anche i paesi.

Improvvisamente nella torrida estate 2026, tre case, da anni sul mercato, vengono vendute; improvvisamente una nuova famiglia con due bambini in età scolare decide di vivere in paese; la città della “bassa”, sede del lavoro, può restare formalmente tale se gran parte del lavoro può essere svolto in rete. Il 10 agosto non c’erano tutti i residenti ma, insieme a molti villeggianti e simpatizzanti, c’erano anche loro sullo spiazzo della C’china a festeggiare un frammento di questo nuovo presente. Sì, il paese cambia e cambiamo noi.

Alla fine della giornata, spentosi l’ultima nota del liscio, rimarrà nell’aria l’idea e la sensazione che quel campo, adattatosi nel corso del tempo, trasformato dalle diverse generazioni, avesse mantenuto un costante legame con il presente, fosse stato metafora ma anche “specchio” di ogni presente, riflesso dell’interazione dell’uomo con l’ambiente e il territorio.

Non c’è comunità senza lavoro, è da qui che muove l’economia, la possibilità per le famiglie di vivere, di crescere. Persino ogni letteratura e ogni forma di cultura, anche quella individuale, alla lunga, hanno il loro humus in quel nucleo identitario di esistenze che ci comprendono e che, una volta fattesi comunità, muovono dal lavoro.

E allora, guardando a quel campo, oltre ogni metafora, lì oggi vive un tentativo economicamente sostenibile in cui una comunità testimonia una propria residua forza e una sua idea di vita: è un tentativo che riguarda tutti se è un tentativo di continuare a costruire il presente.

Come quello di Laura e della sua famiglia arrivata dalla “bassa”, Laura che mi dice qualche giorno dopo: “Qui c’è una quotidianità resistente. Ci sono cose che sopravvivono, insistono. Non si lasciano morire. E noi, almeno per ora, vogliamo stare dentro questa resistenza. Non da turisti o da ingenui. Meno che mai da persone in fuga. Lo vogliamo fare da famiglia che ha trovato un luogo in cui respirare meglio, crescere meglio, lavorare meglio, vivere meglio”.

Il lavoro resta quella parte del vivere con cui costruiamo il nostro presente e come dice Paul Mc Cartney in una recente bellissima canzone (The days we left behinds): “… niente resta uguale e nessuno ha bisogno di piangere. Nessuno è da incolpare per i giorni che ci siamo lasciati alle spalle”.

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