La prima volta della prima volta
Amanti elementari di Paolo Sortino è un romanzo di appena 112 pagine uscito per Einaudi nel 2026, pochi mesi fa. Il libro sembra nascere da un’idea: “si potrebbe raccontare com’è andata la prima volta che un uomo e una donna preistorici si sono innamorati, senza limitarsi all’accoppiamento”. L’intuizione è semplice e forse già molte altre volte pensata nei secoli, ma poi metterla in pratica è tutt’altra cosa. La qualità sorprendente delle pagine è che non c’è manierismo: il guizzo originale non diventa una teoria o un discorso attratto, ma si incarna senza perdere la sua natura universale. Cioè, in pratica, riesce a diventare una storia. Come?
Segue una lista di ipotesi.
La prima ipotesi è il coraggio, dell’autore e dell’editore: è un libro che richiede fiducia a chi legge. Non capita praticamente niente. Per arrivare al clou, bisogna procedere in un’atmosfera poetico-documentaristica – potrebbe sembrare di vedere (è tutto molto vivido) uno speciale sulla Preistoria – e credere che a un tratto dallo sfondo si staccherà qualcosa di più simile a noi, qualcosa di noto, che ci consenta di entrare in risonanza col racconto. Non solo questo capita, ma accade anche col massimo grado di intensità, proprio quando ci eravamo ormai abituati a guardare i nostri antenati come marziani o colibrì spadaccini. Non ce l’aspettiamo, eppure, proprio in quell’abisso di differenza, si apre la potentissima radura del più alto grado di identificazione: loro, come noi, per la prima volta, si sono innamorati.
Ci è voluto coraggio, suppongo, per inventare un lettore così, capace di procedere nell’ignoto, e di aspettare il punto esatto in cui, invece, la Preistoria diventa una storia.
Per tutto il tempo, l’autore riesce ad animare lo sfondo. Sin dall’incipit, che ha il passo di un Genesi – «Il grande evento era accaduto. Poi fu la pioggia, per milioni di anni e un’ora. L’acqua disgregò le concrezioni, ne lavò le scorie. Spaccò la roccia, levigò le pietre, lucidò i minerali, spodestò il vapore dalla superficie terrestre confinandolo tra le cime degli alberi. Poi fu il sole, e nuda, odorosa, come dissotterrata apparve la foresta» – il linguaggio di Sortino fa vibrare gli oggetti che evoca. Niente è fermo, c’è sempre un doppio fondo nella frase. Un esempio è in quel: «come dissotterrata», cioè: «come dissotterrata apparve la foresta». Ecco che le parole suggeriscono la figura di una foresta già compiuta e fatta, organizzata nei minimi dettagli, un tesoro scuro intagliato nella materia che il sole ora riporta semplicemente in superficie, per contrasto. Dunque, la seconda ipotesi è una lingua che agita sempre l’ambiente, e lo accende.
Poi c’è la mente dei primi uomini. Sortino dice di loro: «L’agitazione si placò in una manciata di minuti perché erano di scarsa memoria». Soprattutto nella parte iniziale del romanzo, l’autore ci accompagna a leggere le ragioni animalesche dei nostri antenati, a capire i tempi straordinari delle reazioni che hanno di fronte alla sorpresa del mondo, a guardare il branco che vive.
Tra le righe non si trovano spiegazioni, più che altro la voce narrante aggiunge degli “a parte”, rivolti a noi umani di ora: sono note che accompagnano con naturalezza le dinamiche mostrate, come nel nuoto il respiro accompagna la bracciata. La sequenza è sempre la stessa: capita qualcosa nella foresta, seguiamo l’azione degli uomini, la voce ci fa notare il perché, ma senza prevalere, senza oscurare i fatti. Quindi, la terza ipotesi è la cura nel rappresentare, pur senza interrompere il flusso delle scene, le caratteristiche mentali del gruppo.
L’ultima ipotesi riguarda i personaggi che nel racconto sono vari, ma noi che leggiamo, sin dall’inizio, vogliamo arrivare al punto in cui diventeranno due: è questo che il titolo, la copertina (una coppia che si butta dentro un vulcano in eruzione) e la quarta di copertina del libro ci hanno promesso.
Che cosa succede quando ci stacchiamo dal branco? Che cosa capita quando un altro esemplare della specie ci promette la distrazione assoluta dell’innamoramento, e di superare così la solitudine?
Il “ci” non è tanto per dire, è perché alla fine gli «amanti elementari» di Sortino sono nostri parenti, anzi, siamo noi. “Lui” e “lei” – che lentamente, poi vigorosamente si scoprono – all’inizio sono figure lontane scolpite nel bosco, ma appena cominciano a guardarsi in quell’altro modo erotico non sono più estranei: né tra loro, né per noi. Questi personaggi sono l’occasione perfetta per osservare la fenomenologia di ogni amore. E in un simile studio dal vero l’autore si mostra terribilmente esperto. Quarta e ultima ipotesi: i personaggi siamo noi.
All’inizio ci si domandava com’è che il romanzo di Sortino sia riuscito a trasformare una bella idea in una storia che sta in piedi e tira dentro il suo lettore senza farne una metafora. Le ipotesi appena snocciolate servivano a spiegarlo. Così, però, non abbiamo ancora detto niente, né nulla è accaduto: un uomo è stato allontanato dal gruppo, vivere da solo per lui è difficile, lo seguiamo alla scoperta della fame, della notte, dei pericoli che possiamo immaginare, compreso il maschio alfa del branco.
Inutile dire che, in questa quiete cruda di piccole creature divorate per continuare a vivere, niente va esattamente come ci aspettavamo.
Ma a un certo punto compare una femmina. Lui inizia a fare a caso a lei, e a poco a poco si rende conto che la non indifferenza è reciproca. È soltanto qui che decolla la storia della prima volta che era la prima volta.
«Per la prima volta le immagini interiori non erano copie di cose già viste». Sembra che il linguaggio del libro si sia caricato come una molla nel primo terzo per esplodere nel punto in cui l’amore trasforma la visione del mondo del maschio. E lo fa a partire dall’osservazione del corpo della donna che, visto da vicino, preso tra le mani, in maniera fieramente inutile rispetto al tipo di contatto che la dinamica riproduttiva prevedrebbe, diventa un intero universo. Per una volta toccarsi non serve a prendere, ma a infondere qualcosa: «Desiderò trasferire in lei la sensazione che in qualsiasi direzione fossero corsi insieme o lei da sola, per intere famiglie di alberi o per qualche ramo appena, la foresta era tutta lì raccolta. Se solo avesse potuto infonderle in un istante la consapevolezza che aveva ottenuto sollevando ogni foglia, ogni masso; la verità che aveva scoperto dietro ogni corteccia, dentro ogni pozza stagnante, insostenibile altrimenti: l’infinita limitatezza di tutte le cose che avevano intorno, per sopportare la quale si doveva essere in due».
Senza paura di annoiare chi legge o di essere troppo sdolcinato, l’autore si limita a descrivere quello che, lui in primis, guarda con l’occhio dell’immaginazione, come se lo vedesse per la prima volta. Ed ecco allora che, l’amore di cui sono capaci il lui e la lei del romanzo diventa qualcosa di simile a un’«acqua che trasportavano senza neppure sapere come, con quale parte di sé, e che versavano sul terreno per disegnarsi un cerchio intorno, così che l’incendio del mondo non li raggiungesse».
Sortino assomiglia a un fotografo che si è accovacciato per ritrarre qualcosa di piccolo e sfuggente, un insetto esotico, e che non ha nessuna intenzione di andarsene prima di avere messo a fuoco l’oggetto. Ma quando l’inquadratura diventa perfetta e pulita, scopriamo che la figura nel campo visivo ci è estremamente familiare. E dalla familiarità sgorga un coinvolgimento. Ci fanno tenerezza le generazioni di uomini e donne che hanno amato. Soprattutto ci facciamo tenerezza noi, che continuiamo anche adesso.
E così, tra le righe di questo romanzo, si compie un doppio esercizio di empatia verso di noi umani, in cui il passato e il futuro si intrecciano: abbiamo compassione per gli animali che siamo ancora ma anche per gli amanti che siamo stati già.
Leggendo, evochiamo i bisogni primari da cui veniamo, e scopriamo che il linguaggio, se non altro quello letterario, – l’abilità di guardare sé stessi da fuori, con sensibilità e curiosità per trovare le parole giuste da dire – è sorto la prima volta che abbiamo sperimentato la dimenticanza di questi bisogni. La prima volta, cioè, in cui abbiamo abitato una zona del tempo diversa, un «cerchio» d’acqua in mezzo al consueto «incendio del mondo»: in pratica, forse è stato l’amore a farci diventare qualcosa che non eravamo, a creare una crepa tra la realtà e il pensiero. Questa crepa è il territorio della poesia, della fantasia, della finzione. Scrivere letteratura diventa possibile quando al mondo oggettivo se ne sa aggiungere un altro: una storia, e non a caso chiamiamo storia una “storia d’amore”.
Il romanzo ricalca lo spaesamento della condizione amorosa: chi ama come chi racconta vede l’universo da un posto terzo, che non esiste né dentro, né fuori di lui o lei. È il paesaggio stralunato che guarda un invasato, un territorio nuovo in cui le azioni e le percezioni vengono poco alla volta risignificate – un occhio, un braccio, un viso appaiono come nuovi.
Il narratore descrive qualcosa che conosce, ripesca in sé la parte plausibile del movimento originario. La natura della distanza tra il narratore e i personaggi è la stessa dello iato inesauribile che esiste tra l’uomo e la donna al centro del romanzo. Solo il linguaggio e l’eros possono colmarlo, dare a entrambi l’illusione di essere uno da due che sono.
Il protagonista preistorico, però, non sa scrivere, e per quel che ne sappiamo non sa neppure parlare. Così le pagine nascono da un prestito: Paolo Sortino presta al suo uomo illetterato le parole per descrivere sentimenti che altrimenti ci sono volute generazioni per portare a galla, per esprimere in un giro di frase. Allora ecco che in Amanti elementari la Preistoria e la Storia si confondono, non conseguono più. La scrittura inventa l’amore e l’amore inventa la scrittura – così, l’autore trasforma in storia quella che, altrimenti, sarebbe solo una descrizione verosimile dei fatti.
Se poi il finale fosse felice, Amanti elementari sarebbe anche una “commedia elementare”. Per quanto mi riguarda è molto più interessante che non sia così.