Askatasuna: voci da Torino. 31 gennaio 2026

Annalisa Ambrosio - Dove stare

Alla manifestazione di Torino c’era un bel sole imprevisto. Avevo un appuntamento davanti a Porta Susa. In via Cernaia, diverse persone con le valigie dirette verso l’hotel che c’è lì sull’angolo, si fermavano a fotografare la polizia che bloccava con camionette e schieramenti l’ingresso della via, aspettandosi che magari il corteo potesse fuoriuscire e cambiare percorso: non li fotografavano per intenti politici, più come installazione artistica. Era uno schieramento singolare dato il tipo di assembramento davanti alla stazione – sostanzioso, ma ancora sparpagliato, chiazzato di asfalto. Ho incontrato dei vicini di casa, una cara amica, qualche studente: ci siamo sorrisi da lontano, oppure abbiamo scambiato due parole prima di perderci dolcemente nella mischia. Tutti cercavamo la stessa cosa, cioè di salire sulla collinetta erbosa che sta ai piedi del palazzo che un tempo ospitava la Rai, per la vista d’insieme su quanti eravamo: Torino è piatta, la prossima occasione di scattare un ritratto di gruppo sarebbe arrivata tra un bel po’, forse al fondo di Corso Vittorio. Quando partecipo alle manifestazioni ho sempre due sentimenti, e anche stavolta. Il primo è il complesso dell’impostore. Raramente ho dubbi su: “da che parte stare”, ma quasi sempre sono certa di averlo deciso a priori, approssimativamente, sulla base di ciò che credo, e quasi sempre vorrei saperne di più. Il secondo sentimento è gioia. Lì la politica non c’entra, la motivazione della manifestazione è secondaria. Mi mette di buon umore camminare insieme alle altre persone nella stessa direzione. Le strade sono sempre loro, ma è il contrario del fenomeno-per-cui-alla-guida-diventiamo-più-nervosi, scatta l’effetto opposto: ci si sorride solo perché si è lì, senza bisogno di spiegazioni. Poi a un certo punto il corso si allarga, all’altezza di corso Re Umberto c’è il monumento al re. È una strada che conosco benissimo perché l’ho fatta centinaia di volte per andare al liceo. Sul monumento si stanno arrampicando dei ragazzi. Il desiderio di vedere quanti siamo è di nuovo naturale e ci accompagnerà per tutto il tempo. Mentre cammino mi viene in mente il Diario partigiano di Ada Gobetti. L’ho sentito intonare ad alta voce da un’attrice durante un festival di libri. Probabilmente il ricordo è alterato, ma mi pare che descrivesse l’ingresso a Torino dei tedeschi e la fuga dei partigiani dalla città. Mi è rimasta impressa l’immagine di lei che, come prima cosa, pensa a bruciare nel camino di casa i volantini partigiani, o qualcosa di simile. Conteneva, mi pare, la descrizione di una paura precisa che non ho mai conosciuto; perciò, ha attraversato le epoche della mia vita fin qui senza sgonfiarsi mai, al contrario è cresciuta: è la paura di non poter dire ciò che si pensa. Di essere costretti a bruciarlo. Mi viene in mente perché invece sono grata che siamo qui, a capo scoperto, ad aspettare il tempo che questo grande serpentone si srotoli fino al Po. Se sono di ottimo umore è per via del tepore di una cosa che si può fare: il tepore della legge che lo prevede. Prevede che non bisogna nascondersi. Mi sento bene anche perché questo genere di presenza non richiede di dire: “io”, è la cosa più tranquilla del mondo esprimere la propria opinione camminando, al massimo cantando. È l’anti-performance. Non so come finirà o forse lo so, ma voglio restare ancora un po’ qui sotto i baffi di Vittorio Emanuele e godermi il fatto che ci sono migliaia di persone che procedono lentamente e che, indipendentemente dal numero esatto, la maggior parte di queste migliaia di persone non è mai neppure stata in un centro sociale, ma semplicemente non ha alcun dubbio che sia giusto fare in modo che il giardino pubblico abbia tutti i fiori. Quindi almeno per queste righe resto qui, e non vado avanti.

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Giuliano Bosio - Prendere posizione

Sabato decine di migliaia di persone hanno attraversato il centro di Torino prendendo parte alla mobilitazione contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna e la successiva militarizzazione del quartiere Vanchiglia. C’eravamo anche io e alcuni miei amici, tutti studenti universitari. Abbiamo partecipato e il giorno dopo ci siamo chiesti perché il risultato fosse un racconto univoco e parziale. Ci siamo sentiti e ne abbiamo parlato. A partire dalle prospettive di chi ha preso parte alla mobilitazione e non ne accetta la semplificazione, provo qui a riassumere il frutto di questi confronti.

Il dispiegamento in ampie zone della città, lo sbarramento di strade e la tensione alimentata da una sproporzione di presenza delle forze dell’ordine, per lo più a contenimento di migliaia di persone innocue, non si può ricondurre alla normale amministrazione dell’ordine pubblico di un paese democratico. Come ha scritto Valeria Verdolini, parlando di Minneapolis su Lucy sulla cultura, «l’idea della polizia come presidio neutro di mantenimento della pace sociale è una costruzione ideologica che regge perché rafforza il monopolio statale della violenza e normalizza la diseguaglianza come “prezzo dell’ordine”, ma non è così, soprattutto se il potere dato dal monopolio legittimo della violenza, viene usato in modo sconsiderato: sconsiderato perché sproporzionato e sconsiderato perché discrezionale.» Senza voler uniformare le due situazioni, la divisione violenta del corteo di Torino con il lancio di lacrimogeni che hanno finito per colpire i nostri genitori, dunque una parte sicuramente non coinvolta attivamente in alcuno scontro risulta in qualche modo sproporzionata, o comunque c’è qualcosa che non va e che non dovrebbe passare in secondo piano. Al contrario la volontà di non farsi disperdere e di resistere con il proprio corpo di tutti coloro che sono stati colpiti indirettamente dagli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine parla da sola, e racconta di una partecipazione ampia e consapevole ma anch’essa purtroppo passata in secondo piano. La consapevolezza politica e solidale della piazza non viene raccontata e non può uscire da racconti esterni e indirizzati a minare la legittimità del corteo. Non ci sono infiltrati o personaggi che fanno in modo che la manifestazione “finisca male”, «la mobilitazione ha ovviamente delle criticità, negli atti dei singoli come nelle modalità generali – mi dice Paolo –. Queste possono scaturire da un livello di esasperazione e di rabbia portato all’estremo, e da interni si può e si deve portare avanti un’analisi costruttiva su di esse. Ma insieme a questi cresce anche la solidarietà e questo è il simbolo di come noi come realtà sociale attiva esistiamo e siamo disposti ad attivarci per ciò in cui crediamo.»

«Lo stato chiama “legge” la propria violenza, e “crimine” quella dell’individuo.» Max Stirner, come mi ricorda Tommaso, sembra preannunciare il trattamento riservato ai partecipanti del corteo da parte delle narrazioni mainstream, a cui è sempre più necessario contrapporre alternative che siano in grado di rappresentare in modo adeguato la consapevolezza condivisa di chi manifesta. La pluralità del dissenso dovrebbe essere raccontata con rispetto per tutte le diverse realtà che hanno preso parte alla manifestazione e che, non delegittimate dagli scontri violenti con le forze dell’ordine, rischiano di esserlo dalla noncuranza di chi dovrebbe riportarne la complessità. La cronaca incentrata esclusivamente sulla violenza finisce per operare una divisione grossolana all’interno della mobilitazione stessa, forzando in categorie come «parte pacifica del corteo» rivendicazioni comuni che vanno al di là della semplice non adesione allo scontro organizzato. Il corteo è stato intrinsecamente conflittuale, anche se non a livello fisico, perché come mi dice Giulia di per sé è «la presenza di realtà diverse unite nella creazione di un’alternativa a un modello dominante a esserlo». Il soggetto collettivo che emerge dalla condivisione di esperienze non-linguistiche di conflitto politico non ha confini rigidi e un’identità definita, ma è intessuto di relazioni autonome e dinamiche che non significano una totale adesione dell’uno all’altro.

Aveva ventitré anni, la nostra età, Piero Gobetti quando scriveva in una postilla a un articolo su La Rivoluzione Liberale «il problema italiano è di liquidare lo spirito e le forme del trasformismo, dell’accomodantismo, della corruzione oligarchica che fu rappresentato dai vecchi ceti sedicenti democratici…». Nessuno di noi ha la presunzione di identificarsi con Gobetti, ma il diffuso isolazionismo e gli attacchi di cui fu vittima cento anni fa, portati avanti anche dalla sinistra di allora, per altre frasi presenti nella postilla (apostrofò alcuni parlamentari come «aborti morali»), somiglia al modo uniformato di affrontare e interpretare gli avvenimenti di sabato. Il ventaglio delle motivazioni che ha spinto un numero così grande di persone a mobilitarsi porta alla luce un disegno di erosione dello stato di diritto e di costante avvicinamento a forme di controllo autoritario che sarebbe pericoloso mettere da parte, anche solo momentaneamente, per dedicarsi esclusivamente alla condanna degli eccessi, risultato dell’innalzamento del conflitto.

Non vengono raccontate la preparazione e la disponibilità anche non organizzata della piazza in difesa di chi non vuole partecipare agli scontri diretti con la polizia. Emanuele: «c’era anche gente come me, che in parte sa quello che sta per succedere, ma che continua a rimanere lì, nonostante l’inesperienza, la tensione che sale e la paura che comincia a scorrere; c’erano persone che in testa avevano un obiettivo, pensavano che quel giorno, essere lì fosse importante, per dimostrare che ci sono delle alternative». Ci sono e vengono create dal basso. Le istanze rappresentate sono tante, come dice Rocco: «è stando in mezzo alla gente che sfila che si sentono le voci delle persone del quartiere e della città, consapevoli della necessità di prendere posizione per tornare a vivere in maniera serena spazi di socialità, come quelli segnati dalla militarizzazione di Vanchiglia». La lotta politica e la manifestazione organizzata del dissenso non sono l’adesione a un’ideologia o a un’altra, ma porzioni di vita personale e collettiva che si inseriscono sempre in una storia più ampia e viva, che prendono la propria forza e legittimità dalla condivisione dell’esperienza stessa.

Parlare di manifestazione non riuscita o «deve sempre finire così» non tiene conto di ciò che la piazza davvero rappresenta, sminuisce le intenzioni di chi ne ha preso parte. Bisogna preservare la complessità del discorso politico che struttura e legittima le proteste di piazza come quella di sabato. Abbandonare la necessità di una definitiva presa di posizione e la ricerca di una giusta etichetta per digerire ciò in cui non si crede. La creazione di spazi di narrazione autonomi è proprio il punto di partenza per fare in modo che, senza cadere nell’ingenuità, le rivendicazioni di un intero corteo non si debbano piegare alle leggi di una comunicazione che, purché funzioni, strumentalizza gli eventi. «Per chi come me, pur essendo presente, non ha partecipato agli scontri – mi dice Bianca – la giornata di ieri potrebbe, dovrebbe essere un punto di partenza, e non la tomba di una rete sociale di solidarietà e consapevolezza diffusa che già esiste autonomamente nei momenti di piazza, ma a cui si deve dare la possibilità di maturare ed esprimersi nella quotidianità condivisa». Altrimenti la chiusura in fazioni non permette l’elaborazione di un discorso condiviso e di un confronto interno necessario a disegnare assieme un percorso che porti al raggiungimento di obiettivi comuni. Uno di questi è sicuramente rimanere unanimi nel non farci insegnare la democrazia – le pratiche democratiche e il modo giusto di protestare – da chi fa di tutto per distruggerla.

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Fotografia di Luca Swanz Andriolo.

Carlo Greppi - Diritto di dissentire

Al solito, le immagini della coda – in senso cronologico – di una manifestazione oceanica e pacifica fagocitano gran parte della narrazione del resto della giornata torinese di sabato 31 gennaio, che ha visto marciare decine di migliaia di persone in tre spezzoni di un corteo arrabbiato, sì (ricordava quello del 22 settembre contro il genocidio a Gaza), ma allegro e a tratti danzante. Io, dopo un’iniziale indecisione, ho raggiunto vari amici di quella che ritengo la mia plurale – e un po’ sincretica – famiglia politica al concentramento di Palazzo Nuovo, quello che aveva il tragitto più breve e contorto, perché dopo poche centinaia di metri si sarebbe ricongiunto, sul lungofiume, con gli altri due in arrivo dalle stazioni di Porta Nuova e Porta Susa. Proprio sul Lungo Po Diaz, all’incrocio con piazza Vittorio Veneto, ci siamo fermati per aspettare delle persone che erano indietro, in uno degli altri spezzoni. Per chi non è pratico della geografia di Torino, eravamo a un paio di isolati da corso San Maurizio, dove il corteo ha svoltato, per poi puntare all’area intorno allo stabile occupato di Askatasuna in corso Regina Margherita – l’area che è stata, come prevedibile, teatro (e teatrino) degli scontri di fine pomeriggio.

Per quasi un’ora, con il Po che scorreva oltre il nostro sguardo, abbiamo osservato sfilare serenamente migliaia di persone, mentre si abbassava e poi si rialzava, come in una danza, l’età media dei e delle manifestanti. A un certo punto ho iniziato a vedere alcuni volti – coperti e scoperti – indurirsi, in quest’ultimo tratto, suppongo per l’evidente crescita della tensione ma cerco di distinguere la realtà dall’autosuggestione, e di non confondere il quadro d’insieme con le mie percezioni. Erano quasi tutti – non tutti – giovani, o giovanissimi, e invidio chi è in grado di leggere la loro rabbia e parlarne con giudizio e con la giusta misura. In ogni caso era una minoranza, non penso sia necessario ribadirlo, quella che si è preparata a uno scontro, ed è altrettanto ovvio che – lo ha scritto persino “La Stampa” – la stragrande maggioranza si è sfilata via via dal corteo, perlopiù credo molto rapidamente, da quel momento in avanti. Personalmente me ne sono andato proprio lì, subito prima che la manifestazione andasse a infilarsi in quello che rischiava di essere un imbuto: non ho mai provato particolare fascino per l’estetica dello scontro, né mi ritengo un cuor di leone e cerco dunque, per quanto possibile, di evitare di trovarmi in situazioni che possano mettermi in pericolo, sul piano fisico e su quello etico. Anche perché – come mi ha detto giustamente un amico – noi quarantenni non siamo più tanto veloci a scappare, e si sa che le forze dell’ordine (sic) non ci sono mai andate tanto per il sottile, con le cariche e con i lacrimogeni. Non ho idea di come reagirei, in un imbuto e senza vie di fuga, e non lo voglio sapere.

Non sono un raffinato analista, ma non ho mai avuto dubbi che ci sarebbe stata una “battaglia”: era una pagina già scritta e chi conosce anche solo superficialmente la storia dei movimenti di questa città per aver spesso preso parte alle loro mobilitazioni riconosce la grammatica dello scontro che, da ambo le parti, si preparava.

Non ho mai avuto dubbi sul fatto che ci sarebbe stata una “battaglia” perché nell’ultimo quarto di secolo, limitandomi a quello che ho visto a Torino, ho raramente assistito a una gestione oculata della piazza da parte di chi dovrebbe garantire uno svolgimento pacifico della manifestazione. E mi riferisco da un lato allo sconsiderato modus operandi delle forze dell’ordine (sic) – che nell’oscillare tra violenze ingiustificabili e inspiegabili lassismi paiono i coagenti del caos – e dall’altro alla fisiologica carenza di servizi d’ordine degni di questo nome, che dovrebbero perlomeno saper impedire a decine o centinaia di minorenni di andare a fare e farsi del male, e di farsi arrestare.

Non ho mai avuto dubbi sul fatto che ci sarebbe stata una “battaglia”, perché le scaramucce ci sono sempre state, qui in città, e perché inoltre questa volta c’era gente che arrivava da fuori, ma i movimenti sono sempre fenomeni complessi, ce l’hanno insegnato nel cuore del Novecento e oltre l’antifascismo storico, la Resistenza, il Sessantotto, il Settantasette, la Pantera, quello per una globalizzazione umana stroncato a Genova nel 2001; sarebbe ingenuo, oltre che antistorico, credere che le lotte per un avvenire migliore possano avvenire senza conflitto, quel conflitto anche indurito che assume forme che personalmente non approvo, e non ho mai approvato – non in uno stato di diritto.

Era tutto già scritto, e poteva andare molto peggio di così. Ma anche se da sempre ritengo inutile, controproducente e desolante il teatrino degli scontri – che non fa che inasprire la repressione stessa alla quale sostiene di opporsi – alla fine ho deciso di andarci lo stesso, in piazza. Perché, e ha ragione la mia famiglia politica, un movimento di massa democratico che protesta contro la repressione governativa di un esecutivo di estrema destra che sta stringendo la sua morsa, e contro la chiusura di spazi sociali – che tu ci metta piede dentro o no è irrilevante –, va partecipato, perché nelle nostre città non vogliamo quartieri militarizzati, perché da quando ho l’età di quei ragazzi ho paura della polizia, perché voglio vivere in un paese in cui sia tutelato il diritto di dissentire e di creare spazi alternativi, anche se questi non ci piacciono. Perché sono capaci tutti a essere democratici se l’acqua intorno alla polis scorre serena, meno quando sale la tensione; più difficile ancora è difendere il diritto a manifestare anche per chi sfila al tuo fianco, tra decine di migliaia di persone che riconosci compagne, e dopo tanti anni ancora non hai ancora ben capito chi è, e perché – in un’eterna coazione a ripetere – lo fa.

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Fotografia di Luca Swanz Andriolo.

Enrico Manera - Paradosso

Ho vissuto con preoccupazione l'avvicinarsi e lo svolgersi della manifestazione di Torino, città in cui abito, tanto più che vivo e lavoro nella zona che ha visto prima lo sgombero del Centro sociale Askatasuna e la militarizzazione del quartiere e poi una giornata blindata con il fiato sospeso e con la fine scomposta di parte del corteo, la guerriglia urbana voluta da pochi militanti del caos, con persone ferite e contuse, che è finita con la tristezza di vedere un corteo numeroso e partecipato, animato dalle mobilitazioni in nome delle emergenze del presente, venire ridotto nella narrazione mainstream a sfogo di una moltitudine.

Non ero per le strade sabato, sono rimasto a casa con sintomi influenzali, complice il freddo di stagione, la tensione e la stanchezza del periodo. Ho rinunciato a uscire scegliendo il paracetamolo e ho seguito la giornata per telefono, via social, e poi dal balcone di casa. La zona era innaturalmente silenziosa fin dalla tarda mattinata, con una drastica riduzione di movimento dovuta alla campagna di informazione, che, nonostante la preparazione per la gestione della massa attesa, ha assunto caratteri di una vera e propria intimidazione, per motivi di sicurezza – l'allarme in città è alto da giorni – quanto di logistica – per via di blocchi e provvedimenti straordinari di ordine pubblico. Era noto, anche sulla base della precedente manifestazione cittadina che a Torino sarebbero arrivate forze dell'ordine da mezza Italia e i dispositivi di sicurezza messi in atto sarebbero stati imponenti per una situazione che, non da ora, è considerata come una delle più conflittuali d'Italia. L'informazione ha fatto il resto, disegnando a tinte fosche l'imminente calata dei barbari e ponendo le condizioni per una profezia che si sarebbe avverata. Il punto, a detta di tutti gli osservatori in campo e nei discorsi dei manifestanti, era capire non se, ma quando scontri tra manifestanti e forze dell'ordine sarebbero avvenuti e di quale entità.

Le immagini della partenza e delle prime ore restituiscono un momento maestoso e di grande partecipazione, non importa la contesa sui numeri, ma è stato evidente che decine di migliaia di cittadini, con una presenza intergenerazionale, hanno inteso manifestare contro la chiusura degli spazi sociali, contro le politiche del governo e le derive di guerra del presente. Gruppi, associazioni, partiti, collettivi studenteschi, coordinamenti di una alleanza di sinistra che, seppur diffusa, non trova adeguata espressione e rappresentazione coordinata e unanime. Nei reportage in tempo reale le strade piene di persone mostrano chiaramente il bisogno di libertà e la difesa della cultura del dissenso, anche quando non se ne condividano tutte le posizioni, in nome di un’idea di mondo diversa rispetto a quella che si vorrebbe egemone.

Nel mio, incompleto e limitato, vissuto il paradosso è qui. Ieri intorno a un caso politico concreto e localizzato, cresciuto a dismisura e caricato di molteplici significati, si è mostrato un più ampio e urgente bisogno di democrazia, reale e simbolica, umiliata e schiacciata dal discorso pubblico della stagione post-fascista e da una classe politica nel suo insieme incapace di governare le crisi. Con speranza e orgoglio è stato decisivo non cedere alla paura per non sparire, per dare corpo a quanto di positivo c'è nelle culture sorte dalla tradizione generativa dell'antifascismo e dei movimenti di sinistra. Ma si è manifestato anche qualcosa che resta ancorato a forme retrive di mobilitazione novecentesca, nella cornice imposta dalla dimostrazione di forza e di una logica virilista e abilista, sotto il segno della rivalsa e del rancore, segnata dalla difficoltà di produrre nuove forme di visibilità politica e di comunicare la propria plurale e irriducibile diversità da ciò verso cui ci si oppone.

Quello che è successo alla fine del corteo era pre-scritto dalla scenarizzazione cristallizzata in cui trovano posto la militarizzazione dello Stato autoritario e quella parte di manifestanti, non chiaramente individuabile ma riconoscibile, che si pensa come il suo rovescio; che lì si scoprono paradossalmente solidali nel bisogno dell'altro, in un agire che si nutre ancora di simbolica e di miti del passato, come il conflitto identitario. Qualsiasi cosa possa dirsi la sinistra non credo possa essere l'immagine simmetricamente opposta della destra.

Dalle cronache e dai racconti si evince che dopo ore, da un certo punto in poi è sceso il buio, il corteo si è diviso e sfrangiato, la maggior parte delle persone, nell'impossibilità di impedire il peggio si è allontanata lasciando il campo alla meccanica poco decifrabile della provocazione/risposta nella nebulosa del caos. Il resto è la cronaca di un quartiere vandalizzato e teatro di scene di guerriglia su cui le pale di elicottero si sono sentite ancora per ore e la presenza poliziesca durerà per chissà quanto. Non mi interessano qui i dettagli, le versioni, i racconti a metà, le affermazioni di fede, false, il debunking e il profluvio di commenti sui social, destinati ad aumentare. La violenza mostrata, rivendicata ed esercitata è stata inaccettabile e ripugnante.

È stato tutto sbagliato fin dall’inizio, dallo sgombero e militarizzazione di Vanchiglia – una questione che va affrontata politicamente – alla volontà dei pochi di manifestare in termini di rapporti di forza e di riconquista del territorio; è finito in modo consequenziale, nell'impossibilità di controllare quello che avviene nel precipitato del momento e a fronte della mancanza di un coordinamento di sicurezza autorevole, di un (auto)disciplinamento della forza e di un condiviso ethos superiore a quello che si disprezza.

Per qualcuno i momenti come questo sembrano assumere l'aspetto di una sospensione del tempo ordinario, una messa in scena della battaglia escatologica che i tifosi della rivolta evocano ad uso e consumo dei conservatori, che non desiderano altro per ripristinare con la forza il tempo consueto. Il linguaggio del mito politico fine a se stesso, anche quando si dica rivoluzionario, finisce per essere reazionario.

Oggi il silenzio è appena meno assordante, le strade sono state ripulite con grande celerità, nulla è cambiato. Le immagini che girano sul finale della manifestazione Torino è partigiana saranno tali da oscurare il senso della sua convocazione e del significativo sostegno che ha avuto, e da eclissare la luce che si poteva vedere nei cortei, i quali hanno saputo fare un importante affermazione di libertà e pluralismo. Per il senso comune, la catastrofica conclusione del sabato non può che rafforzare le posizioni di chi vuole limitare ogni agibilità politica, mettendo all’angolo la sinistra democratica e il grande lavoro che in tal senso continua a essere fatto da moltissime persone. Il cui cuore oggi è a pezzi per la tristezza e la rabbia.

k

Marta Pastorino - Occhi rossi

Mentre mi preparo per il corteo del 31 gennaio mi torna in mente come mi tremavano le mani al rientro a casa dopo gli scontri avvenuti un mese fa, i giorni dopo lo sgombero di Askatasuna, un tremore che sembrava Parkinson, su cui non avevo controllo, una forma di shock.

Io abito proprio lì, a Torino, a un paio di isolati dallo stabile prima occupato dal Centro Sociale.

Un mese fa ero scesa per comprendere, e perché mio figlio sta crescendo nella scuola di fronte, e per stare a fianco alle persone più giovani di me: una mia studentessa universitaria, incrociata per caso, mi aveva detto grazie Professoressa di esserci, mi fa bene vederla qui con noi.

Avevo pensato che sarei scesa al loro fianco ancora, e ancora. Avevo pensato anche che queste studentesse e studenti sono nati dopo il G8 e certe repressioni non le hanno vissute. Sul momento, mi era parsa una generazione rigenerata, pronta ad abitare le piazze.

Anche da dentro casa però i rumori erano minacciosi, sembrava che fuori ci fosse la guerra e in effetti un po’ c’era. Mio figlio di sedici anni stava sul balcone a riprendere la scena con il telefono e diceva: mamma io non posso uscire vero, meglio che non vada fuori? La polizia manganella i ragazzi come me?

Guardo i video di un mese fa che girano sui social, non posso che ricordare quel frangente, perché questo è il mio stesso timore per oggi, il timore di non poter scendere in piazza in sicurezza, o di finire casualmente nel marciapiede sbagliato.

È così che ci prepariamo alla manifestazione del 31 gennaio, pensando a dove parcheggiare l’auto e mandando il figlio piccolo a casa dei nonni per l’intero fine settimana, anche se proprio così non dovrebbe essere, in un paese democratico.

A ottobre, solo pochi mesi fa, non avevo paura a portarlo con me. A ottobre, durante le manifestazioni per la Palestina, c’erano così tanti bimbi in piazza e così tante persone come non ne vedevo da quando ero giovane io.

Mentre osservo mio marito cinquantenne preparare lo zaino mi domando come sia accaduta una trasformazione cosi rapida della nostra vita quotidiana: sta infilando in borsa occhialini da piscina, mascherina fpp2 recuperata in un cassetto dai nonni, pantaloni da pioggia di quelli con cui si andava nei boschi, giacca a vento, ombrello. Dice di non volersi trovare impreparato, lui vuole vedere bene cosa succede, essere testimone, sapere cosa ci accade sotto casa, qui in Vanchiglia, il quartiere che abitiamo con tanto amore e partecipazione, poi aggiunge che di acqua gelata addosso ne ha già ricevuta un mese fa, nemmeno lui vuole ripetere l’esperienza.

Alle 13 in Piazza Santa Giulia ci sono una cinquantina di persone, molte appartengono al comitato Vanchiglia Insieme, un gruppo di cittadine/i che si impegna sui temi e sulle difficoltà quotidiane della zona. Ci conosciamo tutte e tutti.

Qualcuno ha preparato un carretto con i panini – hanno preparato almeno 600 panini – l’atmosfera è quella dell’allegria, ci si saluta, ci si abbraccia, che è un modo per abbracciare il quartiere e la sua ferita: sono almeno quaranta giorni infatti che rientriamo a casa o accompagniamo i nostri figli a scuola – la primaria Gino Strada – passando a fianco di camionette con i motori accesi a tutte le ore, giorno e notte.

Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza presidiano fronte e retro dell’edificio vuoto dell’ex Centro Sociale Askatasuna. Prima, quella strada su cui ora camminano gli uomini e le donne in divisa, era una semplice aiuola di passaggio o di giochi, merende e attività. Ora le forze dell’ordine presidiano un simbolo, dando forma a una nuova narrazione, opposta alla precedente, a cui assistono centinaia di bimbi dell’asilo nido, della scuola dell’infanzia e della Primaria.

Alcune domande dei bambini restano senza risposta. Non lo sappiamo perché stanno qui da più di un mese, o non lo sappiamo spiegare, o lo sappiamo ma esplicitarlo ci spaventa.

Senza lo sgombero del 18 dicembre, di fatto, tutto questo non ci sarebbe stato, né la manifestazione del 31, né quelle precedenti, tanto meno gli scontri.

Sarà anche per questo motivo, perché ci sentiamo più coinvolti nelle nostre vite intime, che ci emozioniamo quando il corteo di Vanchiglia viene accolto con un applauso dalla folla che si è riunita a Palazzo Nuovo. Me lo dice mio marito, che è come se tutte quelle persone fossero lì un po’ anche per noi, fa un certo effetto, anche se non è così, ma un po’ forse lo è… un quartiere è anche tanti altri quartieri.

Così giriamo le teste e camminiamo all’indietro mentre il primo spezzone si unisce al secondo, e poi al terzo e sfuma quella sensazione di avere solo una visione parziale, ristretta, come la filastrocca della coda del serpente, che ne vedi solo un pezzettino. Penso a tutto quello che ho imparato sulla massa e sul potere da Elias Canetti e mi sento circondata da persone ovunque possa arrivare il mio occhio e non mi spavento, anzi. Ci sono dentro, non ne comprendo il disegno intero, di questa folla, non ne vedo la maestosità, spero quindi di poterla decifrare a posteriori, dai giornali: cinquanta mila persone, sessanta mila persone.

Ma il giorno dopo domina solo lei, la scena dello scontro.

Così, mentre il corpo del serpente salta e danza per dirigersi verso Corso Regio Parco, verso la chiusura del corteo, c’è chi invece vira a destra su Corso Regina Margherita: la strada è aperta, nessuno ha fatto sgomberare le auto, proprio lì, dove chi vuole lo scontro è atteso da decine di camionette.

Mi chiedo cosa accadrebbe se non ci fossero queste camionette, forse questa gente si disperderebbe?

Decido di fermarmi, ed è lì che ci separiamo anche io e lui, io e mio marito.

Quando rientra a casa, qualche ora dopo, lui ha gli occhi rossi e gonfi, che bruciano. Mi dice che un tale lo ha aiutato a vedere di nuovo, spruzzandogli acqua e Malox. Mi dice che a sua volta ha aiutato un uomo a rialzarsi, un uomo che non riusciva a scavalcare le barriere del controviale mentre sentivano le cariche giungere da Largo Montebello, e quello è stato il momento in cui anche lui ha capito che non si sarebbe spinto più giù, che la spinta a vedere era arrestata da un’altra forza più saggia, quella di salvarsi da rischi incomprensibili.

Appoggia tra le mie mani il suo zaino, quello che abbiamo preparato insieme e gli domando come mai allora non ha usato gli occhialini da piscina e lui mi guarda un po’ perso, sul momento non ha avuto la prontezza, forse, non ci ha pensato, non è abituato a tutto questo.

Dai suoi occhi rossi mi arriva addosso tutta l’ingenuità che abbiamo avuto a supporre di poter comprendere, di poter testimoniare.

Quando il giorno dopo leggo i titoli dei giornali, questa nostra cecità mi appare ancora più vasta, come i fumi dei lacrimogeni.

Il teatro degli scontri sembra l’unica narrazione possibile, e quando accompagno mio figlio a scuola, la mattina dopo, conto il numero delle camionette, chiedendomi nuovamente, quando se ne andranno da qui.

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Fotografia di Luca Swanz Andriolo.

Anita Romanello - Torino è partigiana

Il corteo nazionale indetto per il 31 gennaio si articola su tre concentramenti: la stazione di Porta Nuova, la stazione di Porta Susa e Palazzo Nuovo (principale sede universitaria delle discipline umanistiche di Torino).

La tensione è già alta. Sono giorni che molte persone vengono fermate e schedate dalla polizia. Perquisite, interrogate. Sono in atto posti di blocco sulle tangenziali e sulle autostrade.

Il quartiere Vanchiglia, dallo sgombro del centro sociale Askatasuna del 18 dicembre, è militarizzato. Per giorni le scuole del quartiere sono rimaste chiuse, le camionette della polizia sorvegliano la zona.
In città è affisso il manifesto disegnato da Zerocalcare che invita i cittadini a partecipare alla mobilitazione del 31 gennaio.

“Askatasuna vuol dire libertà. Torino è partigiana”.

Askatasuna, lo storico centro sociale torinese, da circa trent’anni si occupa di cooperazione dal basso. È uno spazio per tutti, da sempre impegnato in attività ed eventi: la palestra popolare, i corsi di italiano per stranieri, i concerti, i centri estivi gratuiti, gli spazi per conferenze e dibattiti.

Chi dice che l’Askatasuna è un edificio popolato da tossici e criminali non ci è mai entrato per davvero.

Alle 14.00 ci troviamo a Porta Susa con alcune amiche.

Non appena ci immettiamo nel corteo ci rendiamo conto che è costituito da bambini e genitori, pensionati, adolescenti, italiani e stranieri, ecologisti, movimenti studenteschi e femministi, circoli arci, qualche sindacato. Si canta e si balla, l’atmosfera fra le persone è distesa e pacifica.

I celerini in tenuta anti sommossa hanno blindato la stazione, è impossibile entrare; davanti alle serrande chiuse alcuni viaggiatori discutono per poter prendere il treno.

La polizia in assetto di guerra è schierata su tutte le strade che incrociano corso Bolzano e poi Corso Vittorio, sembra che l’obiettivo sia quello di creare un senso di soffocamento, una sorta di claustrofobia psicologica.

La folla aumenta, siamo tantissimi.

Si avverte quel senso di comunità, di obiettivo comune, di coscienza civile.

Contro il genocidio del popolo palestinese, la militarizzazione dei quartieri, gli squadristi di Trump, la violenta repressione in Iran, contro le guerre di tutto il mondo.

Cinquantamila persone che non hanno paura, che stanno insieme e abitano le strade e le piazze.

Cinquantamila persone che credono nei valori della democrazia, che hanno il coraggio di dissentire.

Sento crescere un po’ di speranza, soprattutto per il bambino che ho nella pancia. Vorrei che questa potente affermazione di dissenso, libertà e pluralismo possa raggiungerlo in qualche modo.

Poi gli scontri. Predetti, annunciati, inevitabili.

In corso Regina in prossimità del centro sociale sgomberato è rimasta una piccolissima parte del corteo.

Si parla di gruppi di infiltrati, di alcuni manifestanti violenti.

Un gruppo di persone incappucciate si introduce all’improvviso.

Ci sono ancora alcuni manifestanti pacifici.

La polizia inizia a utilizzare lacrimogeni e idranti.

Una ragazzina piange terrorizzata e urticata, molti cercano di allontanarsi provando a schivare le manganellate. Molti manifestanti trovano i portoni aperti dai residenti che offrono loro acqua, malox e soccorso.

Un poliziotto viene aggredito da quattro/cinque uomini.

È un atto orrendo e vigliacco, da condannare, come è da condannare l’omissione di soccorso a un signore anziano con la testa coperta di sangue e il violento pestaggio di un ragazzo riverso a terra da parte di due poliziotti. Anche un fotografo viene picchiato selvaggiamente da tre celerini nonostante urli “basta basta, sto male”.

È da condannare la strategia di tensione, paura e repressione che da oltre un mese viene reiterata a Torino, in particolar modo nel quartiere Vanchiglia.

Si sa la violenza non può che generare violenza.

Il video del poliziotto picchiato è diventato virale ed è l’unico che i giornali hanno mostrato.

Ieri la presidente Giorgia Meloni ha fatto visita al celerino ferito.

Poi si è parlato di magistratura, referendum, decreto sicurezza.

Pare non si sia presentata in ospedale dai manifestanti con la testa spaccata dai manganelli.

Per il ministro Piantedosi non c’è differenza tra i manifestanti. Sono tutti terroristi, nemici dello stato.

Per la maggior parte dei giornali, il 31 gennaio, cinquantamila criminali hanno sfilato per le strade di Torino.

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Fotografia di Luca Swanz Andriolo.

Dario Voltolini - Lo sapevamo già

Sabato mattina ho accompagnato in centro a Torino in macchina due ragazzi figli di miei amici perché volevano comprarsi delle cose con i loro soldini e dunque dal quartiere Aurora, Dora Riparia rive gauche, abbiamo raggiunto il parcheggio sotterraneo che si imbocca dalla piazza davanti alla stazione di Porta Nuova. Nel tragitto siamo passati lungo i corsi stabiliti per la manifestazione programmata per il pomeriggio, che erano già tutti senza auto posteggiate, con lunghi nastri di plastica tesi di albero in albero con appese le scritte di parcheggio vietato. Alle 10, quando il negozio ha aperto, i ragazzi sono entrati a farsi i loro giri mentre io un po’ stavo con loro un po’ me ne uscivo per strada a trafficare con il cellulare.

Terminati gli acquisti siamo usciti dal negozio salutando le giovani commesse. Una delle due ci ha salutati a sua volta e ci ha detto di fare attenzione, soprattutto a prendere i mezzi, perché si diceva che la manifestazione sarebbe stata pericolosa. L’abbiamo rassicurata, saremmo usciti prima dell’inizio della manifestazione dalla zona presidiata e senza usare i mezzi.

Siamo tornati oltre la Dora e poi, dopo pranzo, sono andato da solo a un appuntamento dall’altra parte del centro città per raggiungere il quale ho dovuto fare una deviazione importante, perché la zona di accesso vietato ai mezzi era molto ampia. Lo stesso per tornare a casa, la sera. Quando ho raggiunto l’abitazione un elicottero volava in cielo.

A posteriori ho poi visto e letto cronache e commenti dei fatti relativi alla manifestazione, le varie voci, le posizioni espresse, le dichiarazioni, le accuse, le difese, i distinguo, i posizionamenti e così via: ciò che insiemisticamente chiamiamo “narrazione”.

La sensazione più profonda che ne ho ricavato, nel vuoto inerziale, depressivo, senza anticorpi e in impoverimento progressivo, è una radicale tristezza dovuta al fatto che avrei potuto con buona approssimazione fare quella narrazione a priori.

In copertina, fotografia di Luca Swanz Andriolo.

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