Lord Jim antieroe

13 Ottobre 2026

Se Cuore di tenebra è il più noto dei romanzi di Joseph Conrad, Lord Jim è certamente il più amato da lettori e critici letterari.

È la storia di un giovane cresciuto leggendo libri d’avventura e con l’aspirazione a compiere imprese eroiche. L’immaginazione per lui è al tempo stesso un potente motore propulsivo e un’insidiosa fonte di paure. Divenuto ufficiale della Marina mercantile inglese, la più grande e rinomata del mondo, sa di dover essere all’altezza dei propri sogni ma anche del proprio ruolo, di marinaio e di suddito dell’Impero britannico. Alla prova dei fatti, nel momento di affrontare le prime grandi difficoltà e valicare le prime linee d’ombra, fallisce. E da allora lo scopo della sua vita sarà recuperare l’onore perduto, per se stesso prima ancora che per gli altri.

Il romanzo apparve prima a puntate sul «Blackwood’s Edinburgh Magazine» tra l’ottobre del 1899 e il novembre del 1900, poi in volume alla fine del 1900, pubblicato dallo stesso editore, William Blackwood and Sons.

Da allora ha appassionato, suscitato interpretazioni, stimolato discussioni di ogni tipo: letterario, psicologico, politico.

Virginia Woolf, in un lungo articolo di addio allo scrittore, da poco scomparso (Times Literary Supplement del 14 agosto 1924), ricordò di aver amato soprattutto Lord Jim e Gioventù. Secondo Jorge Luis Borges, Lord Jim, evocato anche nel racconto L’immortale, era “il suo romanzo migliore” (Introduction to English Literature, 1974).

E in Italia? Italo Calvino, dopo essersi laureato nel 1947 con una tesi su Conrad, ebbe per tutta la vita il desiderio di completare la traduzione di Lord Jim, iniziata e arrivata ai primi otto capitoli alla fine degli anni Quaranta. E nell’appendice alle Lezioni americane (Cominciare e finire), cita proprio quest’opera e Cuore di tenebra come esempio di efficace inizio e conclusione di un romanzo. Dino Buzzati ricorda Conrad sia nelle lettere giovanili sia nella sua ultima intervista, con Yves Panafieu, nel 1971. Le grandi aspirazioni insoddisfatte di Jim, l’attesa del momento in cui avrebbe mostrato a se stesso e agli altri il proprio valore, lo ispirarono nell’immaginare la trama del Deserto dei Tartari. Primo Levi evoca Conrad in Vizio di forma, La chiave a stella e La ricerca delle radici, e quando gli chiedevano consigli di lettura raccomandava proprio Lord Jim (L’Ora, 26 gennaio 1979). Lo affascinava il tormento del protagonista nel voler al contempo sfuggire e affrontare il proprio passato, per certi versi analogo al suo.

Nell’ambito della ricerca e della critica letteraria, è stato di recente pubblicato da Mimesis un saggio di Riccardo Capoferro, imperniato su genesi e possibili interpretazioni dell’opera: Lord Jim. Inchiesta su un antieroe.

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Conrad nell’idearne la trama prende spunto da una vicenda realmente avvenuta. Nel 1880 il piroscafo Jeddah era salpato da Singapore diretto a Penang con un equipaggio di cinquanta persone tra ufficiali, marinai e macchinisti e circa mille passeggeri, quasi tutti pellegrini. Durante una tempesta gli ufficiali e alcuni marinai, temendo che stesse per affondare, avevano calato una scialuppa e abbandonato la nave. Giunti al porto di Aden ne avevano affermato l’inabissamento tra i flutti. In realtà la nave si era salvata e, trainata da un altro piroscafo, era giunta qualche giorno dopo nel medesimo porto. La vicenda fece grande scalpore e gettò ombre sulla reputazione della Marina britannica.

Da questo evento Conrad trae una storia che ne segue la falsariga, con Jim che salta nella scialuppa dei fuggitivi, tradendo tutti i suoi principi e i suoi sogni di eroismo. La piccola falla sullo scafo gli fa immaginare ondate che sfondano le paratie e sommergono i ponti della nave, pellegrini terrorizzati che si travolgono a vicenda, il caos e la fine. Con quel salto Jim perde l’onore, perde la sua occasione, la possibilità di superare la prima grande prova della sua vita. Difficile dire se a tradirlo di più siano l’eccesso di aspettative sulla propria forza morale o la troppa immaginazione.

Conrad indaga nel profondo l’animo del protagonista, lasciando in sospeso un giudizio definitivo. Le peripezie di Jim sono raccontate da più punti di vista che si intrecciano e si saldano in modo da tenere sempre alta la tensione e la fluidità della trama. I time shift, i salti temporali nella narrazione, la tecnica del delayed decoding, decifrazione ritardata – come la definisce Ian Watt –, il raccontare eventi drammatici o complessi spiegandone il senso o gli antefatti nei capitoli successivi, coinvolgono e affascinano, non sono mai fonte di confusione e non rallentano la suspense narrativa. L’armonia sostanziale di questo mosaico di voci narranti e cadenze temporali, e il mistero della reale psicologia del protagonista, consentono a Lord Jim di essere definito un capolavoro letterario.

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Nei primi quattro capitoli la vicenda è raccontata in terza persona da un narratore onnisciente, come in tanti romanzi ottocenteschi, poi subentra in prima persona Charles Marlow, al tempo stesso coprotagonista e narratore, che incontra per la prima volta Jim al processo per l’abbandono della nave.

Marlow, nelle riflessioni che accompagnano il racconto, non è mai del tutto certo del senso da attribuire alle azioni di Jim, ne apprezza gli ideali e la malinconia – “era sempre under a cloud”–, ma trova anche irritante il suo ostinato desiderio di espiazione. Ripete spesso che comunque Jim “era uno di noi (one of us)”. Cosa intende Marlow con questa espressione? Si riferisce probabilmente a quegli uomini che, come lui, hanno dedicato buona parte della loro vita al mare e a ciò che li accomuna: uno standard of conduct, una disciplina interiore condivisa e accettata, fatta di onestà, senso del dovere, fedeltà al proprio lavoro, solidarietà tra chi deve resistere a tempeste e paure. Marlow prova ad aiutarlo, cercando lavori che consentano a Jim di sopravvivere e sostenere il peso dei suoi rimorsi. L’ombra di quanto avvenuto però continuerà a perseguitare Jim, anche nei porti più sperduti, ogni volta che pare aver trovato quiete e forza d’animo.

Marlow è il personaggio narratore di Gioventù (1898), di Cuore di tenebra (1899) e, alcuni anni dopo, di Destino (1913).

Il suo racconto prosegue sino al capitolo trentacinque, quando Marlow lascia con la sua goletta un lembo di terra dell’Oriente, Patusan, dove Jim pare aver recuperato il suo onore perduto. Ne ha difeso con successo gli abitanti dalla prepotenza di un criminale e dei suoi sgherri, è divenuto Tuan Jim, è stimato e benvoluto, ha anche trovato l’amore di una ragazza, Jewel, figlia di una donna malese e di un europeo.

Jim lo saluta dalla riva, vestito di bianco come d’abitudine, apparentemente solido e sicuro di sé, ma, come sempre, under a cloud.

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Una mappa anni Venti dei luoghi evocati nelle storie di Conrad.

Il saluto di Marlow a Jim, mentre si allontana con la goletta dalla costa di Patusan, scritto con estrema raffinatezza, poteva essere una memorabile chiusura della storia, lasciava un senso di ammaliante possibilità: “Era bianco dalla testa ai piedi e continuò per molto tempo a rimanere visibile, con il baluardo della notte alle spalle, il mare ai piedi e l’occasione al suo fianco – sempre velata. Che ne dite? Era ancora velata? Non so. A me, quella bianca figura, nella tranquillità del mare e della costa, pareva essere al cuore di un immenso enigma. Il crepuscolo si addensava rapidamente nel cielo sopra di lui, la striscia di sabbia era già scomparsa sotto i suoi piedi e lui stesso era diventato piccolo come un bambino – e quindi solo una macchiolina, un minuscolo punto bianco che sembrava concentrare in sé tutta la luce rimasta in un mondo di tenebre... E improvvisamente lo persi di vista…”.

È assodato, fra l’altro, che Conrad, nel maggio del 1900, intendesse chiudere il libro con quel capitolo. Lo si deduce sia da un telegramma all’editore del 18 maggio 1900 (“Conclusion in a few days.”) sia dal manoscritto esaminato dai curatori (Stape e Sullivan) della magnifica edizione del libro realizzata dalla Cambridge University Press. Più generazioni di critici si sono chiesti il perché di quel cambio di rotta, che modifica il destino di Jim, volgendolo in tragedia.

Conrad era stato influenzato da un periodo di personale tristezza e sfiducia verso il futuro? Pochi giorni dopo, il 5 giugno, si spegne a 28 anni la vita del suo amico Stephen Crane, l’autore de Il segno rosso del coraggio. Uno scrittore diverso da lui, ma che stima profondamente e la cui morte lo immerge in un dolore senza consolazione. In una lettera al suo editore William Blackwood scrive: “Il povero Stephen Crane è morto stamattina. La notizia mi ha troppo sconvolto perché io possa oggi entrare in merito a una o due questioni di cui volevo parlarle”.

Poche settimane prima, rispondendo a Cora Crane, che chiedeva aiuti economici per sostenere le cure del marito, aveva espresso vicinanza, ma disperazione per non poterla aiutare, stante la difficile situazione in cui si trovava: “Sono un uomo senza conoscenze, senza influenze e senza mezzi. Il sostentamento quotidiano è per me motivo di ansia e preoccupazione. Che cosa posso fare? Sono già indebitato con i miei due editori, in ritardo con il lavoro […] Neppure compromettendo il mio futuro potrei esservi utile. Se lo fosse, tale è l’affetto che nutro per Stephen e l’ammirazione per il suo genio, che lo farei senza esitazione, per salvarlo”. In effetti, per Conrad, la sicurezza economica sarebbe arrivata solo nel 1913, con il successo di Destino.

Anni dopo, scrivendo un breve saggio sull’amico, ricordando la sua passione per cavalcare, ne darà un ritratto tanto rapido quanto efficace: “Il suo passaggio su questa terra fu come quello di un cavaliere che cavalca al galoppo nell’alba di un giorno destinato ad essere breve e senza sole” (Stephen Crane. A note Without Dates, 1919).

Forse, nella fine prematura di Jim, Conrad aveva intravisto qualcosa di affine all’amarissimo destino di Stephen Crane.

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Una mappa dell'Impero coloniale inglese nel mondo, 1886.

Tra giugno e la fine dell’estate Conrad scrive ancora e aggiunge dieci capitoli, dal 36 al 45, quelli del tragico epilogo, che rendono il romanzo ampio e diverso dai due racconti lunghi (o romanzi brevi) scritti negli stessi anni: Gioventù e Cuore di tenebra. Sono costruiti intrecciando testimonianze diverse, tenute insieme in una lettera e soprattutto in un manoscritto di Marlow. Oltre al destino di Jim, in effetti, cambia anche quello di Marlow, non più coprotagonista-narratore ma memorialista di resoconti altrui, orali e scritti. Tra questi, una lettera del padre di Jim volta a benedire con orgoglio il figlio marinaio, con notizie leggere di vita tranquilla nella campagna inglese, ma anche alcune raccomandazioni che gettano luce su Jim e sulla sua storia; l’invito a “non far nulla, mai, per nessun motivo” di sbagliato, altrimenti si è persi per sempre, e la considerazione finale: “Non importa dove ci si trovi. La virtù è la stessa in tutto il mondo, e c’è una sola fede, una sola condotta di vita, un solo modo di morire”.

Quest’ultima convinzione appartiene anche a Conrad, uno scrittore che vive nel cuore dell’Inghilterra ma è lontanissimo dalle illusioni di Kipling sulla supremazia morale dell’Impero britannico, ha uno sguardo lucido e disincantato sulla realtà che circonda il suo mondo. Proviene da un paese, la Polonia, occupato e angariato da due potenze oppressive come l’Impero germanico e la Russia zarista, ha viaggiato e letto tanto, e ha sofferto non poco. Ha la profonda consapevolezza di essere parte di un’unica umanità, un elemento che emerge anche nel monologo notturno di Marlow, presso la tomba della madre di Jewel, illuminata dalla luna: “C’era una gran pace, come se la terra fosse stata un immenso sepolcro, e per qualche tempo rimasi immobile pensando specialmente a quei vivi che, sepolti in luoghi remoti e ignoti al genere, sono ugualmente condannati a condividerne le assurde e tragiche miserie. E forse anche, chi può dirlo? Le nobili lotte. Il cuore umano è abbastanza grande da contenere il mondo intero”.

Il saggio di Capoferro ripercorre i temi al cuore del dibattito critico su Conrad e aggiunge tasselli importanti. Coglie, ad esempio, la diversità di Jim rispetto ad altri personaggi di Conrad, come Marlow, come il capitano McWhirr di Tifone o come il giovane ufficiale de La linea d’ombra, tenaci nel tener fede alle leggi non scritte dell’onore individuale e del coraggio, della responsabilità e del lavoro ben fatto. Jim sogna grandi imprese, non la soddisfazione del lavoro sul mare; pone il suo orgoglio davanti a tutto: alla reputazione della Marina mercantile inglese, all’amore di Jewel, alla sua stessa vita. McWhirr durante una tempesta di mare salva la nave, l’equipaggio e i passeggeri cinesi ammassati nella stiva; il fallimento di Jim mette in discussione la pretesa dell’Impero britannico di civilizzare popoli e terre lontane; cade con lui, come nel Kurtz di Cuore di tenebra, l’idea di una superiorità morale che giustifichi le imprese coloniali; la caduta di Jim fa inoltre vacillare l’ideale, tipicamente imperialista, di una virtus eroica, che ricorreva nell’immaginario avventuroso contemporaneo. Kurtz era andato in Africa convinto di portare civiltà e umanità, e si era trasformato in un sanguinario capobanda di indigeni dediti a ruberie, saccheggi e omicidi. Jim tradisce, per due volte, genti orientali diverse da lui, dal suo status di ufficiale britannico: prima i pellegrini diretti alla Mecca, poi la popolazione di Patusan, che tanta fiducia aveva riposto in lui. In questa duplice caduta, nota Capoferro, Conrad mette l’accento sul dissidio tra individuo e morale comune, sui traumi del colpevole e su quelli delle vittime.

Nei capitani coraggiosi di Conrad, diversi da Jim e Kurtz, resta certo vitale il senso di responsabilità verso gli altri, ma si tratta di un codice d’onore individuale fatto di coraggio e generosità che va oltre la contingenza storica e politica, riguarda la consapevolezza di far parte di un’unica umanità.

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In copertina, Joseph Conrad nel 1922.

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