Un libro, un luogo. Val Soana

19 Agosto 2026

Fu durante un viaggio in treno attraverso pianure e gallerie che iniziai a leggere Amore di confine di Mario Rigoni Stern. Dopo pochi minuti non avvertivo più la noia e la malinconia di quell’andare monotono, non sentivo più le parole di viaggiatori inascoltati, ero via da lì, lontanissimo.

Lessi di “un posto sognato e non vero dove l’acqua limpida scorreva leggera tra cuscini di fiori, con i larici che rinverdivano lungo i fianchi della valle, con le nubi vaporose e fantastiche dentro un cielo altissimo, e canti di uccelli e occhi di ragazze.”

Lo scrittore di Asiago racconta di un mese di maggio del ’40 in una valle del Piemonte che confina con la Valle d’Aosta: la Val Soana. Sottufficiale degli alpini, gli era stato ordinato di dirigersi con una sessantina di reclute verso Campiglia, in Val Soana. Lassù, insieme al tenente Guido Suitner, alpinista di grande esperienza, e a un altro graduato, Marco Dalle Nogare, deve addestrare le reclute ad arrampicare su roccia e a muoversi in alta montagna. Due anni dopo, in Russia, scarponi chiodati e abilità da rocciatore non gli serviranno a nulla. Nessuna spedizione nel Caucaso, come alcuni generali avevano anticipato alle truppe: solo gelo, distanze infinite e morte. Quella valle restò un ricordo da assaporare nei momenti di sosta davanti al fuoco, per scordare per un istante la paura di morire e le privazioni. Rigoni non tornò mai più in Val Soana.

Mi venne il desiderio di andare a visitarla. Avevo letto tutti i suoi libri, mille pagine di memoria. Le guerre tra Francia, Albania e Russia, il campo di concentramento in Germania, le montagne, i boschi, e tanto altro ancora. Storie terribili, ricordi durissimi, dopo l’adolescenza pochi i momenti di felicità e di tregua, specie durante le stagioni da alpino, in montagna: le scalate delle vette valdostane, le discese e traversate verso valli e laghi incontaminati e, soprattutto, il mese in Val Soana.

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Mi piaceva l’idea di viaggiare per andare a scoprire i posti felici di uno scrittore che amavo da tempo e senza riserve.

Un mese dopo partii che era ancora buio. In auto per arrivare da Milano bastano due ore e mezzo: prima l’autostrada per Torino, poi la strada del Canavese per Castellamonte, Cuorgnè, e infine una via stretta che tira su, fino alla valle.

Il paese dove Rigoni era acquartierato, Campiglia, era silenzioso, poche case erano abitate. Sentivo solo il rumore dei miei scarponi e quello della fontana nella piazzetta. Era la fine di aprile, erano passati più di sessant’anni.

L’addestramento prevedeva lunghe escursioni ad alta quota, verso la Rosa dei Banchi, la Torre di Lavina e la Punta Nera, alternate a difficili arrampicate sulla parete di roccia situata a poche centinaia di metri dal  borgo. Vidi il piccolo monumento ai caduti della Grande Guerra, dove i giovani alpini e le ragazze del paese aspettavano Rigoni, incaricato di accompagnare il vecchio Giaculin d’la fisa e la sua fisarmonica. Nei giorni di pausa, Rigoni andava a prenderlo, nel vicino paese di Valprato e lo accompagnava a Campiglia portandogli la fisarmonica; subito dopo il loro arrivo iniziavano balli e canti nella piccola osteria del paese. Gli alpini si erano tutti innamorati della maestra più giovane.

Camminai per il vicolo che saliva verso la chiesa. Ancora silenzio, imposte chiuse. Sul muro di una casa un affresco: ritraeva forse San Besso, un legionario romano fattosi cristiano che aveva pagato con la vita il desiderio di convertire le genti della valle. Sapevo che a quel santo avevano dedicato un santuario-rifugio lungo il sentiero che porta alla Rosa dei Banchi e, oltre le montagne, a Cogne, in Val d’Aosta. All’improvviso ecco la piccola chiesa, l’intonaco rosa che la copriva era malridotto. L’orologio della torre campanaria aveva un rintocco metallico e lento che sapeva di antico. A metà altezza si legge: “Questo orologio, offerto da Pietro Dallò a Campiglia, segni sempre ore liete e serene, 1934”. Quella era la chiesa dove Rigoni e gli altri alpini portarono un giorno un loro compagno morto scivolando dal sentiero e cadendo decine di metri più sotto, sulle rocce. Si chiamava Paja. Un volo causato da una leggerezza, quasi da uno scherzo: era giovanissimo.

Il cielo azzurro di primavera dava insieme gioia e malinconia, sui monti intorno il verde stava avendo la meglio sulle residue macchie di neve.

Chiesi a un’anziana signora sbucata da chissà quale portone se era possibile trovare un ricordo, un libro, qualcosa di quel paese. Lei mi rispose cortese che non c’erano più negozi a Campiglia, il paese si rianimava solo in estate. Poi, vedendo la mia delusione per l’impossibilità di ritrovare un ricordo, mi chiese di aspettare un minuto. Sparì con una rapidità sorprendente. Stavo ormai per tornare verso la mia auto quando mi sentii chiamare: la vidi venire verso di me con una grolla. È quella specie di teiera di legno, chiamata anche coppa dell’amicizia, dove si prepara il caffè valdostano, fatto con caffè caldo, grappa, genepì, zucchero e un’arancia o un limone.

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Il torrente Soana. Foto di Giuseppe Mendicino.

Quella grolla, mi raccontò la signora, le era stata portata più di sessant’anni prima da un coscritto di Cogne, poi partito per la guerra. Era passato da lì un agosto di tanti anni prima. Aveva partecipato all’antico pellegrinaggio che porta ogni anno, d’agosto, gli abitanti di Cogne a traversare le montagne per arrivare al santuario di San Besso. Prima di ripartire era consuetudine dei pellegrini portar via un frammento di roccia dalla rupe che domina il santuario: li avrebbe protetti dalla malasorte.

Rimasi senza parole, le chiesi se le dovessi qualcosa. Mi rispose che presto sarebbe morta e qualcuno l’avrebbe presa, era contenta che la tenessi io.

La salutai stringendo la sua mano sottile nelle mie, posai in auto la grolla e partii per l’escursione che mi ero ripromesso di fare, seguendo il sentiero in leggera salita che porta al Piano di Azaria, costeggiando il torrente Soana.

Il verde intenso dei larici, le distese di fiori, i giochi d’acqua e le pozze trasparenti del torrente Soana accentuavano la bellezza delle montagne intorno. Cascate bianche e gorgoglianti, piccole anse con colori cangianti tra il blu, il verde e l’azzurro. Il fluire dell’acqua era trattenuto da piccole e grandi rocce arrotondate dal secolare scorrere dell’acqua.

Il rumore lieve e costante dei torrenti dà sempre, più di ogni altro, l’idea del fuggire del tempo. Il Soana ne rendeva anche la bellezza, attimi di dolcezza destinati a sparire nel nulla. Lungo il Piano di Azaria passai accanto all’antica casa di caccia del re, quasi identica nelle foto dei primi decenni del secolo scorso.

Sulla destra del torrente spiccava un’alta parete di roccia scura, in alto il punto dove  precipitò Paja: mentre tornano a Campiglia per il ripido sentiero che dal santuario conduce al paese, quel ragazzo scende di corsa scherzando, a una svolta non riesce a fermarsi e vola giù.

La salita leggera verso il fondo valle e quella più ripida verso le alte Grange fu un po' faticosa, quasi mille metri di dislivello da Campiglia, ma mi venne da pensare a quegli alpini, che portavano anche zaino e fucile. Io non avevo pesi e poi, man mano che la quota si alzava il panorama si apriva e mi prese un senso di meraviglia. Dopo due ore di salita gli alberi si diradarono e mi apparve una conca di montagne coperte di neve, la più alta, mi dissi, doveva essere la Rosa dei Banchi. Giunto alle Grange dell’Arietta ammirai sopra di me le cime aguzze e innevate che separano il Piemonte dalla Val d’Aosta, più lontano, dall’altro lato della valle La Torre di Lavina, in basso, sospese sul Piano dell’Azaria, nuvole soffici e bianche, e tra gli alberi il brillio di una cascata. Vidi anche dei camosci, del tutto indifferenti alla mia presenza. E sopra ogni cosa un azzurro senza confini.

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L'antica casa di caccia del re, nel Piano di Azaria. Foto di Giuseppe Mendicino.

Pensai a quei ragazzi, a come dovevano aver sognato il loro futuro, meraviglioso e pieno di possibilità. Tre anni dopo, tanti giovani alpini di quel maggio del ’40 in Val Soana erano morti. Chi sulle Alpi occidentali, chi in Albania, la maggior parte in Russia.

Mussolini aveva dichiarato di volere “qualche migliaio di morti per sedere tra i vincitori al tavolo della pace”. E aveva aggredito una Francia in ginocchio, con i tedeschi ormai vicini a Parigi. La nostra guerra era cominciata così.

Iniziai a percorrere il sentiero che porta a ritroso verso sud, sotto il Colle della Balma; la quota resta per un bel po' la medesima, ma in costante saliscendi su roccia. Quando scesi di quota, vidi sotto di me una rupe isolata che sovrastava, come una grande mano protettrice, il rifugio-santuario di San Besso, dove gli alpini di Rigoni avevano stabilito la loro base per le escursioni sulle vette intorno. Una sera, un alpino innamorato di una delle due maestrine scese di nascosto sino a Campiglia per andare a trovarla. Tornò stanco prima dell’alba e quel giorno c’era da salire in alta quota. Il tenente Suitner non lo punì, ma lo caricò bene di corde e di attrezzi. Da allora i commilitoni lo chiamarono Romeo. Tre anni dopo – Rigoni lo racconta in Il sergente nella neve –, lo incontrerà ancora durante la ritirata dal Don.

Quando la sera era bella, ci divertivamo ad arrampicare in libera sulla Roccia di San Besso, quel grande masso carico di leggende sulla via del passaggio tra il Canavese e la valle di Cogne”. Mi arrampicai anch’io, scelsi un lato né troppo facile né troppo esposto, seguendo le linee naturali della grande roccia. Sulla cima mi sorprese vedere una piccola edicola votiva. All’interno uno strano affresco rovinato dalle intemperie, probabilmente dello stesso autore del dipinto visto in paese: soldati romani, uomini con vestiti ottocenteschi, un bambino in culla. Forse un ex voto.

Il panorama era ampio e pieno di vento. Raccolsi un sassolino di ardesia, e me lo misi in tasca.

Iniziai a scendere per un sentiero ripido e diretto verso il Piano dell’Azaria, seguii poi la stradina verso Campiglia, ancora accompagnato dallo scroscio del torrente. A un certo punto saltai giù tra le rocce, mi tolsi gli scarponi e entrai nell’acqua. I miei piedi, bollenti dopo la lunga escursione, diventarono subito gelidi. Ma era troppo bello, mi sedetti su una roccia rotonda in mezzo al torrente e mi sentii felice.

Due giorni dopo spedii a Rigoni una lettera con le mie impressioni e una dozzina di foto. Passarono una ventina di giorni e ricevetti la sua risposta, con la consueta grafia morbida e leggermente discendente. Mi scriveva: “Le fotografie di Campiglia mi hanno portato malinconia: nel 1940 quel piccolo borgo era pieno di ragazzi e animato da noi alpini, ignari di quello che ci avrebbe aspettato proprio a partire da quella primavera”. Mi spiegò che l’affresco nella piccola edicola rappresentava proprio San Besso che veniva lanciato giù dalla roccia. “Quella dove lei si è arrampicato…” aggiunse. E poi ancora: “Quelle montagne, tra il ’39 e il ’40, le avevo salite tutte!

Non poterono terminare il corso rocciatori: agli inizi di giugno del 1940 arrivò un portaordini in motocicletta con l’ordine di mettersi in marcia verso Castellamonte. C’era forte sentore di guerra. Le ragazze, il parroco, i guardiaparco, le due maestre e i bambini del paese li accompagnarono per un tratto della strada che scende verso Ronco Canavese. Gli alpini promisero di scrivere e di tornare un giorno; e davvero, per molti mesi, giungeranno a Campiglia lettere spedite dalle montagne dell’Albania e dalle steppe della Russia. Ricordare quei giorni felici, davanti al fuoco dei bivacchi, sarà un piccolo conforto in mezzo a tante sofferenze.

Negli ultimi giorni di maggio mi recai in un altro posto caro alla sua memoria: il passo del Piccolo San Bernardo. Rigoni ne parla in Quota Albania e in L’ultima partita a carte. Il passo, a quota 2200 metri, resta aperto quattro mesi all’anno, negli altri è completamente coperto di neve. Era un giorno di cielo terso, con l’azzurro che spiccava contro il bianco brillante delle montagne intorno. Vidi l’ex Ospizio, dove aveva sostato con un gruppo di alpini prima di salire sul monte Miravidi, per portare in salvo alcuni compagni rimasti isolati da giorni in un rifugio a causa delle tormente di neve. L’Ospizio era chiuso e mi sembrò abbandonato da tempo. Più avanti, dopo poche centinaia di metri, mi apparvero le montagne francesi, alte, coperte di boschi, più dolci delle montagne del versante italiano del passo.

Mi fermai nel piccolo e silenzioso paese di Montvalezan, dove Rigoni era entrato, primo soldato italiano, in quel giugno del ’40; così mi aveva raccontato un anno prima. Poi, in una libreria della cittadina di Bourg-St-Maurice trovai Memoire d’automne, un resoconto dell’incontro pubblico tra lo scrittore e giornalisti, studenti, vecchi soldati francesi, avvenuto a Bourg nel settembre del 2001, mai pubblicato in Italia.

Anche questa volta gli inviai fotografie: immagini del Rutor, la magnifica montagna che domina La Thuile, il paese che si attraversa prima di arrivare al passo del Piccolo San Bernardo, della valle di Cogne con il Gran Paradiso. Nei pressi delle cascate della frazione di Lillaz, Rigoni e i suoi alpini si erano accampati durante le loro traversate alpine.

Rigoni mi scrisse: “… quanti ricordi quelle sue foto! Il Rutor l’avevamo scavalcato per il ghiacciaio, e poi in vetta… All’Ospizio del Piccolo San Bernardo avevamo trovato rifugio nella tormenta… Nella foto della Valnontey ho localizzato il luogo dove ho bivaccato e dove la mia cordata è volata giù per il ghiacciaio… a Lillaz, dove andavamo a lavarci… Grazie!

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La Torre di Lavina. Foto di Giuseppe Mendicino.

A fine ottobre ritornai al Piano dell’Azaria. I colori autunnali erano bellissimi, la luce del sole indorava i rami dei larici e si fermava a lampi tra i gorghi del torrente. Ma non c’erano più fiori e camosci. Stavolta ripresi anche la valle e il paese con la telecamera. Portai foto e filmato a Rigoni, pochi giorni dopo. Belle foto, commentò lui, bei colori, ma stavolta non era la valle dei suoi ricordi. “Erano ricordi di primavera i miei” mi disse. Mi domando ancora se si riferisse solo al cambiare delle stagioni o ad altro.

Quando ero prigioniero nel lager nazista ripensavo alla Val Soana come a un paradiso terrestre”. Gli chiesi se in quella valle si era davvero sentito più felice che altrove. “Più tranquillo, più sereno… si arrampicava, si cantava… Nelle foto ho riconosciuto la piazza, la bella fontana, la chiesetta… Ho ritrovato i miei ricordi”.

Gli mostrai il sassolino di ardesia, gli spiegai dove lo avevo raccolto. Mi fece un gran sorriso: “Me lo lascia?” E io, più contento di lui: “Certo! L’ho preso per lei”. Aveva lo sguardo assorto: “Grazie. Lo conserverò insieme ad altre piccole cose… Lei è come se  viaggiasse per me”.

Accettai un caffè. Avevo posto tante domande a Rigoni, con il consueto timore di essere invadente, e colsi i due minuti dell’ottimo caffè per guardarmi intorno: mobili e quadri sobri e di buon gusto, la statua in bronzo del sergente della neve di Murer, in un salotto caldo e accogliente. Poi i saluti.

Sulla porta di casa guardai la piccola campanella con la scritta Perloz-Val d’Aosta. Mi ricordai allora della grolla dell’amicizia lasciata nell’auto. L’avevo portata per donargliela, spiegandogli che era stata portata tanti anni prima da Cogne a Campiglia, e che adesso poteva conservarla tra le sue “piccole cose”. Volevo suonare il campanello ma non lo trovai. Fare rintoccare la campanella? Non me la sentii. Avevamo già bevuto il caffè dell’amicizia e certe cose a ripeterle perdono valore. Così l’appoggiai sulla panca a destra della porta d’ingresso, infilai nel borsone Uomini, boschi e api in versione giapponese che Rigoni mi aveva donato, e mi incamminai senza fretta verso la mia auto.

Mentre cominciava a cadere una pioggia lenta e leggera, guardai la piccola villetta rosa circondata da abeti e larici. Pensai agli alveari che da alcuni anni ormai non c’erano più, alle sue passeggiate dietro casa con Primo Levi e, a malincuore, misi in moto.

Mi tornarono in mente le sue parole, “Lei è come se viaggiasse per me”. Era vero e mi era piaciuto, ma in quel momento capii che avevo viaggiato anche per me.

In copertina, Il santuario di San Besso, a ridosso del Monte Fantono. Sulla cima la piccola edicola votiva. Foto di Giuseppe Mendicino.

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