Pertini e il populismo progressista

25 Aprile 2026

Se il 25 aprile ha una voce ufficiale, è quella di Sandro Pertini che quel giorno del 1945 dai microfoni di Radio Milano Libera proclama l’insurrezione generale a nome del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia (CLNAI) con la celebre intimazione ai nazifascisti: “Arrendersi o perire!”. Certo, la vera voce di quell’aprile è corale, salita dai tanti luoghi della Resistenza ad annunciare la Liberazione. Ma non c’è dubbio che, a risentirla ancora oggi, quella di Pertini è la voce del frontman.

Una grande storia

A trentasei anni dalla morte, e a centotrenta dalla nascita, Sandro Pertini (1896 - 1990), sembra non conoscere oblio. Le iniziative per l’anniversario in corso lo confermano: il settimo presidente della Repubblica (1978-1985), probabilmente il più amato fra i dodici inquilini del Quirinale, rimane una presenza forte nella memoria collettiva. In una mostra molto bella e ricca all’M9 - Museo del ‘900 di Mestre (Pertini. L’arte della democrazia, fino al 31 agosto), i segni di questa persistente popolarità sono raccolti in gran numero, insieme a documenti e reperti che, oltre che della vita (e del suo essere anche un collezionista d’arte, con la presenza di opere, fra gli altri, di Rosai, Mafai, Guttuso, Morandi,  Vedova, Sironi, De Pisis, Manzù, Moore, Tàpies, Pomodoro, donate dal presidente e dalla moglie Carla Voltolina alle Collezioni civiche di Savona), testimoniano della grande storia di cui Pertini è stato protagonista.

Come ci ricorda con ottima sintesi e profondità di analisi un recente volume di Gianluca Scroccu (Sandro Pertini, Salerno editrice, pp. 264), è una storia che comincia in un punto lontano, quasi all’alba del movimento operaio e socialista a fine Ottocento, si sviluppa lungo tutto il Novecento, incrociando i suoi snodi principali: le due Guerre mondiali, il fascismo e il nazismo, la Resistenza e la Liberazione, la nascita della Repubblica e la Costituzione, la Guerra fredda e la ricostruzione italiana, il boom e il primo centrosinistra, le crisi sociali ed economiche, le evoluzioni politiche e istituzionali, compresa la “solidarietà nazionale” e l’avvicinarsi del PCI al governo e le loro convulsioni e contorsioni (le trame stragiste e neofasciste, il terrorismo rosso, gli intrighi piduisti e degli apparati di Stato e quelli mafiosi), i terremoti e le alluvioni, gli episodi eclatanti della cronaca (come Vermicino, o i funerali di Enrico Berlinguer, o le precoci inchieste che anticiparono Tangentopoli), la nascita dell’Europa unita e il tramonto del socialismo reale e, infine, il profilarsi del Duemila.

Pertini c’era, e c’è

Non l’ha visto, Pertini, il nuovo millennio. Ma il modo in cui ha vissuto il tempo che l’ha preceduto, il lungo secolo tra Otto e Novecento che è stato il suo, ce lo rende ancora oggi vicino. Il punto è proprio questo: il modo. Il modo in cui c’era e stava dentro la Storia (comprensiva delle tante storie senza maiuscola ma costituenti il tessuto della reale vicenda umana). Pertini, giovane avvocato, la Grande guerra la combatte. Non aderisce soltanto al Psi ma vi milita, ne diventa dirigente. Non è solo un dissidente dal fascismo, ne è attivo oppositore, viene arrestato, condannato più volte, fugge in Francia, torna in Italia per riorganizzare il partito e preparare un attentato contro Mussolini. Finisce di nuovo in carcere per sette anni e per altri otto al confino. Quando cade il regime torna libero ed è tra i capi della Resistenza combattente a Roma, dove i tedeschi lo arrestano e lo condannano a morte. In extremis, evade di nuovo con Saragat e altri, va al nord a guidare il CLNAI fino al proclama del 25 aprile. È la parte romanzesca della sua vita, condivisa con figure come Turati, Gramsci, Rosselli, Ginzburg e tanti altri, narrata nel noto e avvincente Sei condanne, due evasioni (Mondadori 1970, a cura di Vico Faggi, ora ristampato, con inediti, da NdA Press, pp.384), ma tutta la vasta bibliografia relativa dà conto di tale intensità del rapporto col suo tempo.

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Un Burbero Benefico

La mostra all’M9 documenta la sua popolarità in vita, ovviamente all’apice nel settennato, ma salda anche dopo e grazie a quello stile. Era il presidente, ma era un vivente padre della Patria (Mattarella ne definisce l’opera “il magistero di un padre costituente”), al tempo stesso un monumentale uomo delle istituzioni e un compagno socialista, l’inquilino dei Palazzi più alti e il frequentatore di bar e piazze, il viaggiatore illustre per città e paesi e l’ospite quotidiano di scolaresche e cittadini. Il suo linguaggio ne seguiva il profilo, era aulico e schietto, enfatico e basso, politico e diplomatico e naturalmente pop. La sua immagine stava benissimo nelle foto ufficiali e nei reportage, paludata o informale (come l’istantanea della famosa partita a carte in aereo con Bearzot, Zoff e Causio di ritorno dalla vittoria madrilena al Mundial dell’82), in una striscia di Andrea Pazienza o di altri fumettisti e nel raffinato ritratto letterario di Alberto Arbasino che lo rivede come un “Burbero Benefico”, consapevolmente tale “volendo ridare lustro e prestigio e affetto collettivo a una carica un po’ affranta, appannata e offuscata giacché indossata male da più di un predecessore” e tuttavia, pur nell’apparente eccentricità, “interprete delicato e saggio della Presidenza della Repubblica Italiana, costituzionalmente assai rispettoso delle prerogative e delle cariche in un regime politico che non è un governo presidenziale” (in Ritratti italiani, Adelphi, p. 409).   

Scroccu ricostruisce l’insieme della sua esperienza politica e istituzionale,  rilevando il “rischio di santificazione” e affrontandone i punti controversi come la ripulsa della “socialdemocratizzazione” che, teme, potrebbe snaturare il socialismo italiano, ripulsa che però contribuisce a rallentare l’evoluzione moderna del partito (e in un certo senso di tutta la sinistra) e come la diffidenza verso le “riforme di struttura” propugnate da Riccardo Lombardi all’alba del primo centrosinistra (forse il progetto strategico più innovativo e lungimirante di quella stagione), riforme considerate poco “popolari”. Potremmo aggiungere una certa tendenza a cavalcare opinioni poco garantiste, sia a proposito di indagini sulla corruzione nella pubblica amministrazione o come nel caso “7 aprile”. Atteggiamenti certo apprezzati dall’opinione pubblica ma anche discutibili (pur se spesso “limati” dal suo più fido collaboratore, Antonio Maccanico).

Scroccu rileva come Pertini si trovi più a proprio agio nei ruoli istituzionali, alla presidenza della Camera (1968-1976) e poi della Repubblica. È in tali vesti che può meglio esprimere quel suo tipico doppio registro: il massimo di autorevolezza e il massimo di orizzontale apertura, di disponibilità alla relazione, con i singoli via via incontrati e con “il popolo italiano”, Ad esso si riferisce di continuo elogiandone i pregi e mantenendo un rapporto vivissimo, diretto, che rappresenta anche un ponte tra questo popolo con i suoi volatili e non sempre ottimi umori e i valori della Repubblica e della Costituzione (a cominciare dall’antifascismo, che fa riscoprire attraverso la propria stessa vicenda personale).

In questo senso, le sue esternazioni anche forti si differenziano nettamente da quelle dell’ultimo Cossiga, suo successore (1985-1992). Pertini non “piccona” la Repubblica, ne denuncia i limiti, le incompiutezze, i tradimenti che subisce da parte di uomini infedeli o non all’altezza. Cossiga spesso li copre, in realtà, questi lati d’ombra e la sua parola eclatante finisce per distrarre, per aggiungere torbidi piuttosto che ridare luce ai valori costituenti a cui tornare facendone semmai il perno di ulteriori, necessarie evoluzioni.

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Popolare o populista

“Pertini fu più popolare che populista,” scrive Scroccu (p.17). L’obiettivo di Scroccu è, ovviamente e giustamente, quello di respingere la critica implicita nell’accusa di “populismo”. Oggi, e in fondo anche allora, aveva a che fare con la manipolazione delle masse, in chiave regressiva se non reazionaria. In questo senso, l’affermazione è condivisibile. Ma forse si può andare oltre e intorno a questo punto provare a riscoprire un lato dell’esperienza e dello stile di Pertini molto utile proprio oggi, di fronte al difficile rapporto tra popolo e istituzioni e tra popolo e sinistra democratica. Da molte parti, ora, si rileva la necessità di una sorta di “populismo” di sinistra, preso atto che quello di “destra”, grazie anche a scelte compiute dalla sinistra di governo, ha dilagato proprio in ampi settori delle classi popolari. In ciò, è stato agevolato sia dalla vasta dismissione degli storici insediamenti delle forze di sinistra nelle aree popolari sia dall’aggressiva capacità delle destre di intervenirvi attraverso i media più potenti (come le tv generaliste e quelle locali, spesso in mano di cloni del Berlusconi maggiore) e, più di recente, dall’uso spregiudicato e manipolatorio dei social media. Demagogia in purezza, con la sistematica deviazione di tensioni e disagi verso capri espiatori individuati quasi sempre nei migranti, l’esasperazione della cronaca nera e dei casi più cavalcabili politicamente, una narrazione che privilegia l’attacco all’Unione europea e allo Stato che “mette le mani in tasca” con le tasse eccetera. Insomma, tutto il pacchetto del leghismo-berlusconismo-melonismo speziato di sovranismo-suprematismo. Non ci facciamo mancare niente.

O forse sì, appunto, forse manca una sinistra democratica capace di essere “populista” in senso progressista, cioè di evocare valori e obiettivi che rispondano a bisogni e interessi delle più vaste classi popolari, quelle costituite dal lavoro dipendente e dal lavoro precario, anche intellettuale, dai pensionati, dal piccolo e medio commercio e artigianato e dalla piccola impresa, nonché da chiunque identifichi in questa componente della società, peraltro maggioritaria, la base fondamentale della nostra democrazia e, dunque, si preoccupi della sua condizione materiale ed emotiva e delle sue dinamiche interne, dei suoi orientamenti.

È qui che, alla sinistra, può tornare utile l’esperienza di Pertini per riscoprire il “populismo” sotto un altro profilo. Pesa, nella lettura del fenomeno, la critica radicale che a sinistra se ne è fatta per decenni, salvo ricorrentemente cedere all’imitazione delle destre per rincorrerne il consenso e cercare di tornare a sintonizzarsi con gli umori popolari (magari pessimi, ignorando, per dire, lo sguardo critico che vi ficcò l’ultimo Pasolini, verificandone la “mutazione antropologica” o, di recente, lo sguardo e il racconto di un Walter Siti). Tuttavia, all’inizio, il populismo era ben altro, “l’andata verso il popolo”, magari ingenua o velleitaria ma capace di mettersi in ascolto, di tessere relazioni, costruire presidi, servizi, attività. Di parlare in modo comprensibile, nella forma e nei contenuti. Populismo non significa necessariamente parlare come Salvini o Meloni, o come Trump o Bardella e camerati vari.

Commentando il classico saggio di Franco Venturi sul populismo russo (Einaudi 1952, ora Mimesis 2021), Isaiah Berlin (Il riccio e la volpe, 1953, Adelphi 1998) sottolinea il carattere certo ingenuo e ambivalente di quel movimento, ma ne salva le premesse etiche, le istanze socialisteggianti e libertarie e, in certi leader e pensatori come Cernysevskij, Lavrov, Michajlkosvskij, le aperture e le visioni lungimiranti. “Ci si può domandare se sia lecita la disinvoltura con cui ancora oggi si sbarazzano del populismo sia gli storici comunisti sia quelli ‘borghesi’”, scrive Berlin.

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Si ricorderà, quanto all’Italia, anche la polemica dell’Asor Rosa di Scrittori e popolo, (1965) contro Gramsci e il PCI populista, contro Carlo Levi e Pasolini (polemica una cui coda giungerà fino alla Storia della Morante, Einaudi 1974). La discussione, in effetti, è condizionata dall’equivoco che assimila i populisti storici a molti degli attuali. In realtà, costoro non sono “populisti”. Sono demagoghi, con l’insistente ricorso al linguaggio della violenza, dell’insulto, dell’autoritarismo, dell’esclusione, della xenofobia, del razzismo, della riproposizione torva di “dio patria famiglia” e di ogni altro armamentario fascistoide. C’è una differenza radicale tra i populisti storici e i demagoghi attuali. I primi erano disposti a farsi fagocitare dal popolo, e a caderne vittime, per ingenuità, sincerità di vocazione, generosità umana e politica. I demagoghi, invece, il popolo lo manipolano sempre, cercano sempre di usarlo, di strumentalizzarlo, subordinandolo ai propri interessi materiali e politici.

Il primo compito di chi voglia riprendere il filo di un’iniziativa democratica e progressista, capace di integrare equità sociale, diritti civili, politiche di risanamento ambientale e riconversione e sviluppo economico sostenibile e solido - senza escludere da tutto ciò i migranti e, anzi, facendo della loro condizione e dei loro diritti di cittadinanza la cartina di tornasole sullo stato di salute civile della nostra democrazia - è di confrontarsi concretamente con la realtà del ”popolo” attuale, soprattutto con chi vive oggi in una situazione di marginalità e fragilità economica e culturale, di perifericità sociale e urbana, di solitudine umana e politica. E, accompagnandone politicamente i destini, contrastarne le derive interne aizzate o esasperate dai demagoghi e dai loro media.

La voce di Pertini

Pertini sapeva parlare a questo popolo travagliato dalle mutazioni e dalle nuove contraddizioni. Sapeva anche farsi rispettare e amare. Forse, nella lezione e nell’eredità del suo linguaggio nitido, del suo stile caldo, della riproposizione costante e sincera, credibile, di valori che sono poi alla base della nostra Costituzione, c’è la possibilità di ritrovare la connessione con quel popolo e di farsi tramite tra le sue istanze, le sue speranze, e un programma democratico e progressista all’altezza dei tempi, dentro le storie e dentro la Storia.

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