Tutti i Van Gogh di Kröller-Müller

5 Ottobre 2026

“È convinzione antica e buona che la nostra vita sia il cammino del pellegrino: siamo stranieri su questa terra, eppure non siamo soli, poiché il nostro Padre è con noi. Siamo pellegrini, la nostra vita è un lungo cammino, un viaggio dalla terra al cielo”.

Vincent van Gogh è a Isleworth, in Inghilterra. Ha ventitré anni, e inizia con queste righe il suo primo sermone in inglese, che pronuncia la domenica del 29 ottobre 1876, alla chiesa metodista wesleiana di Richmond. Lo trascrive in una lettera al fratello Theo, in cinque fitte pagine, nelle quali allude più volte a Il cammino del pellegrino, il romanzo allegorico di John Bunyan (1678). La storia della sua vita è nota: dopo gli anni alla Goupil e un periodo di passione religiosa, a ventisette anni decide di diventare pittore. Ma cosa è che accompagna e orienta il viaggio artistico di Vincent?

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Da sinistra, Vincent van Gogh, Viale di pioppi al tramonto (1884), Pini al tramonto (1889), foto © M. Guzzoni.

  

La mostra Van Gogh, tutti i nostri dipinti, aperta al Kröller-Müller Museum di Otterlo (fino al 3 gennaio 2027), propone una nuova risposta: “Fede, speranza e amore”. Le tre virtù teologali che Vincent cita in quel sermone giovanile ispirano le tre sezioni che ci guidano in questa grande mostra, curata da Renske Cohen Tervaert. È la prima volta dal 1984 che il Kröller-Müller Museum espone tutti gli 88 dipinti di Van Gogh della sua collezione (e non circa quaranta come al solito). Si tratta della seconda collezione più grande al mondo dell’artista olandese, messa insieme dalla fondatrice del museo, Helene Kröller-Müller, all’inizio del Novecento. “Un evento raro, è quasi impossibile fare una presentazione di tutti i dipinti di Van Gogh”, spiega Benno Tempel, il nuovo direttore del Museo. In primo luogo il Museo fa ricerca, e questi quadri sono spesso “sul tavolo della nostra squadra di curatori e conservatori”; un altro aspetto è che “abbiamo il dovere di prestare opere, e anche questo è un obiettivo importante”. Un evento eccezionale dunque, per uno dei musei più belli d’Olanda, incastonato nel magnifico Parco Nazionale De Hoge Veluwe. C’è molto fermento qui: l’anno prossimo inizieranno i lavori per rendere l’architettura esistente più sostenibile, mentre la costruzione di un ampliamento degli spazi museali è prevista per il 2028, su progetto dell’architetto giapponese Tadao Ando, e dello studio MVSA Architects.  Sarà dedicato alla contemporaneità, e realizzato quasi tutto sottoterra, con aperture luminose dall’alto, per non alterare il paesaggio del Parco e armonizzarsi con l’architettura esistente.

“Una delle cose che più mi colpisce nell’opera di Van Gogh”, racconta Renske Cohen Tervaert, “è che con soggetti molto personali, egli è riuscito a portare un messaggio universale a tutti noi… Sapeva quale era la forza dell’arte, una missione per lui... E le tre virtù, fede, amore e speranza riflettono la sua storia, ma non solo, sono i tre pilastri che sono intimamente legati alla sua filosofia di vita”. Con questi presupposti, la mostra non segue il solito schema cronologico, al contrario, presenta lavori del periodo olandese accanto a quelli del periodo francese, che ben ci mostrano la forza della sua poetica, con qualunque tavolozza. Viale di pioppi al tramonto, dipinto nel 1884 con i colori della terra, ci accoglie in mostra accanto a Pini al tramonto, inondato di giallo, del 1889; i covoni olandesi del 1885 sono accanto a quelli provenzali del 1889. Il postino Roulin, il grande amico di Arles di Vincent, dialoga con I mangiatori di patate, il primo capolavoro di Nuenen. Dopo anni di lavoro, dopo centinaia di tele, il sentimento che anima le sue opere è sempre lo stesso, l’amore di Vincent per la natura, per la gente semplice, ci parla allo stesso modo.

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Da sinistra: Vincent van Gogh, Covoni di Grano (1885); Contadine che raccolgono patate (1885); Covoni in Provenza (1888); Covone sotto un cielo nuvoloso (1889), foto © M. Guzzoni.

Il Buon Samaritano          
Un uomo dalla barba rossiccia è ritratto quasi di spalle, mentre carica un viandante sul suo cavallo. Lo sforzo è visibile, la schiena inarcata, il piede destro puntato a terra. Il viandante è senza forze, il corpo inerte, ferito, ha una benda in testa. Da una piccola litografia in bianco e nero, un d’après dal Buon Samaritano di Eugène Delacroix che aveva appeso in camera sua, Vincent dipinge una grande tela a colori, di 73×60 centimetri. “Ho anche provato a fare una copia del Buon Samaritano di Eugène Delacroix”, scrive a Teo il 2 Maggio 1890, dall’ospedale psichiatrico di Saint-Rémy de Provence. Non abbiamo altri commenti, ma in quel periodo così difficile, dopo varie crisi, Vincent aveva iniziato a ‘tradurre a colori’ alcune opere dei suoi artisti preferiti: paragonava i suoi sforzi a quelli di un violinista che interpreta Beethoven. E noi ci troviamo qui avvolti in questa grande sinfonia in blu, dove tutto pulsa, partecipa – la natura, le montagne, il cavallo, i due uomini vibrano all’unisono. Blu, tormento e pace, scriveva Goethe nel 1810, nella sua Teoria dei colori, un’unione di inquietudine e di quiete.

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Vincent van Gogh, Il Buon Samaritano (da Delacroix) (1890), e Benno Tempel, foto © M. Guzzoni.

Questa straordinaria tela apre la sezione dedicata all’amore, ma in questo caso le tre virtù teologali sembrano coincidere. La fiducia incrollabile di Theo, che diventa qui il suo salvatore; la speranza di Vincent di stare meglio tornando al nord, il suo amore per l’arte. Uno dei rari quadri a soggetto religioso oggi riacquista il suo pieno splendore, ripulito dalla vernice che lo aveva ingiallito, e dai residui di resina della rifoderatura degli anni ’70. “È questo aspetto di ricerca e di conservazione che è uno dei fondamenti del nostro museo”, commenta Benno Tempel. Anche la cornice è stata restaurata. Ha un’importanza storica, è una delle sei rimaste; fu commissionata da Helene per tutti i suoi Van Gogh, e disegnata da Jacob van den Bosch nel 1910. Negli anni ’50, furono introdotte cornici più moderne, ma a cavallo del nuovo millennio il museo decise di tornare all’originale di Van den Bosch e fece realizzare delle repliche. “In tutto il mondo i quadri di Vincent della nostra collezione sono subito riconoscibili dalla cornice”, precisa Tempel. E in un periodo in cui il dibattito sulle cornici museali è aperto, questo è un dettaglio non trascurabile.

Il ponte di Langlois, ‘una nuova arte del colore’

“Credo nell’assoluta necessità di una nuova arte del colore, del disegno e – della vita artistica. E se lavoriamo con questa fede, mi sembra che vi sia la possibilità che le nostre speranze non vadano deluse”, scrive Vincent al fratello il 16 marzo 1888, pochi giorni dopo il suo arrivo ad Arles. Con questo credo affronta il periodo più felice della sua vita, dove le scene più semplici si trasformano in qualcosa di straordinario: “Un ponte levatoio su cui passa una piccola carrozza che si staglia su di un cielo azzurro – il fiume anch’esso azzurro, rive arancioni con del verde, un gruppo di lavandaie con bluse e cuffie multicolori”.

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Vincent van Gogh, Ponte ad Arles (Il ponte di Langlois) (1888).

Per Helene quest’opera, che apre la sezione Speranza, “è una delle più belle, più potenti, più cristalline”. La carrozza a cavallo con il suo guidatore sono in un punto privilegiato dell’opera, al centro del ponte che sicuramente gli ricordava l’Olanda. Un ponte anche metaforico, un attraversamento, uno spartiacque, un credo. Il pittore sente più che mai il dovere di proseguire nella ricerca artistica, di parlare alle generazioni future attraverso l’arte. L’arte procede così, lo scrive più volte, “gli artisti vanno avanti passandosi la fiaccola, Delacroix agli impressionisti ecc. ...”

La passione di Helene per l’arte di Vincent

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Vincent van Gogh, Ai margini del bosco (1883), foto © M. Guzzoni.

A questo punto torno indietro a cercare la piccola tela che ha dato il via alla collezione dei Van Gogh di Helene Kröller-Müller. È Ai margini del bosco (1883), un dipinto silenzioso, al crepuscolo, uno dei primi studi ad olio di Vincent, passa quasi inosservato. Ci invita a inoltrarci in solitudine nel cammino della nostra esistenza... Helene da ragazza aveva amato autori come Schiller, Lessing, Goethe e Spinoza, ma aveva letto anche Dante.

Lo acquista nel 1908, nel mezzo del cammin della sua vita, per soli 110 fiorini: il prezzo più basso di tutti i suoi acquisti successivi. Moglie del ricchissimo industriale Anton Müller, e madre di quattro figli, Helene aveva fino ad allora collezionato mobili antichi, arte asiatica e ceramiche, per la loro grande casa all’Aia. Ma qualcosa cambia nel 1906. Prende lezioni d’arte moderna da Henk Bremmer, e scopre Van Gogh. L’eminente studioso e insegnante afferma che “L’Arte è quella che evoca un’emozione, ed è fatta con l’intenzione di evocare un’emozione”. Le sue lezioni appassionate sulla vita e sull’opera di Vincent impressionano Helene, che ben presto lo nomina suo consigliere artistico. Pochi mesi dopo acquista per 4.800 franchi Quattro girasoli appassiti (1887), un’opera dirompente del periodo parigino, che diverrà un simbolo del pittore olandese.

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Vincent van Gogh, Quattro girasoli appassiti (1887), foto © M. Guzzoni.

La collezione cresce rapidamente. Nel 1912 la coppia, in viaggio a Parigi con Bremmer, fa man bassa dei Van Gogh sul mercato della capitale francese, quindici opere in due giorni, mettendo in subbuglio i galleristi. Tra maggio e novembre dello stesso anno, altri dodici dipinti di Van Gogh entrano nella collezione, compreso Vecchio disperato (‘Alle porte dell’eternità’), esposto alla rivoluzionaria mostra del Sonderbund a Colonia, un evento dove i Müller prestano ben venticinque opere dell’artista. Per questo dipinto Anton pagherà a Paul Cassirer la somma più alta, 30.000 marchi (circa 37.000 franchi), una somma da capogiro per i tempi.

Ormai la via è tracciata, non c’è tempo da perdere. L’anno prima, infatti, Helene aveva subito un delicatissimo intervento chirurgico, e aveva deciso che se fosse sopravvissuta, avrebbe fondato un museo, “un monumento alla cultura”, da donare al popolo olandese. Il suo nucleo pulsante sarebbe stato l’opera di Van Gogh, come “una delle grandi menti dell’arte moderna”, un artista capace di evocare “emozioni estetiche”, come diceva Bremmer. Grazie ai suoi costanti consigli, dieci anni dopo la collezione dei Müller vanta opere straordinarie che rappresentano tutte le fasi della produzione di Vincent, oltre a dipinti dei maestri contemporanei come Renoir, Millet, Weissenbruck, Seurat, Gauguin, Redon, Picasso, Mondrian e molti altri. Negli anni venti Helene organizza conferenze, mostre, attirando un vasto pubblico. In questo modo contribuisce fortemente al riconoscimento dell’opera di Vincent e alla diffusione dell’arte moderna in Olanda. Ispirandosi alle idee di Bremmer, elabora anche una propria teoria sull’evoluzione dell’arte moderna, parlando di ‘realismo’ e ‘idealismo’, e mettendo a confronto le opere della sua collezione a due a due. Van Gogh però, il suo preferito, occupa un posto speciale. È “uno dei grandi spiriti dell’arte moderna”, e sfugge a qualsiasi categorizzazione. Sono passati più di cent’anni: aveva ragione. Il suo sogno diventa realtà nel 1936, con l’apertura del museo, di cui sarà la prima direttrice, per solo un solo anno. Ormai debolissima, muore nel 1937. Il catalogo del museo riporta una foto storica in bianco e nero con la sua bara nella sala centrale attorniata da ‘tutti i suoi Van Gogh’– ben 85 di quelli che vediamo oggi in mostra sono stati voluti da Helene, un’eredità straordinaria.

Van Gogh, All Our Paintings
Kröller-Müller Museum, Otterlo
15 settembre 2026 – 3 gennaio 2027

L’articolo è stato pubblicato su Artlyst, il 22 settembre 2026.

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In copertina, Vincent van Gogh, Vecchio disperato (‘Alle porte dell’eternità’) (1890), foto © M. Guzzoni.

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