Chi ha scoperto i dinosauri?

31 Luglio 2026

Londra, Crystal Palace, notte di Capodanno del 1853. Nel suo ampio atelier, lo scultore Benjamin Waterhouse Hawkins ha organizzato una sontuosa cena per gli scienziati inglesi più famosi, la star è l’anatomista Richard Owen. L’allestimento è di assoluta originalità, il ventre di un gigantesco iguanodonte, uno dei primi tre dinosauri appena riemersi da un lontanissimo passato. Hawkins sta preparando le sculture di animali preistorici per la grande mostra che si sarebbe inaugurata all’inizio dell’estate (destinata a rivelarsi un successo senza precedenti, con decine di migliaia di stupefatti visitatori). Quanto accade quella sera, come afferma lo scrittore americano Edward Dolnick in A cena con il dinosauro (edito da Aboca), ha un chiaro significato: è il momento in cui per l’ultima volta scienza e religione possono ancora pensare di andare d’accordo. O anche: è l’estrema occasione in cui si può accettare l’idea di un universo ordinato presieduto da una divinità benevola, che ha accolto nel suo piano anche i dinosauri. Muovendosi sul filo dell’ironia: il banchetto festoso si traduce in una vera e propria “Ultima cena”. Dietro l’angolo c’è la “bomba”: la pubblicazione dell’Origine delle specie, nel 1859. Ovvero la dimostrazione che, come scrisse uno dei primi critici di Charles Darwin, “per costruire una macchina bella e perfetta non è necessario sapere come costruirla”. Giocando col titolo, potremmo dire che è Darwin, di fatto, a sparecchiare quella tavola. Con colpi in serie dimostra che le specie cambiano “in risposta al qui e ora” e non “per obiettivi lungimiranti”; che gli esseri umani non hanno un ruolo speciale nel racconto della vita naturale e che, soprattutto, nessuno comanda, “tantomeno Dio”.

Tra le numerose strade che sono state percorse per avvicinarsi alla rivoluzione darwiniana, Dolnick ne sceglie una originale: la scoperta dei dinosauri – operazione tutta britannica, favorita anche dalle intense attività di scavo indotte dall’industrializzazione – ha avuto un certo peso nel preparare il terreno alla (dagli scienziati inglesi) detestata teoria dell’evoluzione. Potremmo spiegare così quello che è accaduto: ogni ritrovamento di un osso fossilizzato appartenente a creature preistoriche, col relativo entusiasmo che ne deriva, corrisponde a una spallata all’architettura della natura immaginata dalla Bibbia. Ma gli scienziati coinvolti – soprattutto chi ha una cattedra a Oxford o a Cambridge è spesso anche un uomo di Chiesa – anche se si accorgono di quanto accade (non è sempre detto, però), fanno finta di niente e cercano di aggiustare la teoria generale, riformulandola. In altre parole: pensano di salvare il modello, nello stesso istante in cui lo fanno a pezzi.

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Chi sono i protagonisti della scoperta? Dolnick mette a fuoco quattro nomi. Il primo è sorprendente. Si tratta di Mary Anning una giovane donna di provincia, senza nessun percorso di studi ufficiali alle spalle. Di famiglia povera, vive in una piccola località di mare sul canale della Manica, Lyme Regis, dove si dedica alla raccolta di fossili che vende ai turisti. Il suo occhio ha dello straordinario: mettendo insieme le ossa sparse che trova incastrate nella scogliera, ricostruisce lo scheletro di un animale che vagava nei mari simile a un delfino. Gli scienziati, quando lo scheletro viene trasferito al National History Museum di Londra, lo chiamano ittiosauro. Qualche anno dopo, recupera le ossa di un altro rettile marino, definito plesiosauro. Né l’uno né l’altro sono dinosauri, ma sono creature la cui esistenza risale a duecento milioni di anni fa. Sempre a lei, spetta la scoperta di una terza creatura, un rettile volante, lo pteurosauro. Nonostante i meriti, Anning ha due difetti: è una donna e non ha background accademico. Gli scienziati più in vista la consultano, ma le è interdetta la partecipazione a qualsiasi occasione ufficiale. La sua non è un’esistenza facile. Henry De la Beche, un amico geologo e artista, per aiutarla, realizza la prima immagine di animali preistorici in movimento (“Devon in Ancient Time”) che, sconvolgendo il pubblico, ottiene grande successo: tutti i proventi della vendita le sono destinati. Si muove anche lo stato, che arriva a concederle un sostegno annuo di 25 sterline, non è molto, ma anche in questo caso Anning apre un’epoca: è la prima donna a ricevere un sostegno governativo per la ricerca scientifica. Però, nei momenti importanti, Anning non esiste. Quando nel 1824 viene presentato il plesiosauro alla Geological Society of London è William Conybeare, reverendo e geologo, che si assume la paternità della scoperta.

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Il secondo protagonista di questa storia è William Buckland, il primo professore di geologia a Oxford che è anche ministro del culto. Nel 1824 annuncia la scoperta del megalosauro (la “lucertola gigante”), destinato, anni dopo, ad essere il primo dinosauro mai identificato. Buckland non passa inosservato, anzi è un vero personaggio, che abbina atteggiamenti da “clown erudito” (le sue lezioni sono spettacoli, che spesso si svolgono fuori dall’aula) ad abitudini da “negromante” (la sua abitazione è piena di reperti anatomici, uno sciacallo vi circola libero, agli ospiti è solito far assaggiare la carne di qualunque animale). Gli si attribuisce un gesto clamoroso: aver mangiato il cuore di Luigi XIV lasciando esterrefatto il nobiluomo che lo aveva in suo possesso e glielo aveva mostrato. Tra le sue scoperte ce n’è una di grande importanza, la grotta di Kirkdale, dove le iene ancestrali avevano trascinato centinaia di resti degli animali di cui si erano nutrite. Nel corso della sua vita – nonostante la convinzione che la scienza debba esplorare le meraviglie create da Dio – progressivamente si mette alle spalle l’idea che il diluvio universale sia in accordo con le scoperte geologiche. Accetta invece l’intuizione dello scienziato svizzero Louis Agassiz, secondo cui sono stati i ghiacciai a cambiare la fisionomia della superficie del pianeta. Gli ultimi sono per lui anni difficili: Buckland dà segni sempre più evidenti di follia e muore in manicomio. C’è chi – analizzando i suoi sintomi – ha pensato alla sindrome della mucca pazza contratta per via delle sue paradossali scelte alimentari. Gideon Mantell – il terzo scopritore di ossa preistoriche – è un medico con la passione della geologia. Ha umili origini, il padre è un ciabattino. Gli si attribuiscono le scoperte di due dinosauri: l’iguanodonte (il “dente di iguana”) e l’ileosauro (la “lucertola dei boschi”). La sua non è una vita facile, anche su di lui pesa il non essere inserito nell’establishment universitario. Dopo il trasferimento a Brighton e il tentativo fallito di trasformare la propria abitazione in un centro di studi paleontologici con museo annesso, la moglie, esasperata, lo abbandona insieme ai quattro figli. Il caso gli gioca contro. Ha un incidente che gli lede la colonna vertebrale semiparalizzandolo. Owen lo umilia in pubblico, la comunità scientifica lo dimentica.

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Su un aspetto Buckland e Mantell concordano: i sauriani (non esiste ancora il termine dinosauro) erano “residui di mondi antichi”, e, “plasmati dalla mano di Dio”, vivevano in “una felicità perfetta”: entrambi rifiutano l’idea di un mondo dominato dalla lotta e dalla violenza. Insomma, avrebbero potuto anticipare Darwin di qualche decennio, ma non riescono ad andare oltre la prospettiva del loro tempo: per i vittoriani la natura è un luogo di armonia dove trovare conforto, farne parte è un modo per onorare Dio. Queste convinzioni spiegano lo straordinario interesse per la natura degli inglesi dell’Ottocento, testimoniato dalle innumerevoli collezioni di erbe, insetti, farfalle; e dall’esorbitante quantità di felci, di orchidee, di aspidistre, di gabbie di pappagalli, di acquari che riempiono le case. Certamente l’apparizione dei dinosauri ha dato uno scossone non da poco a questa visione consolante. Che animali erano? La presenza di carnivori lascia intendere che molti dinosauri fossero per istinto aggressivi. Ma c’è soprattutto un’altra questione. Dove sono finiti? Possibile che siano tutti scomparsi? L’idea di estinzione non è facile da accettare. In qualche modo sembra suggerire che la creazione divina abbia dei difetti e questo “offende la ragione”, oltre a mettere in forse il concetto di “scala naturae”, il modello di un universo gerarchicamente ordinato una volta per tutte. Prima di riassestare lo schema, per alcuni anni, i vittoriani se la vedono brutta. Il caos universale sembra allungare i tentacoli: sono esistiti animali che non si vedono più, e, cosa ancora più sconvolgente, in quella remota distanza non circolavano esseri umani. Il passato perde misurabilità e diventa profondissimo e inquietante (da più di un secolo lo avevano cominciato ad affermare alcuni astronomi come Edmond Halley e William Herschel, il primo a studiare la velocità della luce e a contare gli anni in milioni; più recentemente lo ha ribadito il geologo Charles Lyell: la terra è stata plasmata da cambiamenti lenti e graduali). Né si può pensare di continuare a procedere come si è sempre fatto, attribuendo cioè le ossa gigantesche che si ritrovano nei campi non a qualche antico animale, ma a generazioni di giganti. Una via d’uscita sembrano invece fornirla i continui arrivi in Europa di animali che nessuno aveva mai visto prima o di cui si parla soltanto in fonti antiche – il canguro a fine Settecento, la giraffa che circola per Parigi all’epoca di Carlo X. Forse anche gli animali preistorici non si sono estinti, ma vivono in qualche terra inaccessibile. La speranza convive però con l’imbarazzo: l’enorme serie di “nuovi animali” rende infatti sempre meno plausibile la storia dell’arca di Noè. Come avrebbe potuto contenere tutti quegli animali? È per questa via che si arriva a una svolta. A metà Ottocento, geologi e paleontologi affermano che la Bibbia non deve essere letta in modo letterale ma metaforico. Vale a dire: la religione si serve di un altro linguaggio. Contemporaneamente, però, è anche un’ammissione: le storie della Bibbia sono fiabe da leggere tra le righe.

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Il francese Georges Cuvier, probabilmente il più grande scienziato europeo di inizio Ottocento, dà il suo contributo alla crisi delle certezze, quando sostiene che l’estinzione è un dato di fatto e mammut e mastodonti sono scomparsi per sempre. Né sembra più rassicurante affermando che le specie non cambiano – come sostiene il suo rivale Lamarck – ma sono periodicamente distrutte da calamità naturali. Infatti, a suo dire, la specie – secondo il concetto di archetipo platonico – è “una caratteristica permanente e immodificabile del mondo” e “non può trasformarsi in un’altra”. Agli inglesi però non basta che sia smontata la teoria dei “transmutazionisti” francesi (ovvero i detestati evoluzionisti, Buffon e Lamarck), quello che desiderano è essere rassicurati. Dio deve tornare al suo posto. L’uomo giusto per questo scopo è il quarto protagonista della storia raccontata da Dolnick, Richard Owen, anatomista con una vita spesa nella ricerca presso il mirabolante l’Hunterian Museum di Londra. Owen è un grande scienziato, capace di ricostruire uno scheletro partendo da frammenti a prima vista insignificanti. Molti i suoi meriti. Innanzitutto quello di aver messo insieme i rettili scoperti da Buckland e Mantell e di aver attribuito loro il nome di dinosauri, unendo due parole greche, deinos, “terribile” (ma nel senso di “formidabile” e “spaventoso”), e sauros, “lucertola”. Come riesce ad accomunarli? Megalosauro, iguanodonte e ileosauro, afferma, sono animali terrestri dotati di cinque vertebre fuse insieme e di “zampe grandi e solide come colonne”. La condizione delle vertebre dimostra che fossero animali terrestri: per camminare la colonna vertebrale doveva essere rafforzata. Owen trasforma anche la fisionomia degli antichi animali. Se per Mantell l’iguanodonte era un lucertolone che poteva arrivare a sessanta metri di lunghezza, per Owen misurava al massimo otto metri e mezzo e si drizzava sulle zampe posteriori. Fin qui il suo contributo più importante. Poi c’è la zona d’ombra, o almeno quella che oggi ci appare tale: Owen non crede all’evoluzione. A suo dire, il fatto che i dinosauri non siano organismi primitivi ma complessi e sofisticati, dimostrerebbe che Dio ha sì creato le varie specie dal nulla, ma perfette. Quindi ha stabilito le regole che avrebbero definito il loro progressivo cambiamento. Nulla però avviene casualmente. Dio ha stabilito degli archetipi, cioè delle strutture comuni tra i viventi, di cui i resti ossei costituiscono la prova indiscutibile. E, in questo percorso, una è la certezza assoluta: l’umanità è il vertice della creazione. Di fatto, sono le parole che chiudono la carriera di Owen.

Conclusioni? Questa storia, affascinante e ben raccontata, ne ha due. Primo epilogo: la statua di Richard Owen, che si trovava in posizione dominante nel Natural History Museum di Londra, ora non c’è più; al suo posto c’è la statua di Charles Darwin. Secondo epilogo: se coloro che hanno scoperto le antiche forme di vita preumane hanno fatto tutti una brutta fine e sono stati in gran parte dimenticati, i dinosauri non sono passati di moda: i loro enormi corpi, che si sono da poco coperti di piume e di colori, continuano ad emanare un indiscutibile fascino. Ma c’è un altro motivo, che gioca a loro favore: l’aver fatto “una fine invidiabile”. Come scrive Dolnick, “dopo aver regnato incontrastati per cento milioni di anni …sono svaniti senza preavviso, senza presentimenti e senza indugi, spazzati via da un cataclisma che ha avuto effetti su tutto il globo”.

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