Desmond Morris oltre lo zoo umano
A suo dire, se non ci fosse stata la palla di cannone di Napoleone, Desmond Morris non sarebbe diventato un appassionato etologo e zoologo. Il fatto è raccontato nel suo libro più autobiografico, Un cervo in metropolitana, ed ha come protagonista il trisavolo James Morris, che, combattendo in Spagna, subisce l’amputazione di un braccio per un colpo sparato dall’artiglieria francese. Non potendo più dedicarsi ai lavori agricoli, James diventa un libraio, permettendo poi al figlio William, fondatore del primo quotidiano popolare inglese, di mettere insieme una corposa biblioteca di storia naturale. Quel poco che si salva della raccolta, accuratamente riposto in un baule, viene ritrovato dal pronipote, cioè Desmond Morris, nella soffitta della sua abitazione. E qui, insieme a un microscopio in ottone e a una serie di minerali e di fossili, il giovanissimo Morris rinviene uno strano libro del XVII secolo, Anatomia Comparata di Stomaci e Intestini Principiata, scritto dal fisiologo Nehemiah Grew; libro che ha il potere di fargli apparire la storia naturale “meravigliosamente inquietante”, ma anche “molto divertente”. Non è una scoperta che arriva dal nulla. Desmond è cresciuto in mezzo agli animali, la casa e il giardino ne sono pieni, anche grazie alla silenziosa tolleranza della madre. Il “regno della biologia” è il mondo in cui trova rifugio nelle sue lunghe giornate solitarie, trascorse a fianco del padre gravemente malato. Il mondo lo respinge. Attorno a sé ha la guerra, studiare gli animali gli sembra l’unico modo per tornare ad apprezzare gli esseri umani. La lettura del libro di Grew gli mostra la strada: per capire gli animali non è necessario portarseli in casa, ma bisogna osservarli nel loro ambiente naturale, studiandone il comportamento. Lì nasce l’etologo.
Al college, negli anni successivi, si forma invece lo zoologo, complice l’incontro con l’eccentrico professor “Ranuncolo”, che gli fa capire come il lavoro dello scienziato non consista nel dare risposte su tutto, ma nel farsi le giuste domande. È questo insegnante stravagante e irrispettoso di ogni regola che lo spinge a scrivere le sue prime osservazioni sul comportamento dei rospi. Ma gli animali non sono il suo unico interesse. Nel 1944, anche per il piacere di distinguersi dai gusti medi dei suoi compagni di scuola, Morris scopre il surrealismo. Ha letto un saggio di Max Ernst e lo ha folgorato una frase: “Il surrealismo ha dischiuso un orizzonte visivo il cui unico limite è la capacità di eccitazione nervosa della mente”. Da quel momento, per tutta la vita, affianca lo studio del mondo naturale alla pittura, con buoni risultati: nel 1948 alcune sue opere appaiono in una mostra londinese a fianco di quelle di Mirò. Non è certamente la vanità a muoverlo. Dipingere, ammette, gli dà la possibilità di esprimere il suo versante irrazionale, di far parlare l’inconscio, di “esprimere le inquietudini”. Disegnare, inoltre, gli permette di capire meglio gli animali. E poi, come testimoniano i quadri che fa realizzare allo scimpanzè Congo e che perfino Picasso arriva ad ammirare, l’arte è uno degli aspetti che accomunano i viventi. Non solo. L’arte diventa un modo per studiare il comportamento umano: in La scimmia artistica ripercorre le tappe dell’evoluzione artistica lungo un arco di tre milioni di anni; mentre In posa. L’arte e il linguaggio del corpo affronta il tema della gestualità attraverso l’arte figurativa.

Osservandoli a distanza di anni, gli anni del college secondo Morris sono stati importanti anche per un altro motivo: lì si è definita la sua personalità. Sono emerse le sue due nature, a prima vista contrapposte. L’“istrione” è cresciuto a fianco dell’“accademico”. O, alla luce di quanto poi sarebbe stato, il divulgatore si è appaiato allo studioso. Attribuisce la prima fisionomia ai tentativi di superare l’innata timidezza; la seconda a quello che ha sempre apprezzato, l’impegno serio e rigoroso. In questi giorni, ricordandolo in occasione della morte avvenuta lo scorso 19 aprile all’età di novantotto anni, è proprio intorno a questo doppio ruolo che si sono concentrate le ricostruzioni della sua vita. Perché Morris, dopo la laurea in zoologia a Birmingham, un dottorato in etologia ad Oxford, una serie di studi dedicati ai pesci, agli uccelli e agli scimpanzè, non ha percorso la carriera accademica, ma nel 1956 si è trasferito a Londra per dirigere la sezione grandi mammiferi della Zoological Society, con cui diventa un personaggio televisivo, conducendo prima Zoo Time per Granada Tv e poi, negli anni Sessanta, Life in the Animal World per la Bbc. Diventa un divulgatore eccezionale che entra nelle case degli spettatori britannici parlando di scienza naturale con stile semplice e diretto. Ma è un divulgatore che non rinuncia a proporre idee originali. Sono queste le premesse che nel 1967 lo conducono ad accettare la sfida dell’editore con cui pubblica La scimmia nuda, il best seller tradotto in ventotto lingue, che ancora oggi è il suo libro più conosciuto. La tesi è che l’uomo sia una delle centonovantatré specie di scimmie, con una particolarità che riguarda solo la nostra specie, quella di essere completamente priva di pelo. Il nostro comportamento, quindi, può essere studiato alla luce dei principi dell’etologia perché di fatto noi uomini siamo animali. Ed è quello che da qui in avanti Morris mette in pratica nelle decine di libri che scrive, in cui si sofferma sul comportamento dei bambini, delle donne, sui rituali dell’accoppiamento, sulla gestualità (uno dei suoi più fecondi centri di interesse), sulle difficoltà indotte dalla vita nelle supertribù urbane, sul calcio considerato la versione moderna e incruenta della caccia, non trascurando, peraltro, di analizzare il comportamento di animali domestici che condividono la loro vita con noi umani, come il cane, il gatto e il cavallo, o animali selvatici a prima vista più marginali rispetto alla nostra esperienza, come la civetta. Ad accomunarli c’è il suo formidabile interesse per la vita, qualsiasi sia la forma che assume. Morris è mosso dal bisogno di spiegare. Lo guida la certezza di aver trovato la chiave che gli apre tutte le porte: Homo sapiens è un animale che “nell’acquistare nuovi ed elevati moventi, non ha perso nessuno dei vecchi moventi più bassi”. O, come ha scritto introducendo La scimmia nuda, è un animale in cui gli antichi impulsi hanno milioni di anni, mentre quelli nuovi soltanto qualche millennio.
Certamente molte delle sue convinzioni appaiono oggi eccessivamente semplificatrici e il rischio del determinismo è dietro l’angolo; allo stesso modo è stato sottolineato come Morris abbia almeno in parte tradito l’approccio scientifico, cioè non abbia sostenuto il suo lavoro con gli indispensabili riferimenti bibliografici o con l’apporto degli studi disciplinari sugli argomenti trattati, requisiti irrinunciabili per essere accolto in ambito accademico e dare pieno rigore alle sue affermazioni (Morris ne era perfettamente consapevole, e agli accademici riserva il primo posto tra i suoi critici, seguiti dagli uomini di Chiesa e da tutti gli specialisti che lo ritenevano un pericoloso invasore di campo). Si è anche detto che certe sue convinzioni sulle abitudini di popolazioni studiate dagli antropologi, da lui considerate intrappolate in un “vicolo cieco culturale” in quanto rimaste estranee al naturale impulso conoscitivo proprio dello “scimmione nudo”, lasciano scorgere pregiudizi etnocentrici più che uno sguardo scientifico. Indubbiamente poi rimane impresso quanto Morris scrive in Lo zoo umano, dove, per dimostrare che le città sono un luogo in cui gli esseri umani vivono in condizione di profondo stress, arriva ad affermare che “in condizioni normali, nel loro habitat naturale, gli animali selvaggi non si mutilano, non si masturbano, non aggrediscono la loro prole, non si fanno venire l’ulcera allo stomaco, non diventano feticisti, non soffrono di obesità, non formano coppie di omosessuali, non commettono assassinio”. Che dire? Se è innegabile che alcune sue posizioni abbiano dei limiti o siano addirittura imbarazzanti, e che il suo metodo di lavoro sia talvolta stravagante e costellato di omissioni, è però anche indubbiamente vero che Morris ha compiuto una vera rivoluzione: con La scimmia nuda ha messo alla portata di tutti il darwinismo. E, non a caso, proprio come era accaduto dopo la pubblicazione dell’Origine delle specie, le polemiche e le reazioni scandalizzate non sono mancate. Nonostante non fosse una novità assoluta sul piano scientifico, l’aver raccontato “la cruda verità” sull’animale-uomo ha dato fastidio.

Le sue affermazioni sul ruolo decisivo dei “suggerimenti genetici” che danno l’impronta al nostro comportamento (“suggerimenti” e non “istruzioni” perché, commenta, “non sono rigide e possiamo modificarle in un senso o nell’altro”), o sulla creatività artistica e sull’inventività scientifica come “estensione della giocosità dell’infanzia nella vita adulta” hanno dato l’impressione di essere esagerate e superficialmente sensazionaliste. Quanto sostiene lo porta di fronte due scogli. Il primo è quello della scienza dell’epoca, che, soprattutto in ambito anglosassone, ritiene che tutti i comportamenti siano appresi; il secondo ha a che fare col senso comune e deriva dalla sensazione che la sua impostazione intacchi l’eccezionalità ontologica della nostra specie, la sua superiorità sul piano culturale, la sua facoltà di esprimere un linguaggio ad alta complessità, la sua stessa capacità di previsione periodica che la condurrebbe ad essere l’unica ad avere la possibilità di prefigurare la propria morte. Ecco, è nell’aver mosso le acque contro le convinzioni sedimentate, nella volontà di far capire che l’idea di mondo è profondamente cambiata, che bisogna riconoscere il maggior contributo di Desmond Morris, quello che gli permette di avere ancora oggi un ruolo difficile da trascurare o da ridimensionare. La sua volontà è stata quella di “elevare l’animale uomo al livello delle altre specie” in anni in cui ancora la distanza è percepita come un dato di fatto. Morris ha cominciato a scavare il tunnel che ci separava dagli altri viventi, studiando “quegli aspetti della nostra esistenza che hanno un evidente corrispettivo in altre specie… come il modo di nutrirsi, di pulirsi, di dormire, di combattere, di accoppiarsi e di aver cura dei piccoli”. E se Morris ha iniziato dal versante umano, parallelamente si è cominciato a perforare il versante opposto, quello delle altre specie, raggiungendo risultati oggi incontrovertibili: si è scoperto che i cosiddetti “altri animali” comunicano con straordinaria raffinatezza, come rivelano le balene; hanno la percezione della morte e forse elaborano forme di lutto, come gli elefanti; sono capaci di costruire attrezzi, come i corvi e gli scimpanzè, trasmettendo quanto hanno imparato a fare alle generazioni successive. Se la barriera tra noi e gli animali, pur a fatica, si sta sgretolando, se l’antropocentrismo è un punto di vista parziale e discutibile, dobbiamo quindi riconoscere il peso che hanno avuto libri come La scimmia nuda, capaci di sottrarre le nuove acquisizioni al ristretto circolo dell’accademia.

Nonostante tutto, quindi, non si può sottovalutare l’importanza di quanto Morris ha affermato sulla nostra natura animale, sulla profondità di comportamenti il cui tracciato risale a quando eravamo cacciatori-raccoglitori e sui rischi legati proprio alla possibile rottura di equilibri primordiali. Non a caso, Morris è stato uno dei primi a sottolineare i pericoli legati alla crescita indiscriminata della nostra specie. L’uomo, scrive in Noi e gli animali, ha rotto il “contratto animale”, ha spezzato i profondi legami con l’insieme del vivente. La vita moderna, proprio per il sovrappopolamento, genera tensione e indifferenza, che scarichiamo e manifestiamo a danno dei più deboli, e le altre creature viventi appartengono a questa categoria. Ad eccezione del cane e del gatto, gli animali sono usciti dalla nostra vita. Non lavoriamo più insieme a loro, li ignoriamo o neppure li vediamo. Ma è un tradimento che, spiega Morris, non può avvenire senza conseguenze, perché “noi abbiamo bisogno della loro presenza costante per ricordarci della nostra natura animale. Siamo animali, non divinità. Non siamo al di sopra delle leggi della natura. Dobbiamo imparare a vivere all’interno di quelle leggi: dobbiamo imparare a condividere con gli altri animali questa limitata biosfera”. Se ce lo dimenticheremo – e Morris scriveva queste parole negli anni Ottanta dello scorso secolo – “fra non molto diventeremo i nuovi dinosauri, fossili di qualche era futura”.
In copertina, Desmond Morris, ph Eric Koch for Anefo, Wikimedia Commons.