Margaret Laurence: il mondo visto da Manitoba
Qualche mese dopo l’ottobre 2013, quando il Premio Nobel per la Letteratura era stato conferito per la prima volta a una voce della cultura anglo-canadese, Alice Munro, la raffinata autrice di short story, pubblicata in Italia da Einaudi, mi sono imbattuta, su un treno della linea Toronto-Ottawa, in un M.P. (Member of Parliament) diretto nella capitale federale di una nazione multi-etnica e multi-culturale come poche altre, ancora formalmente aderente al Commonwealth britannico. Cadendo la conversazione sulla letteratura, il mio interlocutore, che mai aveva letto uno dei racconti di Munro, si dichiarò sorpreso dell’esistenza di una letteratura canadese.
È probabile che in tempi più recenti la situazione sia cambiata almeno in parte, grazie soprattutto alla popolarità ottenuta da Margaret Atwood, una scrittrice abituata a intervenire in pubblico, ben conosciuta a causa del successo della sua distopia femminista Il racconto dell’ancella (The Handmaid’s Tale, 1985), che ha dato luogo anche a una fortunata serie televisiva (2017-2025).
Certo, né in Canada né in Italia ha attualmente il riconoscimento che si merita la narrativa di Margaret Laurence, nata Jean Margaret Wemyss, di cui cade quest’anno il centenario della nascita (18 luglio 1926). Laurence nasce nella cittadina di Neepewa, a nord-ovest di Winnipeg, la capitale del Manitoba, posta nel cuore delle Praterie e dell’intero sterminato paese che si estende dall’Atlantico al British Columbia, sul Pacifico. La famiglia, di origine scozzese era middle class, ma la madre muore quando Margaret ha solo quattro anni, lasciandola alle cure della zia materna, un’insegnante appassionata di letteratura inglese. Il padre muore quando Margaret ha nove anni.
A Neepewa sono ancora visibili i solchi delle rotaie della ferrovia, costruita nella seconda metà dell’Ottocento, per unire, grazie al lavoro di una manodopera (in parte cinese) sottoposta a turni massacranti, est e ovest, oceano a oceano. Oggi ridotta a pochi tratti – soprattutto nel Québec e nell’Ontario ― la grande ferrovia transcontinentale canadese, ostacolata dalla distesa sterminata dei Grandi Laghi più ancora che dalla barriera delle Montagne Rocciose, resa obsoleta dal trasporto autostradale e soprattutto dai collegamenti aerei, rimane come testimonianza dei sogni di un’epoca ormai lontana. L’attuale “Canadian” che per due volte alla settimana parte da Toronto per Vancouver, compiendo un viaggio di quattro giorni e quattro notti, lungo ben 4.466 km., è un treno riservato ai turisti benestanti.
Laurence si laurea nel 1947 in Letteratura inglese presso l’Università di Winnipeg, e poco dopo si sposa con Jack Ferguson Laurence, un ingegnere, seguendolo prima in Inghilterra, poi in Africa, nell’allora Protettorato della Somalia britannica (1950-1952) e in Costa D’Oro (1952-1957). Scrive testi di vario genere sulle esperienze africane. In seguito i Laurence ritornano in Canada, e si stabiliscono, per cinque anni, a Vancouver, con una figlia e un figlio. La vita della scrittrice cambia radicalmente quando si separa dal marito e si trasferisce in Inghilterra, a Londra per un anno, e poi nel Buckinghamshire dove rimane per una decina di anni.
Sappiamo che, talvolta, risiedere lontano dalla patria permette di gettare uno sguardo lucido e consapevole sulla nazione d’origine. Così succede a Margaret Laurence. Come ammette in un saggio autobiografico, “probabilmente la mia esperienza in altri paesi mi ha insegnato di più su di me e sulla mia terra che su qualsiasi altra cosa”.
Apprezzata nella cerchia intellettuale del suo paese, anche perché, come studiosa della letteratura nazionale, rivaluta alcune scrittrici canadesi dell’Ottocento (ad esempio, la pioniera e naturalista Catharine Parr Traill), dal 1981 al 1983 Laurence è rettrice dell’Università di Trent a Peterborough, Ontario, dove muore prematuramente nel 1987. Secondo James King, l’autore di The Life of Margaret Laurence (1997), gravemente malata, Laurence fece ricorso al suicido.
Nel 1964 esce The Stone Angel, il primo dei cinque romanzi del Ciclo di Manawaka, in cui Laurence si propone esplicitamente di ricostruire la storia del Canada, e la sua complicata identità, fornendone un quadro inclusivo e volutamente contraddittorio. Il Manitoba si rivela un territorio adatto a questa operazione. Occupato nella seconda metà dell’Ottocento dai coloni scozzesi inviati da Ottawa, esso è lo scenario di una guerra civile che oppone i nuovi arrivati in cerca della Terra promessa, protetti dall’esercito britannico, ai Métis, un’orgogliosa popolazione autoctona, a maggioranza cattolica e francofona. I Métis, di sangue misto, che discendono dall’unione degli antichi esploratori francesi e dalle donne native, soprattutto Cree, reclamano il possesso delle fertili terre delle Praterie. Il conflitto si conclude nel 1885, quando il capo dei Métis, il visionario Louis Rièl, viene giustiziato dalle autorità imperiali. Oggi la sua statua imponente campeggia davanti all’edificio del Parlamento provinciale, vicino alla riva dell’Assiniboine River, mentre Winnipeg, ancora divisa in due zone, l’anglofona, più ricca, e la francofona, annovera tra i suoi cittadini una componente sia Métis che nativa. Va ricordato che i Métis sono stati riconosciuti ufficialmente come uno dei popoli indigeni del Canada solo nel 1982, acquisendo la denominazione di Nación Métis.
Negli ultimi anni della vita di Laurence, prevaleva ancora una visione ufficiale del Canada in quanto paese sostanzialmente bianco, in cui le problematiche interne riguardavano i rapporti, spesso burrascosi, tra la maggioranza proveniente dal 1763 dal Regno Unito, e la minoranza francofona del Québec, una volta signora della Nouvelle France, e in cui al massimo si riconosceva la necessità di procedere all’integrazione dei migranti bianchi, di solito residenti nelle grandi città, originari dell’Italia e di altre aree europee. Laurence cambia radicalmente queste prospettive, creando con il “Ciclo di Manawaka”, una serie di romanzi che si conclude nel 1974 con la pubblicazione di The Diviners. In questo territorio immaginario, eppure molto somigliante alla zona di Neepawa, che è stato paragonato alla Contea di Yoknapatawpha di William Faulkner, la marginalità dei personaggi mette a contatto i bianchi dei ceti più bassi e gli emarginati Métis con effetti dirompenti.

Emergono soprattutto le figure femminili, costrette ad adattarsi a una società opprimente, dominata dalla matrice presbiteriana-scozzese, in cui la vita di provincia diventa una prigione, capace di spegnere sentimenti ed emozioni. I legami familiari sono, come succede in molti racconti di Alice Munro, fonte di protezione e di delusione, mentre i personaggi maschili si dimostrano incapaci di comprendere le aspirazioni e i desideri delle protagoniste. Si pensi a Hagar Shipley, la protagonista novantenne di The Stone Angel (1964), che si rifiuta di essere rinchiusa in una casa per anziani, o a Stacey Cameron in The Fire-Dwellers (1969), una figura di madre e di moglie i cui monologhi interiori scavano nel suo profondo senso di inadeguatezza.
L’attività di romanziera di Laurence sfocia nell’affresco potente e drammatico di The Diviners (1974). È dunque da apprezzare l’iniziativa della casa editrice Elliot, che, dopo aver riproposto altri notevoli romanzi di Laurence, L’angelo di pietra, 2022 e Custodi del fuoco, 2024, qui appena menzionati, ora ci mette a disposizione The Diviners con il titolo I rabdomanti, nella nuova traduzione di Franca Pece (2026).
Non è un caso che The Diviners sia arrivato per la prima volta in Italia nel 2000, accanto agli altri romanzi del Ciclo di Manawaka, grazie alla lungimiranza di Laura Lepetit, l’ispiratrice di La Tartaruga Edizioni. Con Lepetit, scomparsa nel 2021, in quegli anni ho avuto il privilegio di collaborare. Sulle tracce della Virago Press londinese, La Tartaruga puntava sulla scrittura femminile, senza nascondere le sue simpatie per il femminismo, a cui si collegava il recupero, allora niente affatto scontato, di alcune opere di Virginia Woolf. Il tentativo era, probabilmente troppo avanzato, e il titolo italiano originale di The Diviners, Un cuore ancora sconosciuto, consegnava l’opera maggiore di Laurence alla sfera dei romanzi rosa, che, curiosamente hanno radici a Winnepeg, dove risale al 1949 la fondazione della famosa Harlequin Press.
Forse oggi possiamo renderci conto come I rabdomanti sia un autentico capolavoro. Infatti, la ricerca di una nuova condizione esistenziale compiuta da Morag Gunn, una scrittrice in crisi, la quale ha abbandonato il marito, si traduce nella presa di coscienza – personale, ma anche ‘politica’ – che accanto alla tradizione anglo-scozzese, da cui lei proviene, esiste anche il mondo alternativo dei Métis, le voci sommerse e diseredate del Manitoba, che reclamano i loro diritti in nome di tutti i popoli emarginati del Canada.
Unendosi scandalosamente al Métis Jules Tonnere, Morag darà alla luce Piquette, la figlia inquieta e ribelle di un nuovo Canada, che deve riscrivere la propria storia e onorare i caduti di entrambi gli schieramenti che si erano affrontati nel Manitoba nella seconda metà dell’Ottocento. Essi vengono evocati simbolicamente dal suono delle cornamuse scozzesi, che si fondono con il rullo dei tamburi dei cavalieri Métis. Costruita con una tecnica in parte post-moderna, la prosa di The Diviners smonta e rimonta una serie di segmenti narrativi, che illuminano il passato di Morag (i “Memorybank”). La descrizione di vecchie fotografie, assieme all’impiego di brani poetici e di canzoni, rende ancora più frammentario l’intreccio. I personaggi camminano metaforicamente sull’acqua, che il rabdomante, il ‘doppio’ della scrittrice, cerca di far sgorgare dal sottosuolo con un atto di purificazione e di rinascita. Morag, la nuova ‘eroina’ canadese, è destinata a interrogarsi sul suo incerto passato di orfana, sull’insoddisfazione alimentata dalla vita privilegiata accanto al marito, sugli eventi leggendari ascoltati nella sua nuova famiglia scozzese, sulla passione che prova per un ‘diverso’, scomodo e indebolito dalla malattia come Jules Tonnerre, che tuttavia incarna una visione alternativa del Canada, sul ruolo salvifico che potrebbe avere Piquette, la figlia Métis, nello stesso tempo fragile e aggressiva.
Convinta dell’autonomia della letteratura canadese, minacciata dallo strapotere della macchina culturale statunitense, in più occasioni Laurence ribadisce l’affinità tra le ricostruzioni dello storico e l’invenzione del romanziere. In entrambi i casi, si tratta di contribuire a creare un’identità nazionale, che, in un paese come il Canada, con la sue complicate vicende coloniali, con la mescolanza dei popoli che lo abitano, con il pericolo costante costituito dall’invadenza degli Stati Uniti, non è certo un’impresa facile, tanto è vero che qualche studioso ha parlato del Canada come di una post-nation. Non è privo di ironia il fatto che I rabdomanti sia stata riconosciuta immediatamente come opera di grande spessore artistico, e, nello stesso tempo, osteggiata dalle autorità scolastiche che ne sconsigliavano la lettura nei licei per l’uso di un linguaggio immorale. E probabilmente, anche per il risalto dato alle vicende del popolo Métis.
In Dance on the Earth, l’autobiografia pubblicata postuma nel 1989, e mai tradotta in Italia, Laurence racconta di aver studiato al liceo la storia del Canada senza rendersi conto che “nella mia Provincia nativa [la “Province” corrisponde a uno Stato degli U.S.A.], alcuni dei miei antenati avevano avuto la responsabilità, diretta o indiretta, di togliere all’estesa popolazione francofona, sia bianca che Métis, il diritto di usare la propria lingua […] Quando penso a ciò che ho imparato sulla Storia canadese, mi sento truffata non dai miei insegnanti, ma dalla società in cui sono cresciuta.”
Oggi, accogliere la narrativa di Laurence nella nostra cultura vuol dire scoprire che esiste una forte tradizione letteraria prettamente canadese, al cui interno, come confermano i casi recenti di Munro e di Atwood, viene esercitata una sorprendente supremazia femminile. Avremo così la prova che la grande letteratura nord-americana anglofona non ha sede solo negli Stati Uniti, ma anche a nord del 49° parallelo. Cosa può esserci di meglio, con i tempi che corrono, della consapevolezza di questa diversità?