CIA: la guerra segreta dei libri

29 Agosto 2026

Il mestiere di Joseph “Joe” Turner, nome in codice Condor, era leggere libri. Leggerli per la CIA. Niente operazioni di cappa e spada. “I’m not a field agent – I just read books!”, sbotta al telefono con il vicedirettore dell’Agenzia mentre riferisce del massacro dei suoi colleghi, tutti impiegati della fittizia Società Americana di Storia e Letteratura, la copertura nuovaiorchese. Siamo nelle prime scene di I tre giorni del Condor di Sidney Pollack, e Joe Turner ha il volto e il fascino di Robert Redford, un analista che si muove nelle paranoie della Guerra fredda.

Quella trama di fantasia Hollywood l’aveva mutuata dal romanzo Six Days of the Condor di James Grady, riducendo i giorni da sei a tre per ragioni di durata cinematografica, e cambiando il nome del protagonista, da Ronald Malcolm a Joe Turner. L’autore e gli sceneggiatori non potevano immaginare quanto fossero andati vicini al vero. Sarebbero stati gli archivi della CIA, aperti soltanto decenni più tardi, a restituire il racconto di anni di guerra sotterranea che era stata, davvero, combattuta con un’arma insolita, la stessa di quel film – i libri – nascondendosi dietro l’innocua sigla di Book Program.

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Quando I tre giorni del Condor esce nelle sale, nel 1975, gli americani vivono in un clima di sfiducia diffusa. Hanno appena incassato la sconfitta in Vietnam, portano ancora addosso le ferite dei Pentagon Papers e del Watergate, e cominciano a leggere delle prime inchieste della commissione Church nata per investigare sulle operazioni segrete condotte da CIA e FBI.

Fra le attività che emergeranno negli anni successivi, una spicca per originalità: il Book Program, appunto, che a differenza delle tipiche covert operations dell’Agenzia – colpi di stato, sabotaggi, omicidi – era stato gestito a suon di contrabbando di romanzi, poesie, saggi, utilizzati come vero e proprio strumento di guerra, nella convinzione che un libro avrebbe potuto influenzare, nel lungo periodo, il corso della storia non meno della deterrenza nucleare.

La battaglia segreta delle carote

Il puzzle comincia a ricomporsi nel 2013 con la pubblicazione di Hot Books in the Cold War, saggio accademico dello storico ungherese Alfred A. Reisch, che ricostruisce su base documentale gli anni cruciali del programma, dal 1956 al 1973. Si trattò del primo studio sistematico basato su documenti declassificati conservati nel CREST (CIA Records Search Tool), l’archivio pubblico dell’Agenzia oggi consultabile online, che rappresenta una fonte imprescindibile per gli studiosi della Guerra fredda.

La ricostruzione archivistica di Reisch sarebbe rimasta confinata all’ambito specialistico se, dodici anni più tardi, un ex giornalista del Guardian, Charlie English, non l’avesse trasformata in un appassionante racconto – Il Book Club della CIA. L’operazione segreta che ha deciso la Guerra fredda (traduzione di Anita Taroni e Stefano Travagli, Marsilio, 2026) – che si concentra soprattutto sul paese in cui gli effetti del programma si fecero sentire con più forza: la Polonia.

Qui la circolazione clandestina di libri, riviste e testi proibiti si intrecciò con una lunga tradizione di resistenza culturale al dominio sovietico e con la nascita di una nuova opposizione democratica. Era il paese che nel 1978 aveva visto l’elezione al soglio pontificio di un papa polacco, Giovanni Paolo II, e che nel 1980 avrebbe dato vita a Solidarność, il primo grande sindacato indipendente del blocco comunista.

In Polonia l’ossessione del regime verso il pericolo che la cultura poteva rappresentare arrivava a schedare ogni macchina da scrivere come un’arma, a mandare al macero un manuale di orticoltura perché il testo lasciava intendere che le carote potessero crescere bene anche in un orto privato, non solo in quelli delle cooperative collettive. In un paese così, i libri non erano soltanto strumenti di informazione: erano una forma di sopravvivenza intellettuale, il modo attraverso cui una società poteva conservare una memoria diversa da quella imposta dal potere.

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Nome in codice QRHELPFUL

Una sete di cultura con radici che precedevano di decenni l’intervento americano. Da Parigi l’emigrato Jerzy Giedroyc aveva, per esempio, fondato Kultura, voce guida dell’emigrazione polacca anticomunista e ponte tra Oriente e Occidente europeo. La rivista tenne vivo un pensiero polacco libero dalla censura, ospitando autori del calibro di Czesław Miłosz e Witold Gombrowicz, letti clandestinamente al di là della cortina di ferro. Fu su questo terreno già coltivato dalla diaspora che si innestò, dal 1956, il programma segreto finanziato da Washington. Quasi dieci milioni di pubblicazioni furono recapitate in Polonia e negli altri paesi del blocco sovietico in trentacinque anni.

Sul peso reale di questa iniziativa il cui nome in codice era QRHELPFUL, gli storici restano divisi. C’è chi la legge come il proseguimento, su scala industriale, di reti già esistenti, come quella di Kultura – o costruite dall’emigrazione forzata di migliaia di ebrei e intellettuali nel 1968, o ancora dagli esuli di Solidarność dopo che il movimento sindacale fu messo fuori legge nel 1981 – e chi insiste sulla regia dall’alto della CIA.

Perfino tra chi rivendica il merito dell’Agenzia la cautela non manca: un importante studioso della Guerra fredda, Paweł Sowiński, specialista di editoria clandestina, arriva a dire che, pur restando scettici sul potere reale della letteratura, il programma resta comunque un contributo enorme alla solidarietà intellettuale polacco-americana – il che non è proprio la stessa cosa che dire che i libri abbiano fatto cadere il regime. Anche dentro la CIA c’è chi, di recente, ha rimproverato a Charlie English di aver confuso due operazioni distinte: la distribuzione di libri e la più vasta azione clandestina a sostegno di Solidarność, complementari ma non sovrapponibili.

Resta il fatto che quella diffusione, clandestina o sponsorizzata che fosse, contribuì a creare uno spazio intellettuale e civile che si intrecciò, dopo le elezioni del 1989, con la fine del regime comunista in Polonia e con il crollo del blocco sovietico

Pensa come un gangster, agisci come un gentiluomo

A questo punto, per capire le radici di questa, come di molte altre operazioni segrete durante la Guerra fredda, dobbiamo riavvolgere il nastro del tempo e tornare all’estate del 1941. La guerra devasta l’Europa da quasi due anni e, sebbene gli Stati Uniti non abbiano ancora dichiarato guerra alle potenze dell’Asse, il presidente Franklin Delano Roosevelt è ormai convinto che il conflitto finirà per travolgere anche il suo Paese. Decide così di creare qualcosa che l’America non ha mai avuto: un’intelligence centralizzata, capace non solo di raccogliere e coordinare le informazioni delle altre agenzie, ma di condurre in proprio operazioni clandestine, mettendo ordine nel mosaico di uffici militari e investigativi, gelosi delle proprie competenze, spesso in lotta tra di loro.

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L’uomo scelto per costruirla da zero è William Joseph Donovan, avvocato di Wall Street, eroe della Prima guerra mondiale, decorato con la Medal of Honor e soprannominato “Wild Bill” per il coraggio dimostrato sul campo di battaglia. Repubblicano, ma amico personale di Roosevelt, Donovan è una figura insolita di militare, convinto che la guerra moderna non si vinca soltanto con i carri armati, ma anche con l’informazione, la propaganda e il sabotaggio. Un’intuizione maturata osservando da vicino il modo in cui gli alleati inglesi conducevano la loro guerra nell’ombra. È così che nel giugno del 1942 Roosevelt lo mette a capo del neonato OSS (Office of Strategic Services), il primo servizio segreto centralizzato della storia americana.

E Wild Bill non perde tempo: recluta un’apparente armata Brancaleone (The Glorious Amateurs erano soprannominati, e se ne facevano un vanto) fatta di professori universitari, galeotti usciti di fresco di prigione, baristi, lottatori professionisti, dentisti, ornitologi, archeologi, linguisti, banchieri, registi, giornalisti, pubblicitari, antropologi, alpinisti, illusionisti, pittori, scrittori. Non manca persino uno dei più famosi giocatori di baseball dell’epoca, Moe Berg, e un allora giovane artista come Saul Steinberg, ma anche insospettabili star di Hollywood – da Marlene Dietrich a Sterling Hayden a John Ford – che avrebbero fatto, ognuno a suo modo, la propria parte per lo sforzo bellico, in modo più o meno scoperto. Donovan vuole uomini e donne capaci di immaginare soluzioni imprevedibili. «Pensa come un gangster, agisci come un gentiluomo», amava ripetere.

Da Herbert Marcuse alla nobiltà zarista

Da questa filosofia nasce, all’interno dello stesso OSS, una delle sezioni più originali dell’intera organizzazione: la Morale Operations Branch, nota con la sigla MO, la divisione incaricata di combattere una guerra invisibile: quella contro il morale, le convinzioni e le emozioni del nemico. Il suo compito era di colpirne la fiducia, diffondere confusione, alimentare dubbi, sfruttare paure e superstizioni. Per riuscirci produce giornali falsi, ordini militari contraffatti, lettere anonime, trasmissioni radio clandestine, volantini, banconote false e ogni genere di inganno psicologico.

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Per molti versi l’agenzia non assomigliava per niente a una struttura militare, ma piuttosto a un Think Tank dove potevi incrociare accademici di prima grandezza, docenti di Yale e Stanford, economisti, politologi, grecisti, storici delle religioni, fino a filosofi marxisti come Herbert Marcuse che si occupava di analisi della psicologia nazista e del fascismo per comprendere le motivazioni dei leader e dei sostenitori di quei regimi, valutare l’efficacia delle operazioni di propaganda alleate e identificarne i punti deboli.

Donovan pesca persino nel giro delle sue altolocate amicizie nuovaiorchesi assumendo i rampolli delle grandi famiglie, i Du Pont, i Morgan, i Vanderbilt, i Mellon, ma anche un buon numero di discendenti della nobiltà zarista. Fra le sue fila non mancano cognomi come Smolianinoff, Lada-Mocarski, Tolstoj, una Romanov, parente dello zar Nicola, mentre il principe Aleksandr Sergeevič Obolenskij, ufficiale dell’esercito imperiale russo, guiderà nell’agosto 1944 un gruppo operativo dell’OSS paracadutato nella Francia centrale a fianco della Resistenza.

Il juke box della Guerra fredda

Alla fine della Seconda guerra mondiale furono proprio alcuni veterani di quell’organizzazione passati dall’OSS alla neonata CIA – gente come Allen Dulles e Richard Helms – a intuire che, contro il nuovo nemico, l’Unione Sovietica, persino un libro poteva rivelarsi più efficace di una campagna propagandistica, e a costruire l’infrastruttura da cui sarebbe poi nato il Book Program. Tra le figure che la animano c’è il veterano Frank Wisner, che durante la guerra aveva diretto le operazioni del’OSS nei Balcani e che dal 1948 assume la guida dell’Office of Policy Coordination, l’ufficio della CIA incaricato delle operazioni psicologiche e della propaganda clandestina.

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Sarà lui a coniare una delle immagini più celebri della Guerra fredda, definendo la rete di organizzazioni, giornali, fondazioni e associazioni finanziate o influenzate dalla CIA, un Mighty Wurlitzer. Il riferimento era ai giganteschi organi teatrali costruiti dall’azienda americana Wurlitzer che molto prima di diventare famosa in tutto il mondo per i suoi jukebox, produceva strumenti capaci di riprodurre il suono di un’intera orchestra. Con la metafora, Wisner intendeva che bastava premere i tasti giusti perché ogni voce della rete clandestina iniziasse a suonare la melodia propagandistica più adatta al momento e allo scopo.

È da questa rete che nasce il Free Europe Committee, l’organizzazione da cui il programma dei libri muoverà i primi passi, nel 1955, sotto la regia di un esule romeno, George Minden, al quale il nuovo regime comunista aveva confiscato le terre e il patrimonio di famiglia, costringendolo a lasciare Bucarest. Minden non era un uomo dell’intelligence di professione. Era soprattutto un uomo di cultura, profondamente convinto che le idee potessero attraversare i confini anche quando gli uomini non potevano farlo.

Ed è il percorso di Minden, e dei milioni di libri fatti filtrare oltre la Cortina di ferro, a costituire il filo del racconto di Charlie English. E non è una scelta casuale. «L’operazione, nel suo complesso, è considerata una delle azioni più elitarie intraprese dall’Agenzia», scrive English. «Anche se non è ancora possibile avere un quadro completo dell’estensione e delle ramificazioni sotterranee dell’intero Book Program perché molti documenti sono tuttora top secret».

La CIA faceva circolare nei paesi del blocco sovietico opere di premi Nobel come Boris Pasternak, Czeslaw Milosz e Iosif Brodskij, romanzi di Philip Roth e Kurt Vonnegut, i consigli di scrittura di Virginia Woolf, opere teatrali di Václav Havel e Bertolt Brecht e i thriller di spionaggio di John Le Carré, insieme a riviste come Cosmopolitan, Marie Claire o la New York Review of Books.

Tuttavia in Polonia, la questione del sostegno della CIA ai movimenti di opposizione come Solidarność, è ancor oggi un tabù – proprio come era stato per l’OSS con la resistenza partigiana durante l’ultima guerra. Spiega English: «Alcuni ex militanti accusano gli americani di volersi attribuire il merito della vittoria; altri temono di essere considerati dei tirapiedi manovrati dalla CIA. Ma viste le circostanze, come ha detto un dissidente: “Avrei preso soldi anche dal diavolo in persona”».

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