L'amore ai tempi della DDR
Goethe, che nutriva una sincera ammirazione per Manzoni, dopo essersi speso in lodi per l’ideazione e la costruzione del Conte di Carmagnola, rilevava tuttavia che la distinzione tra personaggi storici reali e personaggi immaginari dichiarata da Manzoni nella prefazione al dramma era non solo superflua ma anche dannosa. Un’opera letteraria è tale in quanto si permette di prendere il volo dalla piatta contingenza della storia. Il suo scopo non è la verità dell’accaduto ma quella più nobile dei valori ideali a cui i suoi personaggi danno veste.
Questa osservazione critica del poeta di Weimar mi è venuta in mente leggendo la precisa indicazione delle fonti che chiude il romanzo di Thomas Strässle, Storia di una fuga.
Il suggello filologico finale trova per altro una corrispondenza lungo tutta la narrazione in cui lo scrupolo documentario, l’esattezza del particolare e la precisione della costruzione della vicenda narrata caratterizzano costantemente l’esposizione degli eventi.
Eppure, a dispetto della filologia, o forse in virtù di essa, la storia che narra Thomas Strössle ha un andamento straordinariamente fluido, nient’affatto rallentato dall’onere della prova.
La domanda che allora viene da porsi è: quale è il segreto di questa scrittura che trasforma la verità storica dei fatti narrati in un volano che trascina in orbita le attese del lettore e il suo piacere del testo?
Ma vediamo quali sono i fatti.
Si tratta di una storia d’amore di cui sono protagonisti due giovani poco più che ventenni, una storia vera, apparentemente del tutto ordinaria, che tuttavia assume una colorazione particolare per il fatto di essere pesantemente segnata da una delle fasi più acute della Guerra fredda.
Siamo nel 1966, cinque anni dopo la costruzione del muro di Berlino.
La voce narrante è del figlio della coppia, che a distanza di molti anni, ricostruisce l’avventurosa fuga dall’Est di sua madre, una fuga organizzata nei minimi dettagli dal suo compagno, il padre del narratore.
Lui studente a Zurigo, lei a Dresda: a dividerli dunque non solo i chilometri di distanza ma la micidiale Cortina di ferro. E questo confine, che poteva essere attraversato dagli occidentali, sia pure con controlli estenuanti, era invalicabile per gli abitanti della DDR, la Repubblica democratica tedesca, ad eccezione dei pensionati, ossia di coloro che per ragioni anagrafiche non erano più in grado di contribuire alla crescita economica del paese.
Il confine, che divideva l’Occidente capitalistico dall’ l’Est socialista, diventa il vero motore della storia. E, come tutti i confini, ma quello più di altri, si carica di un portato simbolico in cui il peso dell’ideologia che si è fatta storia e geografia dilaga e si impone con la sua pesante oggettività sulle ragioni individuali, sui sentimenti, sulle aspirazioni o semplicemente, come in questo caso, sull’ innocua passione amorosa di due amanti.
La sapienza letteraria di Thomas Strässle, valorizzata- è bene sottolinearlo- da una eccellente traduzione, riesce a dare vita ad un montaggio di rara bravura in cui le voci dei due protagonisti della fuga si alternano a quella del figlio nelle vesti di narratore.
Questa alternanza prospettica si intreccia con una variante documentale che riguarda l’impianto normativo che dà veste legale alla separazione e al divieto all’espatrio.
Chi ha vissuto l’avventura di varcare i confini della DDR arrivando dall’Occidente sa bene quali vessazioni e controlli comportava questo azzardo.
La miscela, ben nota soprattutto ai giovani tedeschi, era tra un rigore di lontana matrice prussiana e la logica del sospetto di derivazione staliniana elevato a condizione metafisica.
Una Prussia stalinista dunque per la quale ogni gesto di libertà, soprattutto quello della libertà di movimento, era visto come una sfida potenzialmente destabilizzante dell’ordine costituito.
Gli scambi tra Est e Ovest esistevano, soprattutto dietro le quinte della politica ufficiale, ma riguardavano interessi di stato non certo questioni private.
Quando il giovane studente zurighese chiede una consulenza ad un avvocato di Berlino Est indicato come un facilitatore di contatti tra le due Germanie e tra la DDR e le altre nazioni occidentali si trova davanti un navigato emissario della ragion di stato. E quando con ingenuo candore gli spiega: “Si tratta di una donna. Vorrei sposarla” La risposta è: “nessuno glielo impedisce”. Alla precisazione del giovane: “ma non voglio vivere con lei nella DDR” l’avvocato chiede senza scomporsi: “E perché no? (..) potrei procurarle facilmente un impiego qui da noi…oppure potrei denunciarla seduta stante”.
La ragione di tanto zelo nell’ affermazione della ratio politica non viene spiegata da un narratore onnisciente né da qualche dramatis persona inserita a questo punto nel tessuto narrativo. Con un effetto di potente straniamento Strässle cita una sentenza emessa il 27 gennaio 1956 dalla Corte suprema della DDR:
“Lo scopo della sottrazione di forza lavoro dalla Repubblica democratica tedesca è il danneggiamento economico e politico della Repubblica democratica tedesca, l’approvvigionamento di personale altamente qualificato da parte dell’industria bellica imperialista, lo sfruttamento facile e illegittimo delle invenzioni e delle creazioni originali realizzate nella Repubblica democratica tedesca ad opera dei monopoli occidentali per i loro fini di aggressione, per impedire la pacifica e democratica riunificazione della nostra patria, in particolare mediante il ricorso a propaganda ostile e diffamatoria. Pertanto il reclutamento di forza lavoro dalla Repubblica democratica tedesca a favore dei guerrafondai costituisce boicottaggio e istigazione alla guerra ai sensi dell’articolo 6 della Costituzione della Repubblica democratica tedesca.”
Non è l’unica citazione, altre ne compaiono ad interrompere improvvisamente la narrazione dei fatti o nel bel mezzo di un dialogo ad alta tensione emotiva.
Quando ormai la decisione della fuga è presa e il piano definito nei minimi dettagli con il fidanzato zurighese lei sa che nulla dovrà trapelare e quindi nessun addio dal suo mondo, dai suoi compagni di studio, dai suoi amici sarà possibile, persino sua madre dovrà essere all’oscuro del suo proposito. Troppo rischioso in quel clima di sospetti e delazioni continue. Solo all’amica del cuore, confida la sua decisione: il dialogo tra le due è una delle pagine più belle del romanzo per la dizione essenziale, quasi rarefatta e proprio perciò ad alta tensione emotiva: sorpresa, paura, affetto, condivisione: “Mia madre la abbracciò e si voltò di scatto per andarsene, poi però si girò ancora una volta «Ti scrivo appena arrivo dall’altra parte»
A questo punto, a spezzare il pathos del dialogo, irrompe il Codice penale della Repubblica democratica tedesca:
“L’allontanamento dal luogo di residenza o di domicilio, finalizzato all’attraversamento illecito della frontiera statale, costituisce l’inizio dell’esecuzione del reato programmato e comporta l’insorgenza della responsabilità penale a titolo di tentativo”
L’ufficialità del regime si palesa non solo nei dispositivi giuridici ma anche nella comunicazione giornalistica attraverso una retorica trita e prevedibile che assume oggi, a distanza di quasi quarant’anni dalla caduta del muro di Berlino, l’aspetto di un reperto archeologico da esporre in un ipotetico museo della retorica politica.
Eppure quell’effetto di straniamento getta una luce sulla filigrana tragica che sempre attraversa la dicotomia inconciliabile tra le aspirazioni individuali alla libertà e la ragion di stato. La Germania riunificata ha dato visibilità a quella memoria storica creando un Museo della DDR a Berlino, dove tuttavia la nota dominante è quella comica, quasi si fosse trattato di una lunga commedia politica durata quarant’anni. Un tentativo, non so quanto riuscito, di esorcizzare il dramma.
L’operazione letteraria di Strässle, che ha scelto un’angolatura non collettiva ma personale si rivela assai più efficace e raffinata: l’aspetto paradossale di quel regime non si manifesta nei suoi ridicoli editti ma nell’utopia perversa secondo cui l’accanimento normativo sulla vita privata dei suoi cittadini doveva corrispondere all’ideale di una perfetta totalità sociale pienamente legittimata non solo sul piano politico ma anche su quello etico.
Di questa perversione Storia di una fuga di Strässle rivela tutta la banalità del male consumato ai danni delle vite dei più giovani in palese contrasto con il mito della rigenerazione socialista.