La notte nel cuore di Nathacha Appanah
Mentre leggo La notte nel cuore di Nathacha Appanah, tradotto da Cinzia Poli per Einaudi, il presidente di Futuro Nazionale, partito che secondo i sondaggi ha ormai guadagnato il consenso del sei percento degli aventi diritto al voto in Italia, partito che inneggia alla remigrazione, che auspica la creazione di classi separate per gli studenti con disabilità, che definisce anormale l’omosessualità, che si dice contrario al diritto all’aborto – ecco, il presidente di Futuro Nazionale, il generale Roberto Vannacci, l’onorevole Roberto Vannacci, sostiene che – riporto verbatim – «Uomini e donne sono uguali, non c’è bisogno di proteggere alcuno nei confronti degli altri e quindi devono essere tutti soggetti alle stesse norme e alle stesse regole: non esiste il femminicidio».
Mentre mio malgrado sento Vannacci, leggo La notte nel cuore. Leggo le storie di tre donne, Chahinez, Emma e Nathacha, che si intrecciano tra loro e si intrecciano anche alle storie di tre uomini, MB, RD e HC. MB fa il muratore, RD l’autista di un ministero importante e HC il giornalista e poeta. Tra MB, RD e HC non esiste alcun legame, non si conoscono, non si sono mai incontrati, eppure si trovano insieme «in una stanza vuota, senza aperture eccetto una finestrella, in alto, fuori dalla loro portata»; si studiano, «si guardano aggrottando le sopracciglia, non capiscono perché sono qui, tutti e tre, insieme. Riflettono sulle ragioni che possono averli condotti qui, ma non ne trovano». In effetti non hanno motivo di trovarsi insieme in una stanza, a meno che non sia una stanza immaginaria, e che a metterli lì non sia stata Nathacha Appanah, che è l’unica a poterlo fare perché è l’unica delle tre donne a essere ancora viva. O meglio, a essere sopravvissuta. Le altre due, Emma e Chahinez, sono forse in un’analoga stanza immaginaria; nemmeno loro si sono mai incontrate, non hanno legami di sangue o d’elezione, ma forse la ragione che le ha condotte fin lì la conoscono, o quanto meno la intuiscono. Emma e Chahinez sono state uccise, rispettivamente da RD e MB. Emma è stata travolta con l’auto mentre faceva jogging; prima di allontanarsi, RD ne ha gettato il corpo in un fosso. Chahinez stava scappando quando MB le ha sparato a una gamba e poi all’altra; dopodiché l’ha cosparsa di benzina e le ha dato fuoco sotto gli occhi del figlio. Nathacha Appanah ha venticinque anni la notte del maggio 1998, mentre fugge da HC che la insegue in macchina; quando la vede comparire davanti alla porta di casa, dopo sei anni trascorsi in quella che definisce «una buca», la madre di Nathacha, in piedi in cima alle scale, guarda la figlia e le dice: «È come se tornassi da un lungo viaggio».
Torna da reduce, torna da sopravvissuta; non torna indenne, perché da certi viaggi indenni non si torna mai. Torna e a un certo punto decide – perché «la memoria è una scelta» – di raccontare, non solo la sua storia, ma quella di due donne che ormai non possono più decidere nulla perché qualcun altro ha deciso per loro.

Il 5 maggio 2021, trentun anni dopo la sua «caduta nella buca» e ventuno dopo la morte di Emma, Nathacha Appanah vive a Bordeaux, al secondo piano di un edificio da cui si vedono i tetti dei negozi e gli alberi di un giardino pubblico. La radio passa una notizia di cui in Francia si sentirà parlare molto a lungo: il giorno prima, una donna è stata uccisa dal marito a Mérignac. «Mérignac è un comune accanto a Bordeaux. Mérignac è proprio qui a due passi. Ascolto attentamente la notizia: una donna scappava, correva, nella via dove abitava, usciva di casa, l’ha visto, quell’uomo, suo marito dal quale era separata, e ha iniziato a fuggire. Correva. Le ha sparato alle gambe, lei è caduta, lui l’ha cosparsa di benzina e l’ha immolata». La donna era Chahinez Daoud, e aveva trentuno anni. Quella notte Appanah sogna «una stanza con divani colorati e poltrone con le nappe»; oltre a lei, nella stanza ci sono alcune donne, con cui chiacchiera e bisbiglia e ride sottovoce. Le donne hanno «i lineamenti cancellati, come quelle immagini con i volti offuscati». Nel sogno si sente a suo agio, persino contenta. Ma a un certo punto «si insinua a poco a poco un turbamento, un’inquietudine». Le donne se ne vanno, e lei rimane sola. Al risveglio, tutto le sembra possibile: «abolire il tempo e il reale, andare in cerca delle morte come se fossero vive, scrivere dal buio, scrivere nel buio e che questo gesto raccolga ogni frammento sparso di quelle due donne e di me stessa e tutto prenda la forma per me più vicina alla carne umana, un libro».
Da lì, dal sogno, nasce la decisione di scrivere La notte nel cuore, che è un libro intimo e agghiacciante e spietato. È un libro in cui il lirismo – sempre moderato, mai melenso – viene scientemente impiegato come chiave d’accesso all’astrazione: il senso ultimo di La notte nel cuore è il fatto che tre tragedie private vengono trasformate nel racconto di un fallimento collettivo radicato in una certa cultura, ossia la cultura del femminicidio (ben spiegata dal libro omonimo di Ivan Jablonka, tradotto per Einaudi da Piernicola D’Ortona). Così, le storie di Chahinez, Emma e Nathacha, pur mantenendo la profondità emotiva di tragedie individuali, diventano archetipi: «Se esistesse un indice di “purezza” del femminicidio, quello commesso da Mounir Boutaa ai danni dell’ex compagna Chahinez Daoud il 4 maggio 2021 a Mérignac (Gironde), sarebbe molto elevato», scrive Lorrain De Foucher su Le Monde all’apertura del processo davanti alla corte d’assise. MB spunta tutte le caselle del femminicidio perfetto, standard, che Appannah ripercorre con precisione chirurgica, e che ormai conosciamo bene dai fatti di cronaca: le paranoie, il delirio di onnipotenza, le manie di controllo di lui; la paura, la vergogna, l’isolamento di lei; le colpe del sistema giudiziario, le denunce cadute nel vuoto, la «faute lourde», la negligenza dello Stato; le omissioni, i travisamenti, le storture dei media.
Ma c’è una cosa, su tutte, che mi colpisce per questioni di contingenza storica, ossia l’inversione della colpa. L’inversione della colpa, scrive Appanah, è quella che «fa ricadere in parte la responsabilità del crimine sulla donna che ne è vittima. È la versione che ritrae un uomo uscito di senno per la donna». Al processo in corte d’assise, RD dice «che sua moglie gli ha reso la vita un calvario. Si presenta come una vittima». Dopo la diffusione delle immagini della scena del crimine, MB dichiara: «elle m’a fait tellement de mal que je n’ai rien ressenti. Je ne me sens pas coupable». Quando picchia Nathacha, quando tenta di strangolarla, quando la insegue per strada, HC lo fa perché ha scovato degli «elementi»: gli elementi della «doppiezza», del «tradimento», della «cattiveria» della sua compagna. Appanah definisce questo un «mondo strano, con i valori al contrario». E siccome, diceva Woolf, «le parole sono piene di echi, di ricordi, di associazioni», leggendo quella frase di Appanah mi è venuta in mente Gisèle Pelicot, «la vergogna deve cambiare lato», mi è venuto in mente Calvino, «Ho fatto tutto il giro e ho capito. Il mondo si legge all’incontrario. Tutto è chiaro», ma per contingenza storica mi è venuto in mente pure Il mondo al contrario, bestseller del 2023, oltre 250.000 copie vendute, primo trampolino di lancio – poi ci ha pensato Matteo Salvini – del nostro onorevole generale.
E allora è l’estate del 2026, e leggo La notte nel cuore, un libro che parla di due femminicidi commessi e uno mancato, e se i femminicidi non esistono allora mi chiedo di cosa sono morte Emma e Chiahinez, di cosa sono morte Giulia Cecchettin, Giulia Tramontano, Saman Abbas, mi chiedo perché, se «uomini e donne sono uguali e non c’è bisogno di proteggere alcuno nei confronti degli altri», in Italia le donne uccise da partner o ex partner sono in media 150 all’anno, una ogni due giorni, e se allarghiamo lo sguardo al mondo intero il bilancio diventa di una ogni dieci minuti, mi chiedo perché chi nega questa realtà ottiene il sei percento dei consensi – e naturalmente lo so, il perché, so che le donne vengono uccise quando minacciano un modello socioculturale, so che il femminicidio non è un raptus ma una forma di potere. E se Appanah dice che vorrebbe «scrivere avendo la certezza che la scrittura, i libri, questo lavoro, quest’ossessione, tutto questo serva a qualcosa», io non so se quella specifica certezza ce l’ho, però ne ho altre, ad esempio che di forme di contropotere ne esistono tante, e che una è la narrazione.
In copertina, Illustrazione di Larissa De Jesús Negrón, She's watching all I dream, acrylic and color pencil on paper - 9x12in.