EXPOSED Torino Photo Festival, Mettersi a nudo
EXPOSED Torino Photo Festival – Mettersi a nudo è una rassegna di mostre temporanee indoor e outdoor, incontri, proiezioni e altri eventi (dal 9 aprile al 2 giugno 2026). A cura di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, con la direzione artistica di Walter Guadagnini, il festival invita a “guardare dentro di sé e oltre le apparenze, a interrogare la relazione tra identità e rappresentazione, corpo e immagine, visibile e invisibile”.
Nei portici di Palazzo Carignano sono esposti nove ritratti di Virginia Oldoini Carignano, con i quali, nell’Ottocento, la contessa intendeva promuovere l’immagine di sé per mezzo della fotografia (La Contessa di Castiglione. L’invenzione di sé, a cura di Alessandro Bollo e Walter Guadagnini). Sul retro degli stendardi sospesi ai tiranti delle volte è esposto il lavoro fotografico di Karla Hiraldo Voleau, con il quale la fotografa rielabora la percezione distorta del proprio corpo (You Can Have it All, a cura di Karla Hiraldo Voleau e Walter Guadagnini). Il gioco di rimandi visivi e concettuali tra il verso e il recto degli stendardi posti in successione, invita lo spettatore a passeggiare lungo il porticato, invertendo più volte la direzione. Alla costruzione mediatica dell’immagine di sé Voleau oppone una riscrittura fotografica del proprio corpo, richiamando la ricerca di Jo Spence e Rosy Martin, che usarono la fotografia come strumento di cura a partire dalle loro conoscenze in materia psicoterapeutica. La tecnica della photo – terapy consiste nel mettere in scena e fotografare momenti della propria vita privata o di quella di una persona cara. Nel corso degli anni Settanta, Keith Kennedy fu tra i primi ad utilizzare la fotografia come strumento di supporto terapeutico all’Henderson Psychiatric Hospital. Jo Spence e Rosy Martin sono state due attiviste femministe che hanno esplorato la costruzione dell’identità personale in rapporto a quella di genere e di classe, con riferimento alla vita familiare, nel caso di Spence anche al rapporto con il proprio corpo nel corso di una malattia.
La mostra Viva le donne! Il femminismo nelle fotografie di Paola Agosti (a cura di Giangavino Pazzola), allestita nel corridoio della prima Camera dei deputati del Regno d’Italia, dialoga con la monumentalità di Palazzo Carignano sovrapponendo ai simboli architettonici del potere politico sabaudo la documentazione di un movimento di protesta del Novecento. Ottanta fotografie vintage in bianco e nero scattate da Paola Agosti tra il 1974 e il 1982 documentano la stagione femminista italiana degli anni Settanta. Lo scatto che fissa lo sguardo di una manifestante davanti al tribunale per il processo ai violentatori di Claudia Caputi, riassume in una sola e potente immagine il clima di protesta sociale e la rivendicazione dei diritti fondamentali, tra i quali l’autodeterminazione, il lavoro, la libertà sessuale e l’aborto.
Nella corte dello stesso palazzo si ergono quattro espositori cilindrici dedicati ad altrettanti progetti torinesi su inclusione e fragilità, interpretati dai fotografi Deka Mohamed Osman, Fabio Bucciarelli, Enrico Gili e Marco Rubiola (Torino 4×4. Fotografie di una nuova era, a cura di Marco Rubiola e François Hébel). Incuriosiscono gli scatti di Rubiola che affronta il fenomeno hikikomori: giovani che vivono in una condizione di ritiro sociale. Anche gli altri tre fotografi interpretano le difficoltà di giovani vulnerabili, o dotati di diverse abilità, oppure rifugiati, ai quali le associazioni torinesi Nove 3/4, Hackability, Insuperabili e Progetto tenda offrono sostegno. Si gira intorno ad ognuno dei quattro espositori cilindrici come intorno ad una scultura di Giambologna, nella quale a dominare sono le vedute nella loro successione cinematica. Sculture fotografiche che oppongono la fragilità dell’essere umano alla retorica celebrativa risorgimentale, rappresentata anche dalla statua equestre di Carlo Alberto di Savoia collocata nella piazza adiacente. Narrazioni e contronarrazioni fotografiche che dialogano con il paesaggio architettonico e urbano.
Questa permeabilità tra mostre indoor ed outdoor invita il visitatore ad un’esplorazione della città, anche nei suoi aspetti più nascosti e marginali. A questo riguardo l’intervento site-specific Catabasis di Mike Leckey è certamente uno dei più suggestivi (a cura di Cripta747 e Caterina Avataneo). I wallpapers incollati alle pareti del parcheggio sotterraneo GTT Valdo Fusi si inseriscono nella penombra della struttura architettonica segnata da graffiti che interagiscono con l’opera di Leckey. Frammenti estratti da fotografie di backstage, still dal video O Magic Power of Bleakness (2019) e immagini IA evocano un mondo oscuro, infernale, onirico e al tempo stesso sovrannaturale e profetico. Catabasis è un’opera significativa rispetto a ciò che sta maturando nel contesto dell’aggregazione giovanile. L’artista britannico porta l’attenzione sull’insorgere irrazionale e visionario di una nuova sensibilità.
Meno inquietante la mostra Replaced di Diana Markosian, in corso a Galleria d’Italia (a cura di Brandei Estes), dedicata alla memoria di una relazione sentimentale, che la fotografa rievoca attraverso delle messe in scena interpretate da lei e da un attore. Con questa ricostruzione Markosian esplora i propri sentimenti, riappropriandosi di un’esperienza che sembrava esserle sfuggita. Anche in questo caso è evidente l’influenza del lavoro pionieristico di Jo Spence e Rosy Martin, al quale si potrebbe aggiungere l’effetto di straniamento del teatro brechtiano, che ostacola l’immedesimazione emotiva dello spettatore (in questo caso di Markosian che osserva se stessa attraverso la fotografia) allo scopo di stimolare un’attenzione analitica, critica e distaccata. La lettura dell’opera della fotografa americana di origine armena potrebbe avere anche un registro clinico. Secondo gli studi della Dr.ssa Lisa Saksida, del Dipartimento di Psicologia Sperimentale dell'Università di Cambridge, esiste una memoria allo stato “solido”, che in fase di riemersione passa a uno stato “fluido”. Nel corso di questa sua condizione transitoria può essere modificata da eventi che avvengono nel presente. Saksida ha condotto degli esperimenti a Cambridge su pazienti che avevano subito dei traumi trasformando la loro memoria “solida”.
Se l’opera di Markosian è intima quanto critica e distaccata, le fotografie di Yorgos Lanthimos sono perturbanti (Photographs, a cura di Giangavino Pazzola). Attraverso degli scatti eseguiti durante le riprese dei film Poor Things e Kinds of Kindness il cineasta aggiunge un secondo sguardo, che a parere del critico d’arte Elio Grazioli è un tratto caratteristico della fotografia. Essa stimola un «supplemento di attenzione […] un secondo sguardo separato dal primo». Questo sguardo fotografico, nel caso di Lanthimos, è straniante quanto quello cinematografico. Lo straniamento decostruisce e mette in discussione le relazioni umane portando alla luce contraddizioni insanabili. Le fotografie sono esposte nella Cripta di San Michele Arcangelo.
Nella sede di CAMERA, a pochi metri di distanza dalla cripta, è ospitata la mostra Donne in vista del fotografo italo-svizzero Toni Thorimbert, un progetto espositivo curato da Walter Guadagnini, ma ideato dal critico d’arte Luca Beatrice, scomparso nel 2025. Fa piacere che vi sia una coerenza e una continuità (anche per la mostra Fantastica ideata dallo stesso Beatrice per la 18ª Quadriennale d’Arte) in un Paese purtroppo votato alla discontinuità. A dominare la mostra è il ritratto della madre di Thorimbert. Lo sguardo della donna ricambia quello del fotografo, comunicando l’affetto che prova per il figlio, misto a un dolore profondo e meditato. La reciprocità dei due sguardi porta ad una profondità psicologica, che raramente la fotografia raggiunge.
Sempre nel raggio del cosiddetto “miglio della fotografia”, al Circolo del Design si può visitare Back in Ibiza e altre storie del fotografo inglese Dean Chalkley (a cura di Walter Guadagnini). Sono esposte tre serie fotografiche, la prima è dedicata alla scena musicale britannica dagli anni Novanta a oggi, con ritratti di Amy Winehouse, Oasis, The White Stripes. La seconda serie, Never Turn Back, è un reportage sul viaggio di un gruppo di ragazzi lungo le coste di Norfolk, e la terza, Back in Ibiza, racconta l’euforia e l’eccesso dell’isola.
Presso il Museo Regionale di Scienze Naturali è allestita la mostra Dopo l’estate, di Bernard Plossu (sempre a cura di Walter Guadagnini), con la quale il fotografo riflette sul rapporto tra uomo e natura. Il modello estetico utilizzato da Plossu rievoca stilemi del vedutismo con alcune inflessioni che conferiscono al paesaggio marino un aspetto romantico. Attraverso la citazione di un genere pittorico, Plossu invita a riflettere sugli effetti devastanti dell’Antropocene, suggerendo un riposizionamento dell’umano in rapporto a ciò che non lo è. Le figure sospese davanti alla grandiosità del paesaggio marino hanno per noi un significato diverso da quello che aveva Viandante sul mare di nebbia dipinto da Caspar David Friedric nel 1818.
Sguardi paesaggistici, intimi, perturbanti, impegnati, critici, ma anche curiosi come FUORICAMPO. Il cinema svelato, una serie di fotografie scattate sui set di alcuni film (dal cinema muto a quello italiano degli anni Sessanta e Settanta). In questi scatti, esposti lungo la cancellata storica della Mole Antonelliana, gli ambienti rievocati dai film e lo spazio scenico si sovrappongono con effetti di straniamento.
Lì vicino, lungo un porticato di Via Po, corre una serie di scatti realizzati alla fine degli anni Trenta per un concorso indetto dall’azienda cosmetica Gi. Vi. Emme beauty (5.000 lire per un sorriso). Queste e molte altre mostre della rassegna espositiva, curata da CAMERA, dialogano con la configurazione del paesaggio architettonico ed urbano torinese, in taluni casi entrando nel vivo della società che lo vive, lo attiva e lo trasforma.
L’immigrazione dal Sud negli anni in cui Torino si afferma come polo industriale italiano ha sicuramente contribuito a riconfigurare il paesaggio e l’esperienza di luogo. Dobbiamo considerare i luoghi come entità fisiche che si completano sul piano simbolico e immaginativo. In questo processo di integrazione e completamento svolgono un ruolo le relazioni sociali, economiche e culturali all’interno delle quali si istituiscono, si formano e ri-formano le identità, alla costruzione delle quali contribuisce il carattere inter-testuale anziché spaziale degli ambienti o luoghi comunicativi del Web.
La mostra Atto dovuto di Turi Rapisarda, inserita nel circuito Extra di EXPOSED Torino Photo Festival (a cura di Carola Allemandi – Ottofinestre, dal 15 aprile al 20 maggio 2026), entra nel merito del tema proposto con tre serie fotografiche: Sei dei Mille (1992), Mutoid (1994-1995) e Pixel on Silverprint, iniziata nel 2021.
Sei dei Mille è dedicata agli immigrati che fanno il viaggio inverso rispetto a quello di Garibaldi, che scese dal Nord al Sud quasi un secolo esatto prima dell’arrivo al Nord dei “Sei” ritratti da Rapisarda. Raffigurati in posa umbertina, come i soldati garibaldini nella pittura celebrativa dell’Ottocento e poi anche in fotografia, assumono un aspetto monumentale, rievocando antichi telamoni: sculture impiegate come sostegno o come elemento decorativo. Osservando le stampe che riproducono i personaggi in scala 1:1 si ha l’impressione che a questa monumentalizzazione plastica concorra anche la teoria purovisibilista della veduta principale, alla quale si raccordano in successione le singole vedute di una scultura, ovvero uno sguardo rivolto alla scultura che già dai tempi di Adolf Hildebrand e di Heinrich Wölfflin si è formato sulla fotografia. Allemandi precisa che “la fotografia impone per sua stessa natura una veduta principale, incontrando così il discorso formale scultoreo; allo stesso tempo, avendo allestito le opere senza un muro a loro supporto, le stampe acquisiscono un’autonomia e una possibilità di visione a tutto tondo, rendendo ambigua la loro stessa bidimensionalità [inoltre] le stampe dei Sei dei Mille, sono sospese a dei profili a U di ferro. La carta, che non segue mai perfettamente la linea del ferro, sollevandosi e curvandosi fa della fotografia una scultura soggetta ai moti imprevisti del suo stesso materiale”. Per questa ragione alla curatrice “piace pensare a queste immagini come a dei monumenti dotati di una loro fragilità e discontinuità”.
Della serie fotografica Mutoid, riferita alla comunità indipendente (Mutoid Waste Company) insediata dal 1991 a Santarcangelo di Romagna, colpiscono gli effetti tonali generati nel tempo dall’utilizzo di chimica esausta. Queste stampe spostano l’attenzione dall’immagine fotografica, intesa come arresto e cristallizzazione di un istante, al processo che la modifica nel tempo. Il processo ha un rapporto con il riciclo degli scarti di ferro nell’ottica anticonsumistica e anticapitalistica dei Mutoid.
Nel saggio Immagini infestate. Ecologie tossiche della fotografia (Mimesis, 2026) Sara Benaglia scrive delle reazioni chimiche provocate dalle scorie che la fotografia lascia dietro di sé, come agenti patogeni ribelli, che popolano le carte fotografiche e le vasche degli acidi, lasciando aloni aranciati sulle prime e muffe arborescenti sul fondo delle seconde. A queste arborescenze Constantin Brâncuși dedica uno scatto (Ph 762, anni trenta, cat. n. 85, MNAM Parigi), e agli aloni provocati da agenti chimici, che proseguono il loro lavoro sulla carta oltre il fissaggio e il lavaggio, Berengo Gardin conferisce una vitalità che aggiunge valore alla fotografia (mi riferisco a una sua veduta del lago d’Orta presente nella collezione Fantini). Possiamo attribuire a questa “ribellione” chimica allo sfruttamento capitalistico delle risorse un’affinità con i comportamenti anticonsumistici e anticapitalistici della comunità Mutoid Waste Company. Allemandi aggiunge: “Rapisarda aveva stampato delle immagini dedicate ai Mutoid anche con chimici che contenevano ciò che lui definisce ‘il virus’: un elemento di disturbo in grado di alterare, se non del tutto vanificare, le operazioni di sviluppo e fissaggio”.
La terza serie esposta, Pixel on Silverprint, mette in relazione tecniche fotografiche off camera con la smart-photography, allo scopo di evidenziare l’aspetto materiale e al contempo immateriale della visività in cui siamo immersi. Rapisarda e Salviato impostano lo sfondo di uno smartphone come immagine negativa. Poi lo inseriscono nello chassis di un ingranditore Durst per stampare in formato 24x30 cm. Ogni sfondo è un ritratto, in alcuni casi rielaborato o generato dall’IA. La camera oscura nomade è un progetto che ha uno scopo critico rispetto alla costruzione della propria identità in una società modellata dalle nuove tecnologie, ma è anche – precisa Allemandi – “un momento performativo condiviso in cui chiunque può produrre una stampa a contatto posando il proprio smartphone sulla carta sensibile: un modo, tra le altre cose, per avvicinare l’utenza contemporanea al mondo della camera oscura e della fotografia ‘chimica’ e di dare valore collettivo a un’operazione solitamente privata [un progetto che] contiene allo stesso tempo strati di riflessione sul mezzo fotografico”.
Lungo la cancellata del giardino di Palazzo dal Pozzo della Cisterna è esposta una riproduzione della più antica fotografia d’Italia giunta sino a noi. Scattata dall’ottico Enrico Federico Jest l’8 ottobre 1939 è un dagherrotipo che raffigura la chiesa della Gran Madre di Dio. La riproduzione, accostata a una sua replica speculare (le prime fotocamere non erano dotate di specchio per raddrizzare l’immagine) è inserita nella mostra outdoor La città in fotografia / La fotografia in città (a cura di Barbara Bergaglio). Come Pixel on Silverprint anche la riproduzione del dagherrotipo invita a riflettere sul mezzo fotografico. Le mostre si richiamano a distanza, come i gondolieri veneziani di cui Johann Wolfgang von Goethe scrive in Viaggio in Italia. Nel corso del suo soggiorno veneziano (1786) resta colpito dal fatto che di notte i gondolieri, rispondendosi da una barca all'altra, cantavano le strofe della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso o dell'Orlando Furioso di Ludovico Ariosto.
EXPOSED Torino Photo Festival è una rassegna (molto più vasta di quanto è stato qui possibile illustrare) in cui un evento richiama un altro disegnando una mappa che si sovrappone a quella urbana, mettendo a nudo la relazione tra identità e rappresentazione anche sul piano della configurazione monumentale, architettonica ed urbana, che influenza le relazioni sociali, economiche e culturali all’interno del quale si formano le identità.
In copertina, EXPOSED Torino Photo Festival - FUORICAMPO. Il cinema svelato. Guerra e pace, King Vidor, 1956. Sul set del film a Sestriere. Collezioni del Museo Nazionale del Cinema.
EXPOSED Torino Photo Festival – Mettersi a nudo, dal 9 aprile al 2 giugno 2026