Chelsea: giardini in fiera

23 Maggio 2026

Ogni anno a fine maggio, nel parco del Royal Hospital di Chelsea a Londra, ha luogo il Chelsea Flower Show, la manifestazione di giardini più antica e importante del Regno Unito e forse del vecchio continente. Oltre a interessare esperti del settore e appassionati di fiori, la fiera è uno degli eventi più mondani dell’anno, che attira visitatori da ogni luogo, disposti ad acquistare costosi biglietti mesi in anticipo. L’apertura al pubblico avviene dal martedì al sabato, quest’anno dal 19 al 23 maggio, con i primi giorni riservati ai membri della Royal Horticultural Society e gli ultimi al grande pubblico. Il lunedì è il giorno in assoluto più esclusivo, nel quale l’accesso è riservato alla famiglia reale e ad altri pochissimi invitati. Nonostante il programma e il dress code evochino norme sociali antiche – non si può entrare in tuta – la fiera è un luogo di sperimentazione nel progetto del giardino, e riflette tendenze e cambiamenti culturali e sociali. Negli anni ha anche acceso qualche dibattito, come quello iniziato dallo scrittore e presentatore inglese Monty Don nel 2022, in occasione del premio dato al giardino di Lulu Urquhart e Adam Hunt A Rewilding Britain Landscape, che simulava una porzione di paesaggio disegnata dai castori. Don criticava la pratica del rewilding come tema troppo elitario per essere preso in considerazione, interessante solo per alcune categorie sociali che non hanno un rapporto diretto con la campagna, come i giovani che lavorano a Londra o i grandi proprietari terrieri. Tra questi, Carlo III, patrono de The Wildlife Trusts dal 1977, ha recentemente annunciato di aver avviato un’opera di rewilding a Balmoral.

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I primi giorni al Chelsea Flower Show (2024). Foto di Giacomo Guzzon.

Il paesaggista inglese Nigel Dunnett (1963-2026), medaglia d’oro nel 2013, e autore di sei giardini al Chelsea Flower Show tra il 2009 e il 2025, considerava la fiera “un luogo per nuove idee, per sperimentare e rischiare”. I giardini disegnati da Dunnett a Chelsea avevano l’obiettivo di mostrare al grande pubblico un approccio ecologico al progetto. Tuttavia, per far sì che tale approccio venisse poi considerato a livello urbano, Dunnett ha sempre sostenuto la necessità di avere come primo obiettivo la creazione di bellezza.

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Nigel Dunnett nel suo giardino al Chelsea Flower Show (2025). Foto di Giacomo Guzzon.

Sustaining Beauty! scriveva nel 2008 sul Journal of Landscape Architecture Elizabeth K. Meyer, paesaggista americana e professoressa di architettura del paesaggio all’Università della Virginia. Nel suo articolo manifesto, Meyer sosteneva la necessità di includere il ruolo della bellezza e dell’estetica in un programma legato alla sostenibilità. Spesso, i progetti di paesaggio definiti sostenibili tralasciano il tema dell’estetica, considerandolo meno rilevante di altri argomenti, quali salute ecologica, giustizia sociale e prosperità economica. Tuttavia, per modificare il modo di progettare parchi e giardini non bastano esempi di progetti ecologicamente rigenerativi, ma paesaggi che stimolino chi li vive ad amare l’ambiente che li circonda. Questa idea è stata bene interpretata da Dunnett, che è riuscito a innovare l’architettura dei giardini applicando temi presi dall’ecologia a progetti in piccola scala. Mantenendo sempre alta l’attenzione all’impatto estetico del progetto, Dunnett ha contribuito a definire l’estetica ecologica che oggi si sta affermando in molte città europee.

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Il giardino in ombra di Tom Stuart-Smith, medaglia d’oro (2024). Foto di Giacomo Guzzon.

Da un punto di vista formale, i suoi progetti si inseriscono nella corrente del New Perennial Movement, che utilizza erbe e fioriture perenni per creare effetti naturalistici. Mien Ruys (1904-1999), architetto paesaggista olandese, fu pioniera di questa tendenza nell’architettura del giardino, e il suo mantra – Wild planting with a strong design! – aiuta a comprendere il carattere di questi giardini. A differenza di molti in questo movimento, Dunnett aveva una formazione scientifica e accademica, era professore di Planting Design e Urban Horticulture nel Dipartimento di Architettura del Paesaggio all’Università di Sheffield e impegnato in gruppi di ricerca come il Designed Ecology Research Cluster. L’obiettivo delle ricerche condotte a Sheffield è stato quello di ridefinire il rapporto tra natura e cultura nelle aree urbane, rifiutando l’idea che l’unico modo per sperimentare i benefici della natura sia quello di fuggire in campagna. Un’idea radicata in molte città italiane. Alla base delle ricerche di Dunnett ci sono quindi studi ecologici sul funzionamento delle comunità vegetali in natura e il desiderio di verificare come le stesse piante interagiscano tra loro in spazi progettati. Da questa riflessione hanno preso spunto i suoi testi, come The Dynamic Landscape: Design, Ecology and Management of Naturalistic Urban Planting (2004), scritto insieme a James Hitchmough, e molti dei suoi giardini, dove è possibile osservare come le comunità di piante si comportino e cambino nel tempo e nello spazio.

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Il giardino di Nigel Dunnett al Chelsea Flower Show (2025). Foto di Giacomo Guzzon.

La nuova piantumazione del Barbican, realizzata nel 2013, è un esempio molto potente del suo lavoro, poiché modifica radicalmente lo scenario interno del complesso brutalista, evocando paesaggi diversi, da quello della steppa alla prateria al bosco. In Italia, nel 2021, Dunnett disegnò Piazza Vecchia a Bergamo in occasione del Landscape Festival, utilizzando migliaia di piante dall’aspetto selvatico, che rendevano l’attraversamento di quel luogo un’esperienza sensoriale immersiva, grazie ai profumi e alle consistenze e texture variegate. L’anno successivo, Carlo III d’Inghilterra, lo chiamò per celebrare il Giubileo di platino di Elisabetta II. Per l’occasione Dunnett progettò il Superbloom, un’immensa distesa di erbe e fiori di campo che occupavano tutto il fossato della Torre di Londra.

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Un giardino al Chelsea Flower Show (2024). Foto di Giacomo Guzzon.

Da esperto di orticoltura ed ecologia, a sensibile progettista, Dunnett definiva i suoi giardini naturalistici, evitando l’utilizzo di termini scomodi come naturale, ecologico o sostenibile. Sperava che i visitatori che percorrevano i suoi giardini provassero le stesse sensazioni provate in natura, disegnando porzioni di paesaggio urbano che fossero vivaci e variegati, ma a basso impatto di manutenzione, dinamici e in armonia con l'ambiente. La sua scomparsa il 26 Aprile ha commosso tutto il mondo del giardino e non solo, dall’Università di Sheffield, ai diversi progettisti, scrittori, vivaisti e giardinieri di ogni angolo di Europa.

In copertina, Un giardino al Chelsea Flower Show (2025). Foto di Giacomo Guzzon.

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