Khamenei Khomeini: i funerali parlano
Da sempre i funerali dei grandi leader politici e religiosi parlano. Le loro immagini raccontano, oltre che di nuovi assetti di potere, del vuoto lasciato nei seguaci, fedeli o militanti che siano, di forti emozioni collettive, di volti e stati d’animo che sanno già di futuro.
Vale anche per quello di Alì Khamenei, la Guida (Rabhar) della Repubblica Islamica d’Iran, uccisa nell’attacco israelo-americano del 28 febbraio. La cerimonia funebre è iniziata il 4 luglio a Teheran e si è conclusa sei giorni dopo a Mashad, uno dei grandi centri spirituali dello sciismo duodecimano, corrente dell’islam cui aderisce la maggioranza degli iraniani. Mashad non è, solo, la città natale del leader scomparso, ma anche sede del mausoleo dell’Imam Reza, il complesso religioso dedicato all’ottavo Imam della shi’a, da sempre meta di grandi pellegrinaggi, dove lo stesso Khamenei è stato sepolto.
Funerale, quello di Khamenei, seguito da milioni di persone, ma che suscita, inevitabilmente, un confronto con quello del predecessore Khomeini. I due sono i soli a aver ricoperto, a partire dal 1979, la carica di vertice della Repubblica Islamica. Pur essendo un chierico, Khamenei ha impresso al ruolo di Guida una caratterizzazione marcatamente politica. Più di quanto abbia fatto lo stesso Khomeini, architetto del “governo del dotto o giusperito”, secondo il quale il Rabhar doveva far sentire il suo peso soprattutto nelle grandi decisioni e negli stati di eccezione, lasciando l’amministrazione al presidente, che dirige il governo. Ciò non significa che Khomeini trascurasse la politica ma che ne aveva una concezione meno totalizzante di Khamenei, che nutriva per essa una vera e propria passione e che, nei suoi trentasette anni di “regno”, contribuirà non poco a consolidarne il primato del Politico sul religioso. Trasformazione evidente anche nella sua partecipata cerimonia funebre, diversa da quella di Khomeini: non solo perché differente è il momento storico in cui si è tenuta, ma perché, nel frattempo, su impulso dello stesso Khamenei, a mutare è stata la stessa relazione tra politica e religione.
Dissimili, nei tempi e nei modi – svolta interamente a Teheran e relativamente breve, nonostante una drammatica interruzione, quella di Khomeini; organizzata come un lungo addio dai molteplici significati, ed estesa alle città sante iraniane e irachene, quella di Khamenei –, le due cerimonie non sono comparabili passo dopo passo. Meglio soffermare lo sguardo su un preciso momento, comune per luogo e finalità, delle due esequie: quello in cui i corpi delle Guide vengono calati dal palco della Grande Moschea di Mosalla, dove sono stati esposti all’omaggio di autorità e fedeli, per essere portati in processione nelle strade della capitale. Rivolgendo particolare attenzione, in questo circoscritto scenario, ai simboli esibiti, all’atteggiamento e alle emozioni della folla, al clima politico e religioso, che hanno caratterizzato questa fase delle cerimonie. In quella per Khamenei balzano agli occhi le molte bandiere rosse alzate dalla folla che, nel cromatismo politico e religioso del rito, accuratamente organizzato dalla regia di regime, prevalgono sul vessillo nero del lutto e su quello tricolore della Repubblica Islamica. Quel rosso, allo stesso tempo dominante e incombente, comunica che la defunta Guida è, innanzitutto, un “martire”, sacrificatosi per “difendere la fede”. Come mostrano le circostanze della sua morte, avvenuta non in un nascondiglio protetto ma nella sua residenza ufficiale, mentre adempiva a un dovere istituzionale partecipando a una riunione con importanti esponenti del gruppo dirigente iraniano – che in buona parte, periranno con lui, come i suoi familiari –, per discutere dell’imminente conflitto. “Martirio” che esige “vendetta”, dicono quei vessilli rosso sangue, così come le parole rimbalzate, negli stessi giorni, tra il palco delle autorità e la folla accalcata nel pur ampio spazio della moschea.
La commemorazione per Ali Khamenei è caratterizzata da un simbolismo che rimanda sia a uno degli elementi fondativi dello sciismo, la lotta all’“ingiustizia” e all’”oppressione”, condotta sino al sacrificio di sé nel martirio, sia alla vittoria sull’America e Israele. Liturgia che mira a tenere insieme i due diversi aspetti, religioso e politico, intimamente connessi ma nella quale il secondo è, comunque, prevalente. Sono soprattutto le immagini ufficiali a esaltare la prova di forza di un regime che ha mobilitato tutto quello che poteva mobilitare per mostrare al mondo, in particolare ai nemici esterni e interni, che non solo è sopravvissuto alla guerra ma che la maggioranza del paese lo appoggia. Un bagno di folla presentato come fonte di rinnovata legittimazione per un gruppo dirigente, poco coeso e ancora alla ricerca di un baricentro, ma riuscito a superare, sebbene a caro prezzo, la prova della nuova “guerra imposta” da Stati Uniti e Israele.
Un funerale, quello di Khamenei, segnato da un clima in cui il Dio del Politico primeggia su quello della Devozione. E non solo perché l’Iran è ancora in una condizione di non guerra e non pace, di tregua combattente che vede alternarsi negoziati e bombardamenti, persino nella giornata in cui la defunta Guida viene sepolta. Ma perché quella è la concezione secondo cui Alì Khamenei, e quanti lo hanno sostenuto, hanno interpretato il ruolo della Guida. Così, l’ormai indebolita ala conservatrice religiosa, di cui Khamenei è stato l’indiscusso leader, ha voluto che le sue esequie fossero, innanzitutto, il trionfo visibile della linea, predicata dal loro leader scomparso, della “pazienza strategica” nei confronti dei nemici esterni e della repressione contro i mohareb, i “nemici di Dio” interni. Oltre che, ovviamente, occasione per: rivolgere il dovuto omaggio all’uomo che con la sua politica ha plasmato il “sistema”; mostrare rispetto per la sua decimata famiglia, e per il figlio Mojtaba, divenuto, non senza forzatura ereditaria, nuova Guida; far evaporare i dubbi che, al momento della successione di Khomeini, gravavano sulle “qualità” religiose di Khamenei senior, divenuto Rahbar sebbene non fosse grande ayatollah. Titolo ritenuto, allora, indispensabile dal clero sciita – storicamente articolato sulla stratificazione del sapere teologico e giuridico –, per accedere alla carica. Dopo aver defenestrato il delfino Montazeri, che reclamava un ruolo ancora più spirituale della Guida, Khomeini aveva fatto venire meno il requisito, spalancando le porte al fedele Khamenei. Scelta che molti turbanti non condivideranno: obiezione messa a tacere dai chierici allineati con la nuova Guida facendole ottenere l’agognato rango.
Nonostante il passaggio di status, Khamenei non avrà né il carisma, né il seguito di Khomeini, del quale Foucault scriverà, quando ancora il principale oppositore dello shah non è al potere, che “nessun leader politico, anche se appoggiato dai mass-media del suo paese, può vantarsi oggi di essere oggetto di un attaccamento così personale e così intenso” (M. Foucault, Taccuino persiano, Guerini, 1998). Attaccamento confermato il 6 giugno 1989, in occasione del corteo funebre del fondatore della Repubblica Islamica. Di quel caotico momento restano negli occhi le straordinarie immagini scattate dall’unico fotogiornalista straniero presente sul terreno, Eric Bouvet. Immagini caravaggesche nell’abbacinante contrasto tra la scura massa della folla che, in preda alla scarica del fervore mistico, circonda il feretro dell’amato Imam, le mani protese per toccarne il corpo, dal quale la massa aperta non vuole separarsi, facendosi vicina, troppo vicina, e il bianco del sudario che avvolge il corpo di Khomeini deposto in una fragile e austera bara.
Molti dei giovani uomini ritratti in quegli scatti appartengono alla “generazione del fronte”, quella che ha difeso la Repubblica Islamica combattendo nella guerra con l’Iraq, durata otto anni. È la generazione che ha visto morire migliaia di “fratelli” nelle grandi e paralizzanti battaglie, simili a quelle ingaggiate nel fronte occidentale nel corso della prima guerra mondiale, combattute tra i due paesi. Affrontate lanciandosi, “chiavi del paradiso” al collo e fascia con i versetti coranici in fronte, in assalti all’arma bianca, audaci attacchi in moto, marce suicide nei campi minati nemici per aprire varchi a chi deve seguire. Una generazione di volontari, affluiti nei ranghi delle milizie Pasdaran e Basij, dopo aver accolto l’appello di Khomeini, nel quale vedranno il polo mistico, la promessa di un ordine più giusto, ma anche il padre sempre cercato.
Una massa densa e nera quella prodotta da quei giovani uomini, e dalle donne in chador, liberate in quella informe situazione dal timore del contatto impuro – ricorda Canetti ( Massa e potere, Adelphi, 1981), che in simili frangenti “le differenze non contano più, nemmeno quella di sesso” poiché chi si abbandona alla massa non può temere di essere toccato. Una massa – qualcosa di più della somma degli individui che la compongono –, che ondeggia e preme sul feretro. I portatori vacillano, la bara si incrina, il sudario in cui è avvolto Khomeini, divenuto improvvisamente contesa reliquia, è strattonato e lacerato: sino a scoprire parzialmente il corpo. Momenti di incontrollabile esaltazione, di irruzione del sacro, di trasgressione che scardina quello d’ordine, di sacro impuro che aleggia sul cadavere oltraggiato per troppo amore. Sconvolgimento visibile nei volti e nelle bocche spalancate di chi è nei pressi, negli inestricabili grovigli di mani decise a afferrare la bara, trarla a sé, come a voler trattenere colui che i fedeli riconoscono come Imam del Tempo.
Secondo la credenza, questi è un uomo pio e sapiente in contatto con il Dodicesimo Imam, Muhhamad al-Mahdi, l’ultimo leader religioso e politico legittimo della comunità sciita, occultatosi per imperscrutabili ragioni nell’874 ma che continua a parlare al mondo attraverso intermediari terreni. Il Mahdi, l’Atteso, è messianicamente destinato a ricomparire, alla Fine dei Tempi per instaurare il Regno della Giustizia. Khomeini non si presenterà mai come Imam del Tempo ma si lascerà chiamare Imam dai suoi fervidi seguaci, del tutto convinti che “chi muore senza aver conosciuto l’Imam del proprio tempo, muore come un infedele”.
I possenti ondeggiamenti di quella che Canetti avrebbe chiamato “muta del lamento”, faranno oscillare e cadere a terra la bara. Per mettere fine al rischioso e impuro parossismo, e sottrarre all’agitata massa il corpo di Khomeini, i Pasdaran spareranno in aria e disperderanno la folla a colpi di bastone. Ricomposta e ripurificata la salma, sarà collocata in un più resistente contenitore metallico e portata in elicottero, unico mezzo capace di superare l’impenetrabile muro eretto dalla sterminata marea umana, nel cimitero di Behesht-e Zahra, dove verrà sepolto.
Quale differenza con la marcia funebre di Khamenei! E non solo perché il feretro della seconda Guida, per evitare simili scene e rischi, è subito issato su un grande autocarro blindato, che trasporta anche le bare dei familiari. Scelta, che tiene a una certa distanza la folla, motivata da interdetti rituali e esigenze di incolumità, oltre che da una più decisa propensione a una cerimonia ordinata, non lasciata allo spontaneismo della folla, ma che, quanto meno a Teheran, conferma una “separatezza” sempre percepibile tra Khamenei e la grande massa dei fedeli. Certo, nella sua celebrazione funebre non mancano le tipiche forme di dolorismo sciita, lamenti, lacrime, autopercuotimento rituale, ma il fervore del 6 giugno 1989 è solo un ricordo. Segno dell’affievolirsi di esasperate forme di fanatismo religioso ma anche indizio che l’insistenza di Khamenei sul Politico, ha inciso sulle forme devozionali. Non solo in quelle più estreme.
Consapevolezza presente anche ai vertici del regime se, nell’intento di ricostruirne un più nitido profilo religioso, alla Guida uccisa sarà permesso qualcosa che, a pochi mesi dalla fine della lunga, prima, “guerra imposta” scatenata da Saddam Hussein con l’avallo americano, non sarebbe stato possibile per Khomeini: dopo una tappa a Qom, una cerimonia nelle città sante in Iraq. Prima a Najaf, terzo luogo santo dell’islam sciita dove, nel Mausoleo dell’Imam Alì, è sepolto il primo Imam sciita, cugino e genero del Profeta Muhammad. Luogo a alto contenuto simbolico, anche perché sede di seminari teologici dove, nei primi anni Sessanta, l’esiliato Khomeini oppositore dello Shah elabora la dottrina di rottura con l’attendista e quietista tradizione religiosa sciita, gelosamente custodita in quelle aule dall’ayatollah Sistani, che, quasi centenario, si oppone ancora oggi da lì alle tesi del suo irriducibile rivale divenute patrimonio dello sciismo rivoluzionario e avverte come sfida l’irruzione iraniana in città. Poi a Kerbala, luogo fondativo della mitologia della resistenza all’ingiustizia e all’oppressione sino alla morte nel martirio, forgiata sulle sacrificali vicende del terzo Imam Husayn. Cerimonie che, fuori dallo stretto controllo iraniano, hanno visto forme di partecipazione dei fedeli più “calde”, simili a quelle manifestatesi nel funerale di Khomeini. Come se, in uno spazio georeligioso non gestito dal regime e animato da confratelli che non hanno vissuto la torsione religiosa prodotta dal primato del Politico, anche Khamenei potesse beneficiare di uno slancio devozionale che in patria è stato rivolto solo al suo ieratico predecessore.
In copertina: Corteo funebre, Khamenei.ir (CC BY 4.0)