Come vivere nella tempesta

14 Luglio 2026

Si può vivere nella tempesta. Non quella conradiana di Tifone, bensì quella trumpiana del Kaos globale. Come nel racconto di Conrad il capitano MacWhirr “non aveva mai intravisto la forza incommensurabile e la collera smodata” del mare che colpirà la sua nave, così noi sembriamo altrettanto impotenti di fronte alla tempesta che si è abbattuta su di noi. Placidamente, come quel capitano, assistiamo da anni alla tempesta perfetta: l’attacco della Russia all’Ucraina, la disgregazione del Medio Oriente, quella dell’intero arco nord-africano e del Sahel, e a Nord il rischio artico, dalla Groenlandia all’Artico russo.

Noi: si intende l’Europa. Le sue élites politiche e le sue opinioni pubbliche. Che da queste tempeste sono letteralmente circondate. Ad esse è rivolto l’appello contenuto in questo agile (94 pagine), ricco pamphlet di Mario Di Pizzo, giornalista Rai esperto di geopolitica (Tempesta, LUISS University Press 2026). Il tono non è aggressivo né polemico, ma freddo e misurato. Misura, l’autore, l’entità delle forze che si sono scatenate. E a chiarire di che forze si tratti, pone a esergo del libro la frase di Ariel nella Tempesta, l’ultimo play di Shakespeare: “L’inferno è vuoto e tutti i diavoli sono qui”.

Per mettere un po' d’ordine nel discorso, Di Pizzo usa quattro nodi attorno a cui si intrecciano i diversi fili. Quattro luoghi-simbolo.

Reykjavík, capitale-porto dell’Islanda intorno alla quale si muovono silenziosamente i sottomarini atomici di Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito, Francia. Sono, si badi, le superpotenze che siedono nel Consiglio di sicurezza dell’ONU e il cui veto può bloccarne qualsiasi risoluzione. Si muovono qui nelle acque artiche contendendosi il dominio del Nord. Il rischio atomico è aggravato dal cambiamento climatico, che a causa dello scioglimento dei ghiacci polari ha reso questi mari contendibili a scopi di traffico commerciale e di influenza geopolitica. Un milione di chilometri di cavi sottomarini di fibra ottica diventa oggetto di guerra ibrida, attentati e sabotaggi. L’ ambiente è la prima vittima della follia che le potenze mondiali (USA, Russia, Cina) stanno scatenando: la “città terrena” di Sant’Agostino, che dominando i popoli è dominata dal suo stesso desiderio di dominio. La vendetta verrà dalla Natura stessa. Mentre Putin progetta un corridoio trans-artico su mari e terre, lo scioglimento e la disgregazione del permafrost minaccerà il 65% della superficie della Federazione Russia (p.35).

Brest, nota ai più tra noi solo per il romanzo di Genet e il bel film di Fassbinder, è in realtà laboratorio atomico d’Europa. Qui è la base dei sommergibili atomici di Francia, unica potenza nucleare dell’Unione europea dopo la Brexit. Brest è stata sorvolata da droni nel dicembre 2025: guerra ibrida, attività ostile da parte di Mosca per danneggiare le infrastrutture e ancor più il consenso popolare ai governi europei (sostiene l’ambasciatore Giampiero Massolo, che firma anche la prefazione del libro). Che farà l’Europa dopo la fine della Nato come l’abbiamo finora conosciuta? un’alleanza militare tra Stati durata più di ogni altra nella storia mondiale, più ancora della lega Delio Attica delle città greche contro i Persiani (p. 47). Ma ora la “strategia della negazione” da parte americana porta al suo depotenziamento. La Francia è dotata di limitato potere dissuasivo, a causa della sua ristretta dotazione nucleare. Ora allarga l’accordo per la dissuasione nucleare europea ad altri otto Paesi, tra cui non c’è l’Italia. L’Europa deve rinegoziare il rapporto con gli Stati Uniti, prosegue l’ambasciatore Massolo. Ma su che basi? Quelle dei “volonterosi”, come sostiene l’analista di politica internazionale Nathalie Tocci e come sta avvenendo nel sostegno europeo all’Ucraina su base “volontaria”? Ma quale spazio hanno gli accordi tra “volonterosi” nell’epoca delle prepotenze globali? La verità è che l’Europa non c’è. E lo scenario di un’estrema destra europea che conquista le elezioni in Francia, Germania, Gran Bretagna (in Italia è già al governo) completa drammaticamente il quadro. Tutti i nemici dell’Europa stanno attivamente lavorando a realizzare questo scenario.

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New York, la città del melting pot multietnico, è qui scelta come simbolo della fine del multilateralismo. Si tratta di quella dottrina, nel libro non approfondita ma che sta alla base del pensiero geopolitico occidentale finora, che prevede che ogni potere sia sottoposto a limiti: sia al proprio interno che nel rapporto tra Stati. Ma oggi, dalla stretta di mano si è passati al braccio di ferro, commenta il giurista Giuliano Amato (p. 72).

Infine, Rabat: la capitale del Marocco, paese in ascesa e moderato, coi suoi porti e le sue industrie automobilistiche, simbolo di una possibile alleanza tra Africa, Europa e Stati Uniti. Il Marocco è infatti simbolo di una “geografia aspirazionale” secondo la geografa Luiza Bialasiewicz (p. 86): “pensarsi diversi, rappresentarsi in altro modo e stabilire così nuove possibilità… La vocazione atlantica e mediterranea del Marocco lo porta fuori dall’Africa e lo avvicina all’Occidente”. Sarà così? O prevarranno le ostilità estreme: quelle dell’Algeria islamista (che perseguita Boualem Sansal, l’autore del distopico 2084. La fine del mondo), della jihad islamica presente nel Sahel (Mali, Niger, Burkina Faso, tutti Paesi oggetto di recenti colpi di stato e infiltrati dalla Russia mentre la Francia se ne è ritirata), della Libia polverizzata e divisa in due?

Qui l’Europa paga il conto più duro dei propri errori: tardo colonialismo, occasioni di cooperazione perdute, guerre da logica di ‘protettorato’ (Libia 2011) condotte alla cieca.

Solo, io ritengo, un completo cambiamento delle geopolitiche, strategiche e migratorie, con la riapertura delle frontiere marittime europee e l’accoglienza organizzata di milioni di migranti potrebbe mutare nel tempo la situazione. Integrando davvero questi Paesi all’Europa, come si sostiene qui per il Marocco. Lo aveva immaginato il filosofo hegeliano, e artefice degli accordi della prima Comunità europea, Alexandre Kojève con la proposta di un “Impero latino” nel 1945: un ponte tra Europa mediterranea (Francia, Italia, Spagna) e Nord Africa, e in prospettiva tra cristianità e islam. L’Unione europea sta facendo l’opposto.

Una pagina finale di speranza è dedicata a un sogno che si realizza proprio in Africa: la grande Muraglia Verde da Dakar a Gibuti, dall’Atlantico al Mar Rosso, un muro verde nel deserto che unisce ventidue Stati africani e che renderà fertili cento milioni di ettari di nuove terre coltivabili. Il multilateralismo dal basso salverà il mondo?

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