Il generale e gli eroici piagnoni

20 Giugno 2026

“Siamo lo scarto e la feccia”, ha proclamato Roberto Vannacci nel suo discorso all’assemblea costituente del partito da poco venuto alla luce. “La vittima è l'eroe del nostro tempo. Essere vittime dà prestigio, impone ascolto, promette e promuove riconoscimento, attiva un potente generatore di identità, diritto, autostima”, potremmo rispondere con l’incipit del sempre attuale Critica della vittima di Daniele Giglioli. E aggiungere la tendenza recente che vede una frenetica corsa per aggiudicarsi lo status di vittima, soprattutto da parte di chi non ne avrebbe diritto (“l'ideologia vittimaria è oggi il primo travestimento dei forti”). E dunque i bianchi talentuosi e competenti sono discriminati causa quote riservate alle minoranze, zittiti dal politicamente corretto, vittime fisiche di stranieri folli e criminali, o della polizia terrorizzata dalle possibili accuse di razzismo. Tale il discorso comune delle destre americane ed europee. In Italia è però a disposizione una più profonda pozza a cui abbeverarsi: gli anni Settanta dei molto istituzionalmente ricordati Ramelli o di Bigonzetti e Ciavatta invocati ad Acca Larenzia; degli “esuli in patria”, secondo l’espressione di Marco Tarchi, già eretico missino e fondatore della rivista significativamente battezzata «La voce della fogna». Naturalmente, risalendo per li rami, si arriva al biennio di Salò.

Il tema della vittima entra quindi nel più ampio processo di revisione che ha caratterizzato l'Italia dal dopoguerra a oggi; dal periodo dell'immediato dopoguerra, definito da Philip Cooke in L’eredità della Resistenza della “desistenza”, all'indebolirsi progressivo negli anni Settanta/Ottanta ad opera della “stampa socialista” (ovvero craxiana), che, come scritto da Filippo Focardi in La guerra della memoria  “metteva in dubbio alcuni capisaldi” della Resistenza, o alle mostre acritiche su cultura ed economia negli anni del fascismo, proposte da sindaci della medesima parte politica, “primi segnali massmediali del revisionismo” (Gabriele Turi, La cultura delle destre). Nel decennio dello “sdoganamento” berlusconiano dei neofascisti al governo, portatori di un vittimismo rancoroso a lungo covato (ad oggi non ancora sfogato), viene prepotentemente a galla la lunga stagione del revisionismo, che era stato carattere intrinseco, ma minoritario, della memorialistica e narrativa di Salò. Giampaolo Pansa, a partire da Il sangue dei vinti (2003) e poi dal seguente profluvio di variazioni e accumulo romanzeschi e saggistici, dà visibilità a quella materia nascosta e impulso ad altra produzione consimile. Per farla breve con le parole di Sergio Luzzatto in Sangue d’Italia: “la storia dei vincitori come di un racconto a tesi, bugiardo o comunque cosmetico” e quindi “la guerra di liberazione come una carneficina altrettanto sanguinaria che gratuita; gli eccidi perpetrati dai neri ampiamente compensati da quelli perpetrati dai rossi; il delitto Gentile contro il delitto Rosselli; i fratelli Govoni contro i fratelli Cervi; il «triangolo della morte» contro la Resistenza delle montagne ecc.”

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Questa è ormai storia e presente ampiamente incarnato anche da Giorgia Meloni; veniamo al Futuro nazionale. Il Generale, insieme alle parole messe in testa sulla feccia, ha aggiunto: “e siamo fieri di esserlo”. Dunque accanto alla versione piagnucolosa e rivendicativa, assistiamo all’affiancamento di una sfumatura eroica, romantica e un po’ maledetta, piena dell’orgoglio della vittima: un beautiful looser meglio incarnabile da un ex-combattente che da una donna per quanto underdog. Nonostante il nome del nuovo partito dobbiamo anche in questo caso tornare indietro. Per esempio a Mario Castellacci, già autore della canzone-manifesto Le donne non ci vogliono più bene, che in La memoria bruciata del 1998, affermava che “al loro teorema romantico urgeva quella conclusione: essere disperatamente incompresi. Faceva quasi parte della divisa, al pari della camicia nera del fez e del pugnale.” Qualcosa di compiaciuto e diverso dal combattentismo rozzo, una presunta irregolarità da studenti innamorati dell'ideale e della sconfitta: “Nella Milizia Universitaria si era trovato a far parte della compagnia romana detta dei Culi Pallidi, così chiamata perché i suoi componenti avevano tolto d'arbitrio la fascia nera dal cappellone di ordinanza. Una compagnia di inaffidabili, al punto che non li facevano nemmeno partecipare alle parate.” Invece tutti transitati, a differenza dei più ligi e seri, nei reparti di Salò.

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Per la Decima, così amata da Vannacci, rincalza Fernando Togni in Avevamo vent’anni (anche meno) lungo la prospettiva di idealisti un po' attaccabrighe dall'aura romanzesca: “io rivedo quegli uomini più come la Compagnia dei Cadetti di Guascogna che una di ventura e, credetemi, c'è differenza.” E il comandante Borghese, in una riflessione retrospettiva degli anni Settanta sotto forma di intervista rilasciata proprio a Pansa, rivendica la grandezza titanica e l'integrità etica della opzione perdente: “ho scelto la partita più difficile, più dura, più ingrata, quella che non mi avrebbe aperto nessuna strada ai valori materiali, terreni. Però essa mi avrebbe dato un carattere di spiritualità e di pulizia morale al quale nessun'altra strada avrebbe potuto portarmi.” Giorgio Albertazzi poi, “lirico fino all'orgasmo” per parafrasare Giorgio Caproni, fornisce una vera e propria teoria della superiorità morale dei messi ai margini della cultura e della politica: “Mi sentivo un reduce, sconfitto! Questo fu il primo sentimento che provai camminando tra la gente. La sconfitta può essere bellissima (non la disfatta, si badi bene, la sconfitta), molto di più della vittoria, che è appagante è troppo dolce è diabetica, mentre la sconfitta è amara e affamata perciò stimola le visioni. La vittoria assopisce, la sconfitta sveglia. A saperla vivere la sconfitta ti mette davanti a te stesso così come sei senza gli addobbi della vittoria, ti arma, se riesci a viverla senza frustrazione.”

Un capovolgimento notato da Piergiorgio Bellocchio in un'intervista, che definisce “esplicita e arrogante”, rilasciata nel 1982 da Carl Schmitt, dove si legge: “Le vaincu ecrit l'histoire, non il vincitore. I greci. A Norimberga i tedeschi hanno vinto la guerra.” Nel suo sensibilissimo radar sulle tendenze degli anni Ottanta di Uomini superiori (poi in Dalla parte del torto, Einaudi 1998), il gran solitario di Bobbio già rintracciava un tratto fondamentale: “Quanto a Schmitt, è chiaramente un vincitore. Ha solo recitato la parte del vinto, non si è mai pentito, ha saputo mentire con protervo, nobilissimo stile fino alla fine.” Anche Albertazzi, fin dal titolo della sua autobiografia Un perdente di successo, ha recitato, e certamente Vannacci, come tutti oggi, vuole vincere; ma chissà se questa nuova maschera non sia più accattivante del broncio e dello strillo del suo vero doppio culturale, Giorgia Meloni, nella competizione per impersonare al meglio il ruolo, quant’altro mai redditizio e dinamico, della vittima.

In copertina, Roberto Vannacci, Wikimedia Commons.

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