Sopravvivere sul pianeta infetto

27 Luglio 2026

A un certo punto, nel romanzo di Lorenza Ghinelli e Silvia Bottani La roccia dalle radici di stelle (Aboca Edizioni, 308 pp.), una donna legge dei tarocchi. Nella stesa compare l’Arcano della Ruota della Fortuna, una carta che nel mazzo Marsigliese è occupata dal disegno di un marchingegno rotante che poggia sull’acqua. Nella simbologia dei tarocchi l’azzurro dell’acqua è associato all’essenza dello spirito; più in generale, quella carta racconta la necessità di lasciare che gli eventi scorrano, pur in un equilibrio precario. Vera mise en abyme dell’intera storia, la Ruota della Fortuna racconta l’acqua che porta via tutto, l’alluvione che travolge Valle Fratta, un microcosmo ai piedi della collina romagnola; il nuovo equilibrio da accogliere è la sfida di sopravvivenza che coinvolge i protagonisti umani e animali, colti nel tentativo di fare i conti con la catastrofe. 

In questo romanzo ci sono adulti, giovani, animali. Carla è una veterinaria: incontra per caso Mirco e suo figlio Elia in un bar poco prima del disastro. Nella notte della grande pioggia, dopo aver sfiorato le vite degli altri due personaggi, è impegnata nel parto di una mucca presso l’allevamento di proprietà della famiglia di Agata. Ma la nascita coincide con la morte, e così il vitellino nato fra le mani di Carla viene al mondo qualche istante prima che una valanga di fango travolga tutto, portandosi via anche i genitori della ragazza. Agata e Carla fuggono alla ricerca di un riparo, si ritrovano – la Ruota, ancora, gira – a casa di Mirco ed Elia. A queste prime due coppie di personaggi si aggiungono Mariana, Ottavia, Tommaso e Nives – l’ex compagna di Carla e la sua nuova famiglia, di cui Nives è il membro più anziano. Tre nuclei abitativi, come comunica Mirco all’unica centralinista con cui riesce a mettersi in contatto, dopo il disastro: l’allevamento, l’abitazione di Mariana e quella di Carla. Quattro, ribatte lei, ce n’è un altro. 

È la casa di Gêvle: Elia e Agata incontrano l’uomo con la pipa mentre sono alla ricerca di Fulgor, il cavallo della ragazza. Figura misteriosa e sfuggente, Gêvle parla prevalentemente dialetto: ha trovato Fulgor e se ne sta prendendo cura, dice, l’animale ha bisogno di riposare. Gêvle non è un uomo, come spiega Nives attingendo alle fonti labili della sua memoria sconquassata dalla malattia, ma Angela, amica di tempi lontani, una donna che ormai vive in quasi completa solitudine segnata dalle fatiche di una vita complicata. 

Una manciata di personaggi, dunque, camminano fra le pagine di questo romanzo, costellate di ferite – ognuno ha la sua, profonda o superficiale, materiale o metaforica – ma anche, inaspettatamente, di grande luce. La speranza germoglia fiera e solida ai piedi dell’albero senza nome. Per una strana combinazione geologica, o chimica, o botanica, la frana l’ha riportato alla vita: gli animali riescono già ad ascoltarne il canto, per gli umani resta un enigma da decifrare: “La luce sta già facendo il resto. Il momento delle foglie non è ancora arrivato ma questo albero fossile che si è impietrato per poi venire restituito all’aria dall’accidente della frana contiene in sé la sua fioritura, ancora in potenza, e quella potenza contiene a sua volta altri eventi che forse si verificheranno e che ora sono ipotesi tra gli atomi di questa creatura arborea. Gli uccelli, in consesso sopra la sua sommità, ne intuiscono il progetto, così come le creature che strisciano nel suolo grasso su cui si innalza. L’albero fossile è apparso da poco ma il suo segno è già stato accolto nella rete degli esseri che abitano la sua prossimità.” 

Quando Agata ed Elia lo rintracciano, nel folto bosco di querce e castagni, vengono rapiti dall’eccezionalità dell’evento: è un albero che nella catastrofe rinasce, saltato fuori dalla terra, che brilla; a fargli da guardia una lupa. 

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La lupa non è l’unico animale, insieme a Fulgor, a popolare le pagine di questo romanzo. Carla è accompagnata da un piccolo scimpanzè, Root (significativamente il termine inglese per “radice”) e poi ci sono le iene, i pappagalli, una schiera di esseri viventi che, come un fiume in piena, inaspettatamente inondano gli spazi popolati dagli uomini. In questo senso, è evidente come l’evento catastrofico abbia una funzione epistemologica: costringe i personaggi umani a rinunciare alla propria solitudine costitutiva, obbliga a rimettere radicalmente in discussione il proprio modo di conoscere il mondo e di collocarsi al suo interno. Non sono più soli, questi uomini e queste donne, giovani e meno giovani: devono fare i conti con l’alterità animale, con tutta la fatica che deriva da una comunicazione resa complicata dalla differenza. La rottura dei confini del bioparco assume, in questo senso, un valore fortemente simbolico: con il crollo delle barriere fisiche cadono anche quelle concettuali che separavano la vita umana da quella animale.

Nella ferita, il dono: l’inimmaginabile e la speranza si alternano spesso fra le pagine di questo romanzo. La vicenda del personaggio di Angela-Gêvle illumina una possibilità di convivenza fra umano e animale. Nella notte in cui Angela fugge alla ricerca di un contatto con il suo passato, il cui ricordo è riattivato dall’incontro con Nives, si scontra con due iene: a proteggerla è una lupa. La rivede quella sera, nel dormiveglia: “Il pensiero vola alla lupa, all’amica coraggiosa che le ha salvato la vita. Non sapere che ne è di lei la distrugge più delle memorie cattive e della testa che continua a girare insieme alle emozioni di quella sera”. Quando precipita nel sogno, “Angela vede una roccia che non è una roccia. Non può spiegarlo, ma sa che è un albero. Lo sa con l’assoluta certezza dei sogni. Sull’albero c’è un’enorme lupa bianca. È la sua lupa, anche se nella vita reale non è enorme e non è neppure bianca. Se ne sta fieramente seduta in cima all’albero che sembra una roccia, si lascia ammirare. Il suo manto non è insozzato dal sangue, nessun morso ha oltraggiato quel corpo sacro di bestia che riluce in cima a un albero che non è soltanto un albero. C’è qualcosa di senziente che pulsa nel tronco e si irradia nelle minuscole gemme che fioriscono dalla corteccia. Questo sogno è più una visione, lo scostarsi di un velo che scopre qualcosa che si agita sotto l’apparenza delle cose.”

Il pensiero della lupa amica la lega alla radice luminosa dell’albero senza nome. Ogni personaggio è connesso alle radici misteriose della pianta, anche se non lo sa, in una rete di significati sommersi che tiene insieme umani e non umani. 

Viene in mente l’immagine del ripiglino, o gioco della matassa, indicata da Donna Haraway in Chthulucene: le specie compagne si passano un filo, giocano insieme attivando schemi di collaborazione: “Partecipare al gioco della matassa equivale a trasmettere e a ricevere degli schemi, lasciando pendere dei fili, preparandosi a sbagliare, ma riuscendo di tanto in tanto a scovare qualcosa che funziona.”

Era stata proprio Haraway a ipotizzare l’esistenza di una serie di stratagemmi che potessero favorire la sopravvivenza “sul pianeta infetto”, il nostro, ormai segnato dal devastante impatto dell’uomo sull’ambiente. Fra queste spicca la teorizzazione del concetto di “simpoiesi”, un insieme di pratiche di pensiero e azione collettive che coinvolgano umani e animali nel tentativo di salvaguardare le comunità interspecifiche. La sopravvivenza degli umani dipende dalla loro capacità di lavorare insieme agli animali: un esempio è il legame che i personaggi intessono con la scimmia Root, che custodisce il segreto salvifico delle gemme verdi, vera chiave di volta del romanzo. Root è depositaria di un sapere essenziale, vede e conosce qualcosa che agli esseri umani ancora sfugge. In un contesto in cui le istituzioni politiche e sociali risultano paralizzate o incapaci di intervenire, la possibilità di costruire un futuro passa attraverso la nascita di nuove alleanze, nelle quali umani e animali partecipano insieme alla ricostruzione di una comunità fondata sulla cura reciproca.

Uno degli ultimi capitoli porta il nome dell’Arcano Senza Nome, una carta dei Tarocchi occupata da un grande scheletro che pure non racconta la morte, ma un profondo processo di rigenerazione. Attorno allo scheletro che falcia la terra nera spuntano ciuffi d’erba nuova: per dare continuità a quella ricerca di nuovi equilibri auspicata dalla Ruota della Fortuna (equilibri precari, da discutere e ridiscutere, perché poggiati sull’acqua) è necessario accantonare il vecchio mondo per far spazio al nuovo. 

L’Albero senza nome ha radici profonde: tiene insieme il passato, ma permette al nuovo di germogliare. 

Simbolicamente nel finale il personaggio di Nives si abbandona alla morte ai piedi dell’albero di roccia e di stelle. Lo fa tra le braccia della sua ritrovata amica Angela, che la accompagna con dolcezza verso ciò che c’è oltre la soglia: pratica una cura antica, una forma di sorellanza che non conosce estinzione. Lasciandosi morire, Nives asseconda con lucidità l’equilibrio della vita: ha compiuto il suo tempo e si abbandona all’Arcano Senza Nome nel luogo in cui nasce la pietra che ha generato salvezze. Nella sua parabola umana si risolvono i contrasti che reggono l’architettura di questo testo: la morte e la vita si tengono per mano, ciò che pare incomprensibile si spiega alla luce forte del destino (la luce irradiata dall’albero senza nome). Si spiega: spiega le ali, insomma, prende il volo. Nelle ultime pagine del testo Tommaso, ferito dalla perdita dell’amata nonna, corre verso valle, incontra una figura incappucciata con una falce in mano: “Vengo da city”, dice, è una giovane donna che parla una lingua nuova. Un domani esiste, dunque, quella ragazza ce l’ha scritto negli occhi – la vera sfida è saperlo immaginare. Il libro di Ghinelli e Bottani è un esempio di climate fiction: abita la soglia tra weird e distopia, una delle molte forme di fantascienza (di cui molto si è recentemente detto e scritto); dimostra come la narrativa di genere riesca ad accogliere con precisione questa scommessa: fornire a lettrici e lettori gli strumenti per pensare nuove alleanze, idiomi alternativi, altri mondi possibili. E proprio nel luogo testuale in cui il racconto sembra aderire ai codici del genere in maniera più marcata (per atmosfera e per linguaggio) la pagina prende vita, dischiude orizzonti inesplorati, consente ai lettori la possibilità di stare in ciò che arriverà, forse. Questo è il movimento che anima le scritture fantascientifiche – una coreografia che unisce chi scrive e chi legge nell’esercizio di pensare insieme: responso-abilmente, come ha scritto Haraway.

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