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Marzano e l'adolescenza: troppo, troppo poco, nulla

18 Gennaio 2026

Mauro Rolli è un medico psichiatra: incontra i suoi primi pazienti nell’ospedale di Padova, dove si è formato, per poi abbandonare l’ambiente ospedaliero alla ricerca di strade più coerenti con la propria idea di cura. Si trasferisce a Roma, dove fonda il centro La Ginestra, uno spazio pensato per accogliere i pazienti e proporre percorsi di terapia individuale e di gruppo. Dire che sia Rolli il protagonista di Qualcosa che brilla, l’ultimo romanzo di Michela Marzano per Rizzoli, sarebbe tuttavia un errore: accanto alla sua voce, sulla pagina, si dispongono infatti quelle dei pazienti — Sara, Irene, Clara, Noemi, Gianpaolo, Luca, Claudio. Ognuno portatore di una storia fragile e complessa, formano un coro narrativo non gerarchico, una materia compatta e coesa (mai indistinta: ogni voce possiede il proprio timbro, e ogni timbro le sue specifiche sfumature).

Marzano torna a esplorare il tema della fragilità psichica rivolgendo lo sguardo alle ragazze e ai ragazzi di oggi, e lo fa anche per interrogare le ragioni di quella che appare come una vera e propria interruzione del dialogo intergenerazionale. Chi sono, dunque, i figli del futuro? Che cosa si aspettano gli adulti da loro? Quando e perché hanno smesso di riconoscerne la fragilità?

La scelta narratologica di affiancare la voce di Rolli a quella dei pazienti si rivela fin da subito efficace: la verità, in questo romanzo, è un’utopia — non esiste, non ha spazio; esistono piuttosto le vite di ciascuno, con le loro storture e i loro scarti. Anche le vite adulte portano il segno della mancanza, conoscono il passo incerto del non sapere. Questo dispositivo di moltiplicazione dei punti di vista sostiene un’ulteriore operazione narrativa: l’alternanza tra capitoli affidati alle ragazze e ai ragazzi e capitoli in cui a dire “io” è il dottor Rolli, che posa il proprio sguardo sugli stessi. La variazione dei soggetti locutori produce così un accurato meccanismo di rifrazione, capace di illuminare ogni lato delle singole storie.
Le voci diventano dialogo nei sottocapitoli dedicati alle sedute collettive, momenti di incontro in cui i protagonisti sono chiamati a riflettere in una dimensione di condivisione. Affinità si intitola la seconda parte del romanzo, che raccoglie il racconto di queste esperienze ed è aperta da un’epigrafe di Delphine de Vigan: «Basta che qualcuno tenda la mano perché immediatamente si avverta quanto si è fragili e vulnerabili».

Marzano racconta il disagio giovanile scegliendo la via più lucida e onesta: lo mette in reazione con il disagio degli adulti, facendo sì che questi due vuoti, seppur così diversi, si illuminino a vicenda. Indaga le relazioni tra genitori e figli, tra figli e insegnanti, tra due microcosmi — quello adulto e quello quasi-adulto — che sembrano essersi voltati le spalle. Attorno ai ragazzi compaiono così i genitori, con i loro dubbi e le loro domande affannate, che riempiono lo studio del dottor Rolli insieme alla fatica di una comprensione che spesso si inceppa. Alcuni cercano strumenti nuovi: la madre di Sara chiede che cosa fare, concretamente, per stare accanto alla figlia; altri si fanno sordi di fronte al dolore. Le loro reazioni eccessive diventano, nelle pagine di Marzano, un nodo critico su cui interrogarsi: «Io non capisco perché, per tanti genitori, sia così difficile vedere che i sintomi sono spesso l’unico modo che i ragazzi trovano per attirare il loro sguardo», osserva Arianna, collega ed ex paziente di Rolli.

A farsi portatore di un punto di vista continuamente messo in crisi dal contatto con i ragazzi è lo stesso dottor Rolli, che attraversa momenti di riflessione intensa ed è spesso messo alla prova dall’enigma che la cura inevitabilmente comporta – l’enigma dell’altro. Può essere davvero all’altezza del loro dolore? «E se, nonostante tutto quello che facciamo — le parole, le diagnosi, i tentativi di cambiare — non cambiasse mai nulla?»

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Michela Marzano.

I ragazzi di questa galassia narrativa si trovano faccia a faccia con la gestione degli eccessi: il troppo, il troppo poco, il nulla assoluto. Chiedono a Rolli: «Secondo te si tradisce quando si infrange la fiducia di qualcuno o quando non si è all’altezza delle sue aspettative?». Avvertono il peso dello sguardo dell’altro adulto: uno sguardo che pretende e non chiede, che esige ma non indaga, che arretra di fronte al mistero dell’adolescenza.

«L’io è il miracolo del tu», ha scritto Edmond Jabès. È nel tentativo di dialogo, nell’impresa di guardare l’altro — simile e diverso — che si gioca la sfida del comprendere. È questo esercizio di ospitalità e accoglienza a sostenere la scommessa più grande. Nel Centro La Ginestra (il fiore che col suo profumo tenace inonda le pendici del vulcano, ma anche la poesia in cui Leopardi teorizzava la social catena) l’ascolto diventa un atto di responsabilità verso l’altro, non una strategia terapeutica standardizzata e priva di deviazioni. È un ascolto che accetta il rischio del non sapere, del non poter controllare.

Proprio per questo il romanzo problematizza il modo in cui il disagio giovanile viene spesso medicalizzato. Il professor Quadro, supervisore di Rolli nell’ospedale padovano, incarna una visione dalla quale poi il medico prenderà le distanze: le descrizioni delle sue diagnosi rapide, affidate a etichette in fondo mute, mettono in luce i limiti di una pratica clinica che rischia di cancellare la storia del soggetto e di trasformare la fragilità in devianza.

Ma che cosa fare, allora, come chiede la madre di Sara? Una possibile risposta arriva dal padre di Claudio, nelle pagine conclusive del libro: «Ce vo’ ’a giusta dose, ’a temperatura giusta, er tempo suo. E allora er pane gonfia». E poi c’è un altro ingrediente, ricordato da Daniele Del Giudice: «Che sollievo riconoscersi finalmente fragili!», in fondo neanche poi così diversi.

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