Mauro Portello, la terapia dello sguardo
Un celebre aforisma di Wittgenstein recita: “Voglia Dio provvedere il filosofo di uno sguardo acuto per ciò che sta sotto gli occhi di tutti”. Per il filosofo austriaco il compito della filosofia è fare chiarezza, mettere a fuoco ciò che i nostri costrutti mentali, il senso comune e tutto quanto è acriticamente accolto non permettono di vedere realmente. Farlo, sosteneva, è terapeutico, ma non offrendo una spiegazione quanto, piuttosto, riuscendo a mostrare (zeigen) ciò che non si riesce a dire (sagen). Per farlo servono metafore, analogie, libere associazioni e amplificazioni in senso junghiano. Si tratta di un procedimento utilizzato soprattutto per i materiali onirici, ma che non c’è motivo di confinare lì, che consiste nell’elaborare un’immagine con paralleli tratti da miti, fiabe, visioni del mondo, religioni. L’immagine da cui si parte non viene ridotta ma arricchita, ci si allontana persino da essa ma per farvi ritorno con uno sguardo di sorvolo, che possa metterla a fuoco, offrirle non tanto un’interpretazione ma un contesto di senso. È quanto accade leggendo Los Angeles di Barcellona di Mauro Portello, appena uscito per Meltemi (pp. 367, euro 14.00).
Si tratta di una raccolta selezionata di articoli, o piccole riflessioni, apparsi proprio sulla rivista online che state leggendo in questo momento, negli ultimi quattordici anni, nella quale l’autore, come scrive nella Presentazione Marco Belpoliti, riesce a “aumentare ciò di cui tratta, con il suo sapere e il suo stile”, ma solo per provare a metterlo a fuoco meglio, per venirne un po’ più a capo, senza pretendere, ribadisco, di spiegarlo, prendendolo piuttosto come spunto per capire un po’ meglio se stessi e il mondo sul quale getta uno sguardo autenticamente interessato, talvolta meravigliato. Un gesto o una postura, se preferite, contagiosi e, per questo, estremamente utili per il lettore.

I temi attraversati da questo tipo di sguardo sono suddivisi in cinque categorie: Cose etiche, Età della vita, Cose sociali, Dell’autenticità delle emozioni, Cose letterarie, Livelli culturali, che anima domande e riflessioni che in qualche modo ci riguardano tutti da vicino e testimoniano un’attitudine che si fa esercizio volontario: rifiutare di ridurre la complessità di ciò che viviamo a una formuletta che pretenda di spiegarla ma piuttosto abitarne l’enigma, assecondarne le suggestioni, prendere posizione rispetto ad esse. Quelle di Portello sono infatti riflessioni, per usare le sue parole, “su come stiamo dentro la vita. Il come è il nostro terreno di gioco, lì abbiamo di che riflettere e agire e tutti i nostri perché lo riguardano”. Per questo i suoi contributi sono sempre, seppure con la massima discrezione, autobiografici, perché indagano il modo in cui la vita “leviga”, sono parole sue, ciò che siamo e, talvolta, spesso ciò che siamo diventati.
Il libro è, da ogni punto di vista, una costante indagine intorno al senso, talvolta ispirata da episodi quotidiani, altre da recensioni a testi di scrittori, psicologi, scienziati o filosofi, come nel caso di Un senso della vita. Indagine filosofica sull’essenziale, di Pascal Chabot, del quale fa propria la convinzione che “c’è un senso quando ciò che si sente (sensazione) può essere interpretato e compreso (significato), nonché integrato in un divenire (orientamento)”. Un senso che circola raccontandosi, amplificandosi con le risonanze, le interpretazioni e i vissuti di chi vi si confronta, producendo – è sempre Chabot a parlare – “modi di essere al mondo che scelgono le vie dell’intensità e che ai dettami del senso unico e alla nostalgia struggente del senso perduto preferiscono l’avventura del senso aperto”.
È sicuramente una lezione che l’autore fa sua, o con la quale si scopre o si riconosce, da sempre assonante.
La convinzione di fondo, ma anche la posta in gioco, è che non solo ciò che si pensa, ma il modo in cui si pensa, possano determinare ciò che si fa e ciò che si è e indicare la via per un diverso modo di stare al mondo, più consapevole e responsabile, seppure attraverso una piacevolissima e leggiadra ironia. Un’operazione etica perché, scrive l’autore, “c’è qualcosa che ci sta scollegando, che si frappone sempre più tra noi e la nostra possibilità di osservarci e decidere come reagire alle situazioni della vita”. Ha ragione Belpoliti: Portello appartiene alla generazione del noi, per cui “non dimentica mai di essere appeso allo stesso filo che lo lega a tutti gli altri”. Filosofi, poeti, psicoanalisti, scrittori, scienziati, artisti citati in questo libro dai capitoli brevi ma densi, sono punti archimedei per sollevare il nostro sguardo e provare a orientarlo diversamente, ma sempre per tornare qui, alla vita di tutti i giorni, se possibile, un po’ trasformati. Sicuramente Portello fa propria la lezione di Calvino, che infatti cita, secondo il quale “chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria di esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni? (…) dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili?”. Infatti scrive: “l’idea che mi sono fatto è questa: che la nostra vita sia un incessante tentativo di mettere ordine. Venendo dall’indeterminato, noi non facciamo che cercare di darle una forma”, nella consapevolezza, tuttavia, che “un tutto omogeneo mai si dà” e che l’imprevisto e l’imprevedibilità sono tra le poche certezze della vita che possono certamente disorientare ma anche stare al cuore della migliore creatività, quella che può portare ciascuno di noi a operare “una traduzione del senso” smarrito “in nuovo senso”.
Il filosofo, diceva Platone facendo il ritratto del maestro Socrate, è atopos, spaesante, perturbante, perché, come diceva Wittgenstein, non “si raccapezza” in una realtà che ai più appare ovvia e che non si rassegna a considerare aproblematica, naturale. Una funzione divenuta ancora più importante oggi che ci troviamo di fronte a un paradosso dal quale Portello, questa volta con Cerruti, ci mette costantemente in guardia: “più aumenta la complessità del nostro mondo, più aumenta la tentazione della semplificazione: questa si manifesta nella frammentazione dei problemi, nella frammentazione dei saperi volti ad affrontarli, che si perpetua a tutti i livelli nelle istituzioni educative”. Los Angeles a Barcellona è un prezioso strumento per esercitarsi ad andare in direzione ostinata e contraria nella convinzione che in questa via possano affacciarsi gli angeli, i messaggeri, del senso, di quell’invisibile che si nasconde nel visibile ma diviene accessibile solo a chi si ferma a riflettere su quanto sta osservando. Un esercizio prezioso che consiglio a tutti di coltivare.