Julian Barnes: addio lettori!
Julian Barnes ha dichiarato che Departure(s) – pubblicato in Italia da Einaudi con il titolo Partenze, nella traduzione della solita Susanna Basso – sarà il suo ultimo libro. Non si tratta di un gesto di stanchezza o di calcolo editoriale, ma di un atto di rigore: l’autore vuole chiudere personalmente la propria opera, senza delegare ad altri la responsabilità di portare a termine ciò che gli appartiene. Questa scelta, già di per sé, è perfettamente barnesiana: controllo, misura, distanza emotiva e una diffidenza profonda verso qualsiasi sentimentalismo postumo. L’annuncio del ritiro dalla scrittura non è tragico né drammatico; è un atto coerente, lucido e meditato, un’uscita di scena calcolata secondo la logica interna di una carriera costruita con cura e precisione.
Barnes pubblica questo libro all’indomani degli ottant’anni, portando con sé decenni di scrittura attenta, di osservazioni precise sul mondo e di riflessioni letterarie che hanno segnato intere generazioni di lettori. Presenta Partenze a Londra in un incontro con l’amico di sempre Ian McEwan, evento che non è solo una conferenza ma un vero dialogo intellettuale. La conversazione tra i due scrittori ha il sapore dolceamaro di chi riflette sul tempo trascorso, sull’invecchiamento, sulla memoria e sulle piccole differenze che si accumulano negli anni tra persone e luoghi, ma anche sull’ironia della vita e della letteratura.
Durante l’incontro, la conversazione scivola senza sforzo tra temi profondi e digressioni leggere: si parla di Oxford, degli anni Settanta, della fortuna di aver vissuto in un’epoca più lenta, lontana dall’assuefazione dei social media e dalla saturazione dell’informazione. McEwan e Barnes ricordano i primi editori, le prime recensioni, gli amici scrittori e critici che scandivano la vita culturale con attenzione e profondità. “Quando l’unica cosa che contava per un libro era la recensione di Elizabeth [Lowry] sull’Observer”, nota McEwan con un sorriso ironico, sottolineando quanto fosse diversa la percezione della letteratura in quel periodo.
In questo contesto Barnes non è solo lo scrittore che annuncia il ritiro, ma un osservatore della propria vita, dei propri ricordi e del mondo della letteratura. Il dialogo con McEwan mostra il lato umano dell’autore: il senso della misura, la capacità di affrontare la propria fine letteraria senza dramma, ma con lucidità, eleganza e ironia sottile. Non c’è disperazione, non c’è retorica: c’è un’attenta osservazione del tempo, del corpo e della mente, e la consapevolezza che ogni libro è un frammento di esperienza che supera l’autore stesso.
Barnes, nato a Leicester nel 1946, figlio di due insegnanti di francese, cresce immerso nella lingua e nella cultura europea. Studia infatti lingue moderne a Oxford e intraprende inizialmente la carriera di giornalista e critico letterario. La narrativa, tuttavia, si impone presto come via principale: Barnes trova nella scrittura un mezzo per unire curiosità intellettuale, osservazione della vita quotidiana e riflessione filosofica.
Vincitore del Man Booker Prize nel 2011 con Il senso di una fine, Barnes è riconosciuto come uno degli autori britannici più raffinati e misurati della sua generazione. La sua scrittura si distingue per eleganza e controllo: il linguaggio è preciso, a tratti chirurgico, le frasi calibrate; la distanza emotiva consente di trattare temi dolorosi – amore, perdita, malattia – senza indulgere nel melodramma o nel sentimentalismo. Riesce a rendere universale il particolare e intellettuale il quotidiano, sempre con un’ironia sottile che illumina paradossi e fragilità della vita.
La sua produzione letteraria è varia e coerente: romanzi, saggi filosofici, memoir e riflessioni autobiografiche. Tra le opere principali, oltre a Il senso di una fine, troviamo: Il pappagallo di Flaubert (1984), fusione di biografia, storia letteraria e finzione con raffinata ironia; Niente paura (2008), meditazione filosofica sulla vita e la morte; Livelli di vita (2013), riflessione sul dolore e sull’amore a seguito della perdita della moglie; L’unica storia (2018), racconto sulla memoria, l’amore e il tempo.
Barnes ha costruito una voce riconoscibile, capace di parlare al lettore senza imporre giudizi, invitandolo a partecipare attivamente alla costruzione del senso. Autore curioso, capace di unire la cultura europea con sensibilità britannica, Barnes esplora i confini tra storia e invenzione, realtà e percezione soggettiva. La sua carriera mostra coerenza e maturità: ogni libro è parte di un progetto più ampio, che riflette sul tempo, sulla memoria e sulla condizione umana, sempre con leggerezza apparente e ironia sottile.
Barnes è anche maestro della distanza emotiva: il lettore percepisce la profondità dei sentimenti senza che questi vengano mai imposti. Il dolore, la perdita, la gioia e la vita quotidiana vengono narrati con eleganza e misura, con un’attenzione costante ai dettagli, alla struttura del racconto e alla forma letteraria. La sua scrittura trasmette esperienza e cultura, invita a riflettere e a ricordare, a interrogarsi su ciò che rimane dopo la fine di un libro o di una vita.
Partenze – rappresenta il punto finale di una carriera lunga e coerente. Definito da Ian McEwan come una “splendida investigazione e speculazione sul potere dei ricordi”, il libro si muove tra narrazione, filosofia, memoir e metafiction. La sua struttura non convenzionale rompe la linearità del romanzo classico e offre al lettore un’esperienza di lettura fluida, che oscilla tra ricordi, riflessioni e storie apparentemente autonome, ma tutte collegate da un filo tematico: il tempo, la memoria, l’amore, la morte e la percezione della vita.
Barnes concepisce Partenze come un dialogo diretto con il lettore. La narrazione non si limita a raccontare eventi, ma invita chi legge a partecipare attivamente, a interrogarsi sul significato dei ricordi e sulla loro capacità di costruire l’identità. Le sezioni del libro si alternano tra racconti di personaggi, riflessioni autobiografiche e analisi filosofiche, creando un mosaico complesso in cui saggistica e narrativa si fondono. Non c’è un ordine cronologico rigido; i ricordi e le digressioni fluiscono come nella memoria stessa, frammentaria, sensoriale, spesso improvvisa.

Al centro del libro ci sono Stephen e Jean, due amici di Oxford che si innamorano da giovani, si separano e poi, decenni dopo, si ricongiungono con l’aiuto del narratore. Le loro storie si intrecciano con episodi autobiografici di Barnes, creando un continuo scambio tra finzione ed esperienza reale.
Tra le digressioni autobiografiche più significative, Barnes racconta la sua esperienza con la malattia e la vita quotidiana, e introduce il suo Jack Russell, Jimmy, che appare come una presenza costante e discreta. L’autore rivela di averlo perfino citato nei ringraziamenti sotto il nome di James Russell. La presenza del cane offre un contrappunto lieve alla gravità dei temi trattati, senza mai assumere un ruolo apertamente simbolico, piuttosto restando una presenza concreta e reale.
Il tema della memoria attraversa Partenze come una corrente sotterranea e ne costituisce uno dei principi formali e concettuali. Barnes riprende e rielabora l’eredità di Proust, in particolare l’idea di memoria involontaria come esperienza sensoriale e affettiva, non governabile dalla volontà né riducibile a una semplice conservazione del passato. Come nella celebre scena della madeleine in Du côté de chez Swann, è un dettaglio minimo – un sapore, un odore, un gesto – a riattivare improvvisamente un intero mondo emotivo, restituendo il passato non come sequenza di fatti, ma come presenza viva, ancora capace di incidere sul presente.
In Partenze la memoria non funziona come archivio, bensì come strumento di interpretazione della propria vita e dei rapporti umani. Ricordare non significa ricostruire fedelmente ciò che è stato, ma rinegoziare continuamente il senso dell’esperienza alla luce del tempo trascorso. Il passato riaffiora in frammenti, in immagini parziali, spesso slegate da una cronologia precisa, e proprio questa discontinuità ne preserva la carica affettiva. Barnes mostra come la memoria più autentica non sia quella che ordina, ma quella che disorienta, che incrina la linearità del tempo e mette in discussione l’idea stessa di una identità stabile.
Questa concezione era già centrale in Niente paura, dove Barnes riflette sul rapporto tra memoria e morte, mostrando come il ricordo difficilmente offra consolazione e tenda piuttosto ad acuire la consapevolezza della perdita. Il passato, lungi dall’essere un rifugio, si impone come una presenza che riattiva il legame affettivo proprio nel momento in cui ne rende evidente l’irreversibilità. In Livelli di vita, nato dall’esperienza del lutto, la memoria assume una dimensione ancora più concreta e dolorosa: non restituisce ciò che è stato, ma mette in luce la frattura del tempo, la separazione definitiva tra un “prima” e un “dopo” che non possono più ricongiungersi.
In Partenze queste riflessioni convergono in una forma più rarefatta e meditativa. La memoria proustiana, con la sua capacità di far riemergere il passato attraverso il corpo e i sensi, viene assunta come modello, ma privata di qualsiasi promessa di redenzione. Barnes non cerca nel ricordo una compensazione alla finitezza, bensì un modo per osservare ciò che resta quando il tempo si assottiglia. Il passato e il presente si sovrappongono, si contaminano, ma senza mai ricomporsi in un’unità pacificata.
La struttura stessa del libro riflette questa visione del tempo. Il lettore è chiamato a muoversi tra strati temporali, a riconoscere rimandi e ripetizioni, a partecipare attivamente alla costruzione del senso. La lettura diventa così un’esperienza di attraversamento, in cui il tempo non procede in linea retta, ma si piega, ritorna, si interrompe. In questo spazio instabile, la memoria non offre certezze, ma una forma di attenzione: l’unico modo, per Barnes, di restare presenti alla propria vita mentre si avvicina la fine.
La struttura di Partenze è una delle sue caratteristiche più complesse. Non è immediatamente evidente, ma si rivela gradualmente: i rimandi, le anticipazioni, le digressioni e i dettagli minimi sono calcolati per creare un tessuto coerente e raffinato. Ian McEwan ha definito il romanzo una “magia della fiction postmoderna”, sottolineando come la narrazione alterni livelli diversi e si muova attraverso specchi narrativi: il lettore viene guidato a confrontarsi con la realtà della vita vissuta, entrando in uno specchio narrativo per poi uscirne, percependo le molteplici prospettive e sfumature del racconto.
Barnes insiste sull’importanza dell’architettura invisibile del libro: ogni sezione ha una funzione interna, ogni episodio apparentemente marginale contribuisce al senso complessivo. La vera comprensione arriva spesso alla rilettura, quando il lettore percepisce le connessioni nascoste e le scelte narrative dell’autore.
L’incipit stesso è un gesto di fiducia: come entrare in una stanza silenziosa, iniziare a parlare e instaurare un rapporto con il lettore. Barnes chiarisce come la sua scrittura non parta mai da una singola riga, ma da punti diversi, in un bilanciamento continuo tra libertà e controllo. La sua filosofia della scrittura unisce esperienza, letture e osservazione del mondo: leggere non è evasione, ma immersione nella realtà; scrivere significa essere intrisi di vita, di cultura e di memoria.
Scrittura e vita sono quindi interconnesse: il libro è al contempo narrazione, riflessione e atto di esistenza. Leggere e scrivere diventano strumenti di rinegoziazione dell’esperienza quotidiana, e Partenze è il compimento di questa filosofia: un testo che riflette la vita vissuta, la consapevolezza del tempo e la necessità di lasciare un segno attraverso i libri.
Nelle ultime pagine, il tono diventa più lento, quasi dimesso. Barnes abbandona progressivamente la narrazione dei personaggi per tornare alla riflessione pura. L’attenzione si concentra su ciò che resta: memoria, amore, libri, tempo che si assottiglia. Partenze non racconta un addio improvviso, ma un’uscita graduale, misurata e coerente con la sua intera opera.
L’addio è britannicamente antisentimentale: Barnes ridimensiona la figura dello scrittore. Ciò che sopravvive non è l’autore, ma l’esperienza mentale ed emotiva che i libri attivano. Il lettore diventa parte di un atto condiviso, centrale nell’economia del testo, e il senso della fine si manifesta nella continuità tra memoria, narrazione e partecipazione attiva alla lettura.
In Partenze, la fine non è mai tragica o definitiva. È meditazione, presenza, consapevolezza del tempo, celebrazione della memoria e del potere dei libri di sopravvivere oltre l’autore. L’opera si chiude così, con eleganza, misura e lucidità, e con essa si conclude il capitolo finale della carriera letteraria di Julian Barnes, un addio che è insieme riflessione, esperienza e il senso – ultimo – di una fine.
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