Speciale

Umberto Eco, a scanso di equivoci

28 Maggio 2026

Non c’è niente da fare. Non ci si capisce più. A dispetto – o forse proprio a causa – del proliferare dei mezzi di comunicazione e delle tecnologie di interconnessione, il risultato è che si travisa senza sosta. “Ma io non intendevo questo”, “ma io avevo capito un’altra cosa”, “ma non è vero che ha detto quella roba là”. Frasi trite e ritrite che pronunciamo e ci sentiamo ripetere di continuo. Frasi in cui quell’avversativo d’esordio si fa esile ma tenace trincea dentro cui trovare riparo e rimarcare una separazione, piccolo condensato di autoprotezione e al tempo stesso di opposizione verso l’interlocutore. Ma riavvolgiamo il nastro, per chiederci se non sia sempre stato così.

Ben prima dei diabolici smartphone andava di gran moda il telefono senza fili, gioco in cui gli odierni boomer – allora bambini – seduti in cerchio si sussurravano l’un l’altro, in successione, una sequenza di parole che, transitando di bocca in bocca e di orecchio in orecchio, veniva implacabilmente trasformata. Che divertimento constatare come “Luca mangia una mela verde” fosse diventato “Luna lancia una vela e perde”, mentre “Oggi pomeriggio andiamo al parco con il cane” si trasformasse in “Ogni mercoledì arrivano al porto con il pane”. Oggi il panorama è solo un po’ più complesso, non più poche parole trasmesse oralmente ma un continuo rimbalzo di discorsi da un medium all’altro, con una frase lanciata in una chat che viene ritagliata in una storia Instagram, sottotitolata da un algoritmo, ripresa da un account che la riassume, commentata su un quotidiano, smentita in tv da un testimone partecipante alla chat originaria, e via di seguito, fino alla perdita di importanza del frammento, presto sostituito dalla pretesa centralità di un nuovo misundersting. E che però, nel frattempo, ha portato alle dimissioni di un ministro, al crollo di un impero economico, a un divorzio o all’uscita di scena di un influencer che fino a ieri pareva fosse re Mida. Un meccanismo intrinseco alla comunicazione, dove il rischio di fraintendimento e la potenziale deviazione dalle intenzioni di chi aveva trasmesso il messaggio costituiscono la regola, non l’eccezione.

Umberto Eco ne parlava a metà degli anni Sessanta – a margine del boom delle comunicazioni di massa – dando a questo genere di fenomeni un nome e un cognome: decodifica aberrante, dove l’aggettivo “aberrante” – come più volte Eco stesso si trovò a dover precisare – non va inteso in termini moralistici e giudicatori, come se si trattasse di una decodifica “mostruosa” o “perversa”, ma semplicemente come la decodifica di un messaggio che non coincide con quella prevista dall’emittente. Comunicare d’altro canto non significa mai trasferire contenuti preconfezionati in modo asettico, ma far incontrare due soggettività, ciascuna con le proprie intenzioni, motivazioni, bagagli culturali. Un incontro che può essere più o meno felice, più o meno efficace, più o meno lineare.

A volte basta semplicemente trasporre un messaggio in un altro contesto culturale o in un’altra epoca storica per trovarsi – inevitabilmente – di fronte a decodifiche diverse. Eco parla del Liberty o di pezzi di arredamento antichi che, giunti nei nostri loft appena ristrutturati, assumono necessariamente significati che in origine non avevano. Ma vale lo stesso per le esperienze mediatiche. Guardiamo oggi quasi divertiti i primi episodi di Star Wars, constatando la lentezza del montaggio e del ritmo del parlato rispetto a qualcosa che ai tempi era percepito come dinamico e travolgente; assistiamo con melanconica nostalgia a sketch comici tratti dai varietà dei primi anni Ottanta, non per riderci su ma per lasciarci scappare “com’era bella la tv di un tempo”. Persino Biancaneve non l’ha fatta franca, interpretata alla luce dei codici dominanti della contemporaneità come storia sessista, e in quanto tale da ripudiare.

Grazie all’idea di decodifica aberrante si riesce però a resistere a due posizioni estreme che, come tutte le posizioni estreme, rischiano di annebbiare per semplificazione quanto effettivamente accade nella quotidianità: da un lato la politica dell’intenzionalità, tale per cui ogni racconto avrebbe un significato corretto a priori di cui l’autore è unico detentore; dall’altro – fronte ricezione – il decostruttivismo ermeneutico, per cui in fondo ciascuno di ogni testo può dire ciò che vuole. La decodifica aberrante prevede invece vincoli interpretativi e margini di libertà, di modo che il senso di un messaggio risulta sempre essere il frutto di un fare negoziato dagli esiti (parzialmente) imprevedibili.

Brillanti e a tratti esilaranti, come sempre, gli esempi che Eco riporta per delineare il fenomeno: dal noto  “I vitelli dei romani sono belli”, che ha un significato ben diverso in lingua italiana (dove si allude alla gradevolezza estetica di una particolare specie animale se posseduta dagli abitanti della capitale) e latina (“Va’, o Vitellio, al suono di guerra del dio romano”), all’uso creativo che si può fare di architetture e monumenti (“Il messaggio architettonico può riempirsi di significati aberranti senza che il destinatario avverta con questi di stare perpetrando un tradimento. Chi usa la Venere di Milo per ottenere una eccitazione erotica, sa che sta tradendo l’originale funzione comunicativa (estetica) dell’oggetto; ma chi usa Palazzo Ducale a Venezia per ripararsi dalla pioggia, o chi ospita truppe in una chiesa abbandonata, non avverte di star perpetrando un particolare tradimento.” – scrive ne La struttura assente).

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Esempi non solo di quanto diffusa sia la decodifica aberrante, ma anche di quanto varie possano esserne le ragioni – punto su cui Eco insiste anche in un articolo scritto a quattro mani con Paolo Fabbri. C’è chi non comprende il messaggio perché non possiede il codice, come capita a un italiano quando ascolta parlare un cinese percependo del suo messaggio solo una sonorità priva di significato. C’è chi non si comprende per disparità di codici: si ricorderanno le scene di Lost in translation, dove i protagonisti americani in Giappone si muovono goffamente in un contesto molto diverso dal proprio, inciampando in continui equivoci. C’è chi oppone resistenza ad accettare pensieri che attentino alle proprie convinzioni, come quando posti di fronte a dati a supporto del terrapiattismo, tendiamo comunque a confermare le nostre posizioni sferoidi (punto – questo – di estrema importanza di fronte al dilagare di teorie complottiste e, come si suol dire, di polarizzazione delle opinioni). E tanti altri casi potremmo toccare. Sebbene di mezz’età, dunque, la sessantenne decodifica aberrante mostra ancora tutta la sua attualità: giovanile (senza offesa), è ben in grado di resistere al tempo, adattandosi ai nostri giorni e rendendo facilmente leggibili fenomeni recenti, come tanti di quelli legati allo sviluppo dell’IA. Come quando Apple ha dovuto sospendere una funzione di sintesi automatica delle notifiche dopo una serie di riassunti inaccurati di notizie contestati anche dalla BBC; sintesi che in linea di principio si configurava come un’agevolazione neutra al lettore, e che in realtà era già un’interpretazione più deviata e semplificata. Perché non solo gli umani, ma anche i non umani incappano in decodifiche aberranti e prendono cantonate (eccome!).

Quella di decodifica aberrante è una nozione centrale del pensiero echiano. Introdotta con gli studi sulle comunicazioni di massa e ripresa, come dicevamo, nei lavori con Fabbri, ritorna in opere cardine del semiologo alessandrino, come La struttura assente, Lector in fabula, il Trattato di semiotica generale e altre ancora. Rivelandosi snodo intorno al quale mettere a fuoco un solido impianto teorico, basato sulla differenza tra uso e interpretazione (laddove il primo è un’appropriazione individuale del testo mentre la seconda una lettura che asseconda percorsi interpretativi già previsti); ma anche sull’idea di sovrainterpretazione, che si verifica quando alcune letture eccedono sino quasi a sganciarsi dal testo di partenza; per non parlare della nozione di enciclopedia – quel variabile bagaglio culturale di ciascuno che costituisce una cornice a partire da cui leggiamo i messaggi – e di  guerriglia semiologica – forma di consapevole di aberrazione finalizzata a delegittimare l’emittente, su cui ha insistito di recente, su doppiozero, Franciscu Sedda.

Non solo, ma la decodifica aberrante è intrinsecamente legata all’idea di comunicazione come fatto strategico. Dove la strategia non è tipica solo di alcuni generi di discorso, come quello pubblicitario – in cui sofisticati espedienti retorici muoverebbero nella direzione della persuasione del consumatore – o politico – in cui studiate mosse e contromosse servirebbero a piegare potenziali avversari al proprio dominio – quanto piuttosto di tutti i fenomeni comunicativi – dai più prosaici ai più aulici, da quelli comuni a quelli eccezionali. Sempre e comunque, infatti, chi parla dovrà costruire il proprio messaggio tenendo a mente chi potrà essere l’interlocutore, dovrà farsene un’immagine, pensando a ciò che dovrà esplicitare ma anche a ciò che potrà dare per scontato, a quella che potrà essere la reazione dell’interlocutore così come alle conseguenze che avrà quel messaggio una volta messo in circolazione. Persino le case editrici, volenti o nolenti, ne hanno dovuto prendere atto, inserendo nei loro staff i cosiddetti sensitivity readers, editor con il compito di leggere manoscritti al fine di anticipare possibili obiezioni e accuse di razzismo, omofobia, sessismo, classismo e quant’altro da parte dei futuri lettori, così da intervenire in tempo, nel caso anticipando – strategicamente appunto – i fraintendimenti. In un’epoca in cui la suscettibilità dilaga, bisogna saper afferrare per le corna le decodifiche aberranti, sempre dietro l’angolo.

Ma cosa accade se il lettore modello, immaginato e prefigurato dall’autore, non coincide con il lettore effettivo? Dipende, come sempre. Possono scatenarsi polemiche accese che sfociano in casi di Stato, piccole diatribe, o roba di poco conto. Oppure possono emergere risultati creativi, usi imprevisti dei messaggi che si rivelano brillanti, letture che portano in primo piano impliciti o fanno dire al testo cose non meno interessanti di quello che il testo intendeva comunicare. Finché, portato all’estremo, un uso imprevisto non arriva a radicalizzarsi come decodifica “normale” e per nulla aberrante. È quanto accaduto ai nostri mercati storici, sempre più spesso fruiti in maniera inizialmente non prevista, non come luoghi di distribuzione di frutta e verdura fresche (funzione per la quale sono stati effettivamente progettati), ma come posti in cui poter consumare insalatone, verdure grigliate, frutta porzionata prêt-à-porter. Con il risultato che il mercato storico è divenuto – come ben sappiamo – un luogo di ristorazione organizzato, con tanto di tavoli, sedute e punti di appoggio. Una decodifica aberrante iniziale che è poi diventata uso condiviso, con l’idea del luogo di distribuzione del fresco costretto a spostarsi e riarticolarsi, nel nuovo mercato, quello del contadino, della filiera corta, ormai defilato rispetto ai centri iperbattuti dai turisti.

Certo, ci sono testi molto prescrittivi, chiusi, che contengono una grande quantità di istruzioni per l’uso utili a far tenere dritta la barra del timone al lettore, a non farlo perdere nei meandri delle ambiguità e delle possibilità di lettura. E ci sono testi più libertini, aperti, che magari giocano con il lettore per insinuare quante più strade interpretative possibili, quasi a volerlo sfidare, a volerlo far incappare in decodifiche aberranti, che poi in effetti così aberranti non sono. Ma in un caso come nell’altro nulla è detto, in barba al determinismo, perché anche nel testo più ipercodificato il pubblico può decidere di intraprendere strade alternative, al punto da far dire a Eco “Nulla è più aperto di un testo chiuso”.

Ed Eco lo sapeva bene anche da romanziere. Nei suoi libri la gestione strategica della comunicazione e la consapevolezza dei limiti e delle potenzialità della decodifica aberrante sembrano diventare una cifra stilistica. Giocando con i livelli di lettura, con le citazioni non esplicite, con gli sberleffi e gli ammiccamenti, cattura il suo pubblico in una continua caccia all’indizio lasciandolo sempre con il dubbio: “avrà voluto dire questo?”. Non importa. Perché, a scanso di equivoci, agli equivoci ci si deve rassegnare.

In copertina, Umberto Eco, fotografia Wikimedia Commons, ©Tatjana Todorovic.

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