Lonicera / L'abbraccio del caprifoglio

26 Giugno 2016

Legabosco o madreselva, i nomi popolari della Lonicera caprifolium si addicono a questo rampicante spontaneo dalla prolungata fioritura che Linneo dedicò al botanico tedesco Adam Lonitzer (1528-1586). I fusti sinuosi e volubili s’appigliano a ogni possibile sostegno, strisciano ovunque. Impossibile disfarsene se il giardino è l’esito di una macchia addomesticata: si lascia scuoiare ma non estirpare, sacrifica i getti superficiali e persino qualche barba, ma basta un’unghia di radice perché ricacci nuove liane. Se si è impossessato d’un fiore, d’un giovane arbusto, il rischio per il malcapitato è di morire soffocato o, qualora una mano benevola si tenda per svolgerne le spire, mutilato languire.

 

 

 

È una lotta impari cui bisogna trovare, per non perdere la faccia, alternative dignitose. Ne sono ghiotte pecore e capre (da qui caprifoglio), purtroppo è difficile trovarne di così selettive. Proviamo allora a orientarlo su un muro o su una spalliera, a usarlo su una ripa come copri suolo e, in ogni caso, a governarne le inevitabili intemperanze. Ne godremo così i non pochi pregi: i fiori tubolari, vezzosi e civettuoli con le boccucce bilobate e gli stami sporgenti all’insù, biancorosati poi giallo vaniglia nel pieno dell’antesi, il profumo squisito che rivaleggia in finezza con quello dei gelsomini, l’arancio delle bacche autunnali, le foglie ovali, lucide e coriacee, la resistenza al gelo.

 

 

Qualora il giardino non abbia problemi d’ordine e, anzi, si giovi d’un moto di scompiglio, fatelo correre su un porticato o su una pergola, inseritelo in una siepe per romperne il rigore geometrico. Tra le varietà presenti sul territorio nazionale sono amabili la porporina Lonicera etrusca e la più rara Lonicera periclymenum dai fiori riuniti in fascetti terminali su un lungo peduncolo. In commercio ve ne sono anche di esotiche con portamento cespuglioso come la cinese Lonicera nitida, o la climbing americana Lonicera semprevirens dai fiori scarlatti ma inodori.

 

 

 

Avrete così una pianta che vi ricorderà la fedeltà amorosa com’è cantata da Maria di Francia (sec. XII) nel suo più breve e più famoso lai intitolato per l’appunto Chievrefoil. Vi si narra, in ottosillabi baciati, un episodio marginale della leggenda di Tristano e Isotta: esiliato da re Marco, il giovane cavaliere escogita uno stratagemma per incontrare di nuovo la regina. Su un ramo di nocciolo incide il suo nome e un messaggio, e lo affida alla foresta che Isotta con il suo seguito dovrà attraversare:

 

Sur le chemin que il saveit

que la rute passer deveit,

une codre trencha par mi,

tute quarreie la fendi.

Quant il ad paré le bastun,

de sun cutel escrit sun nun.

Se la reïne s’aparceit,

ki mut grant garde s’en perneit –

autre feiz li fu avenu

que si l’aveit aparceü –

de sun ami bien conustra

le bastun, quant el le verra.

Ceo fu la summe de l’escrit

qu’il li aveit mandé e dit

que lunges ot ilec esté

e atendu e surjurné

pur espïer e pur saveir

coment il la peüst veeir,

kar ne poeit vivre sanz li.

D’euls deus fu il tut autresi

cume del chievrefoil esteit

ki a la codre se perneit:

quant il s’i est laciez e pris

e tut entur le fust s’est mis,

ensemble poënt bien durer,

mes ki puis les voelt desevrer,

li codres muert hastivement

e li chievrefoilz ensement:

«Bele amie, si est de nus:

ne vus sanz mei, ne jeo sanz vus».

 

Lungo la strada in cui sapeva

Che doveva passare il corteo,

tagliò per metà un nocciolo,

lo squadrò per bene.

Quand’ebbe preparato il ramo,

scrisse sopra il suo nome col coltello.

Se la regina se ne accorgerà,

infatti ci stava molto attenta –

altre volte le era accaduto

di notarlo –

riconoscerà subito il bastone

del suo amico, appena lo vedrà.

Ecco l’essenza dello scritto

ch’egli le mandava,

che a lungo era stato lì

e aveva soggiornato e atteso

per spiare e sapere

come riuscire a vederla,

perché senza di lei non poteva vivere.

Avveniva di loro due

come del caprifoglio

che si avvinghia al nocciolo:

quando si è attaccato e stretto

e attorcigliato al fusto,

assieme possono durare a lungo,

ma se uno li separa,

allora il nocciolo subito muore

e il caprifoglio lo stesso.

«Mia bell’amica, così è di noi:

né voi senza di me, né io senza di voi».

 

 

 

Il genere botanico delle lonicere assolve con tale propensione didattica al compito di simboleggiare il precetto della fin’amors da annoverare anche l’arbustiva nordamericana Lonicera involucrata (Black Twinberry) che porta sempre in coppia le sue trombette gialle, e gemelle sono poi le bacche, verdi prima poi nere, avvolte in un unico lobo rosso.

Ma la giardiniera che è in me vi mette in guardia: insidiosa è la fedeltà del caprifoglio, e opprimente può essere il suo abbraccio.

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