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Divina Commedia africana

Intervista a Simon Njami

 
 
Al Museo d’Arte Moderna di Francoforte è in corso una grande mostra che nasce da una strana idea: la Divina Commedia dantesca interpretata da artisti visivi africani. Operazione azzardata, come si comprenderà, ma davvero curiosa. Lusinghiero per noi è intanto constatare che la Divina Commedia sia considerata un classico anche in Africa, il che non è scontato, mi pare, anche in tempi di globalizzazione della cultura. Azzardata perché le culture di riferimento sono così diverse che il risultato dell’incontro è imprevedibile, tanto più in tempo di postcolonialismo. Curiosa proprio per questo: come leggono gli «africani» – metto tra virgolette perché evidentemente gli africani sono di molte culture diverse – la Divina Commedia? D’altro canto, ancora una volta, il capolavoro dantesco si dimostra un modo per parlare del presente in modo estremamente efficace.

 

Cinquanta artisti di ogni parte dell’Africa sono stati chiamati al confronto, suddivisi naturalmente nelle tre sezioni del Paradiso, Purgatorio e Inferno, ma appunto in quest’ordine significativamente rovesciato di percorso. La mostra è visitabile fino al 27 luglio. Il catalogo, di oltre 350 pagine, è ricco di immagini delle opere e di testi di diversi autori – Simon Njami, Zdenka, Roberto Casati, Johannes Hoff, Clive Kellner, Achille Mbembe, Pep Subirós – sui molteplici aspetti dell’operazione.


In attesa di visitare la mostra, abbiamo rivolto qualche domanda al curatore, Simon Njami.

 

Bili Bidjocka, Grâces & Intentions & Grâces (2014) Installationsansicht / Installation view MMK Museum für Moderne Kunst Frankfurt am Main, Foto / photo: Axel Schneider © MMK Frankfurt

Dico subito che ho trovato magnifica l’idea della mostra, ma vorrei vedere con te se corrisponde all’idea che me ne sono fatto. Dunque comincio con il chiederti: perché la Divina Commedia? Evidentemente Dante ha saputo elaborare una storia che è diventata a tutti gli effetti un archetipo narrativo: il viaggio nell’altro mondo che offre la possibilità di parlare di questo di mondo e di disegnare la mappa della cultura, del sapere. Siamo ancora alla ricerca di un Grande Racconto, come si suol chiamare? Lo è in particolare l’Africa? O lo scopo è quello di leggere, di interpretare l’Africa?

Simon Njami: Avrei voglia di rispondere: perché è la Divina Commedia! Ma questo, evidentemente, non basterebbe. Credo di aver letto questo poema per la prima volta quando avevo una dozzina d’anni. Le domande sull’aldilà mi hanno preoccupato molto presto, come, immagino, un po’ tutti. Ho riletto il poema diverse volte. Ad ogni lettura cambiava, perché cambiavo io e perché quello che vi leggevo entrava in risonanza con ciò che diventavo. L’idea di servirmene per fare una mostra mi ha attraversato la mente solo molto più tardi, in occasione di un’ennesima lettura. L’uomo che ero diventato aveva delle domande che il bambino, l’adolescente o il giovane adulto non si poneva. Una frase in particolare ha catturato la mia attenzione; quando Dante e Virgilio passeggiamo nel Limbo, Dante è sorpreso di vedere spiriti così nobili condannati all’Inferno – anche se il Limbo è una specie di quartiere VIP – e interroga Virgilio che gli dà una risposta edificante, per quel che riguarda Socrate, Aristotele e gli altri pensatori greci o romani. Sono lì perché sono nati prima di Cristo. Poi, per Saladino, quest’altra spiegazione magnifica: non venerava il dio giusto! Questa frase mi è frullata a lungo in testa, e non è tanto il Grande Racconto (di cui continuo a pensare che abbiamo bisogno) ad avermi attratto, quanto la complessità che la risposta di Virgilio presupponeva. Se un mussulmano si trovava all’Inferno per non aver lodato il dio che doveva, questo supponeva un dio assoluto che è l’unica via possibile di salvezza. Ma immaginando che questo racconto fosse stato scritto da un mussulmano, il dio corretto avrebbe cambiato di natura. Così, questo modo di guardare il mondo attraverso un prisma culturale, storico, religioso, separava gli umani tra coloro che avevamo fatto per bene i loro doveri e gli altri. Ma chi decide e in nome di che cosa si fonda questo universalismo esclusivo? Senza dubbio secondo gli stessi ingranaggi della globalizzazione in cui siamo immersi oggi. Mi è dunque parso divertente riscrivere la storia e farla interpretare da degli esseri contemporanei che, per la maggior parte, starebbero tutti, come Saladino, nel Limbo. Non si tratta dunque tanto di un’impresa di interpretazione dell’Africa quanto di una di reinterpretazione dell’Occidente. Mi piace far tremare le certezze, anche quando non servono più a granché. Ho voluto, letteralmente, mettere il mondo dell’aldilà a testa in giù.

Evidentemente, partendo dal Paradiso verso l’Inferno, avete rovesciato la direzione del viaggio. E l’idea di un’età dell’oro degli inizi e della decadenza di oggi? Siamo nell’Inferno?

Simon Njami: Non siamo tutti nell’Inferno, ma alcuni di noi – tra cui io – sono stati cacciati dal Paradiso. Non perché avevano commesso uno dei sette peccati elencati da Tommaso d’Aquino, ma perché avevano morso la mela e celebrato la morte di Dio. L’Inferno, come il Paradiso, – è quanto cerco di dire attraverso questa mostra –, sono nozioni del tutto relative e eminentemente simboliche. Il mio Inferno, che non è necessariamente quello di tutti, è un mondo che posso percorrere ad occhi spalancati. Un mondo di cui posso avere una consapevolezza piena. È nei testi che si trova questa frase: felici i semplici di spirito perché il regno dei cieli è loro. È un prezzo troppo grande da pagare per me. E dirò dunque in questo senso che se il mio Inferno è il luogo della conoscenza, come una sorta di grande biblioteca universale, allora occorre meritarselo. È questa la ragione per cui l’ho inscritto nella logica ascensionale.

 

Jems Robert Koko Bi, Convoi Royal, Axel Schneider

Jems Robert Koko Bi, Convoi Royal, 2007 Installationsansicht / Installation view MMK Museum für Moderne Kunst Frankfurt am Main, Foto / photo: Axel Schneider © MMK Frankfurt

Perché la mostra e l’operazione intera non vengano viste come «illustrative», potresti cercare di sintetizzare qual è la visione «africana» della Divina Commedia che emerge dalla mostra? Se trovi la domanda troppo generale, voglio dire in modo ancora più diretto: che cosa dobbiamo aspettarci dall’Africa come visione?

Simon Njami: L’Africa apporta a Dante la contemporaneità e l’universalità che gli mancavano. Resta senza dubbio da affidare il poema all’Asia perché il cerchio si chiuda. L’essere contemporaneo non può, secondo me, essere rinchiuso in una qualsiasi essenzialità. Gli artisti che ho raccolto spezzano il giogo delle vecchie credenze per crearne delle nuove. Sono buddisti, mussulmani, atei, agnostici, ebrei e… anche cristiani, e dimostrano che l’aldilà non appartiene a nessuno e che, se vogliamo avvicinarci un po’ ad esso, dobbiamo farlo in maniera polisemica. Il Purgatorio, per esempio, è stato inventato dai cattolici nell’XI secolo. Qual è dunque la sua validità oggi nel mistero della vita dopo la morte, se non che è stato ridotto a una  contingenza materiale? In Africa i morti convivono con i viventi. Non sono veramente morti, ma si apparenterebbero piuttosto a dei fantasmi, degli zombi, come si dice a Haiti. La visione che emerge da questa mostra non obbedisce a una causalità unica, ma rappresenta un insieme di opinioni che ho voluto mettere in scena.

Infine, raccontaci a modo tuo qualcuna delle opere, direi quelle che rappresentano al meglio gli argomenti che ci hai appena esposto.

Simon Njami: Tutte le opere rappresentano un elemento di quello che ho voluto dire. È la ragione per cui le ho raccolte. Ma per il piacere della discussione, ne descrivo una. Si tratta di una barca piena di teste di legno, nere. L’ho messa nell’Inferno. Quest’opera di Jems Kokobi è una delle poche che non sono state prodotte appositamente per la mostra. Quando Jems ha realizzato questo insieme, non pensava a Dante, beninteso. Lo scopo che si era dato era una denuncia della schiavitù. Ma quando ho cominciato a pensare all’esposizione, questa opera mi è subito tornata alla mente. Per me era la barca di Caronte e non fluttuava sull’Oceano Atlantico con la stiva piena di «legno d’ebano», ma faceva attraversare lo Stige alle anime dannate.

Un’ultima domanda, se posso richiamare un’opera che in Italia abbiamo visto alla Biennale di Venezia e che mi sembra un buon modo per chiudere, o non chiudere, visto che si tratta appunto di La scrittura infinita di Bili Bidjoka, che nella tua mostra si trova nell’Inferno. Dunque, potremmo dire, una riscrittura infinita della Divina Commedia?

Vedo la vita nell’aldilà come una sorta di perpetuo ricominciamento. Siamo condannati a rimanervi per l’eternità. Ma, contrariamente a Prometeo e alla sua condanna a vedersi mangiare il fegato per i secoli nei secoli, le condanne della Divina Commedia non sono individuali ma collettive. Non c’è uno spazio dove si trovi un essere solo, di fronte ai suoi peccati. L’organizzazione è abbastanza «collettivista». Vedo Bidjoka non nell’Inferno comune e nei suoi molti cerchi, ma nel Limbo. Ora, il Limbo è il luogo dove si trovano tutti i grandi pensatori. Nella mia versione della Commedia vi ho aggiunto dei personaggi che Dante non poteva conoscere, come Sartre, Picasso, Caravaggio... Quale luogo potrebbe servire meglio lo scopo di Bidjoka di descrivere una storia universale del mondo? Tanto più che tutti i tempi si ritrovano in uno stesso spazio, in una specie di eterocronia sinfonica. Aristotele, Averroè, Socrate, Avicenna sono tutti invitati a scrivere nel grande libro dell’umanità. E sono l’eternità stessa davanti a loro. Un’eternità che è senza sosta modificata dai nuovi venuti. Anche Gabriel Garcia Marquez, che ci ha lasciato da poco, vi avrebbe posto. Così, attraverso l’esposizione, i viventi sono incaricati di fare il lavoro dei morti, o comunque di quelli che non si vedono. Invitandoli ad aggiungere i loro pensieri nel grande libro, che rimette  contemporaneamente in causa la nostra nozione di spazio e quella di tempo, Bidjoka li inscrive in un’eternità all’opera e in perpetua mutazione.

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Simon Njami scrive sul libro di Ecriture infinie di Bili Bidjocka. Berlino 2013. Foto Lucio Lazzara/zetalab