Ermanna Montanari, Miniature Campianesi

Mi sono accorta dell’abbaglio del tempo quando qualche anno fa accompagnai un importante produttore di cinema verso il mio paese natale. Gli avevo parlato del villaggio edificato sulla Petrosa, antica via romana tra Ravenna e Forlì, di vecchie case coloniche abbandonate nelle “larghe”, di campi coltivati in ordinate tornature rettangolari, di orizzonti piatti, di filari azzurri, del caldo delle zolle nere, di sontuosi pioppi all’ingresso delle aie prive di recinto, di donne altere vestite a lutto, del bosco di rovi nell’antica villa Ginanni-Corradini dove da adolescenti ci si nascondeva ad amoreggiare.

Dovevamo scegliere un luogo per un film, che poi non s’è fatto, sugli anarchici romagnoli dell’Ottocento, dovevamo individuare un vecchio casolare vicino a uno scolo. Mi accorsi che appena entrata in Campiano cominciai ad arrossire, non c’era niente di quel che avevo descritto, a parte l’antica pieve paleocristiana e i suoi quattro tigli centenari.

 

Ermanna Montanari, Miniature Campianesi

 

Campiano viveva in me di una bellezza affettiva, un luogo inventato, dopo l’abbandono avvenuto durante la prima giovinezza, alla fine degli anni Settanta.
Campiano era per me l’odore dei calicantus che segnavano il cammino verso la scuola d’inverno, il mugghiare dei tori da monta nella grande casa settecentesca al centro del paese, i recinti delle mucche di razza romagnola che con le corna disegnavano il volume dell’aria all’imbrunire, le altalene penzolanti dagli alberi di noce, il bisbiglio sommesso dei braccianti allineati sulle file di barbabietole, le grida delle donne dalle carraie per segnalare l’ora del pasto, il rumore dei trattori cingolati nelle notti di fine estate, i circoli del centro dove si discuteva animatamente di politica, la casa delle due sorelle con le persiane sempre serrate e un suono cupo di pianoforte, il latrare dei cento cani da caccia rinchiusi nel canile del veterinario, la tomba di granito nero coperto di calle della mia famiglia, i lunghissimi capelli bianchi della mia nonna-balena, la minuscola statua in ceramica lucente della Madonna di Fatima, che nella primavera del 1966 atterrò in elicottero nel campo dell’antica pieve paleocristiana.

 

Campiano è un innamoramento instupidito. Ogni volta che lo penso si rinnova come luogo fiabesco, “lui” in me e io in “lui”. Ma la volta del produttore, era quel posto che è: una moltiplicazione di case anonime, edilizia di geometri stravaganti, che accerchiano i rari casolari ottocenteschi con le loro finte collinette-giardino imbellettate di fiori moderni dentro recinti comprati in serie e guardate da cani rabbiosi. I circoli dei repubblicani e dei comunisti ridisegnati in banali discoteche di campagna e ribattezzati con nomi inglesi. Quel giorno avrei voluto che fosse notte subito. Ero piena di vergogna. Campiano “non sa” l’italiano, lo parla malamente. Quando me ne sono andata, le persone che vi abitavano, poco meno di mille, parlavano il dialetto delle Ville Unite, una lingua gutturale, ferrosa, scaturita dalla parte sismica di quel sottosuolo bruno, dall’imitazione del gracidare dei ranocchi, dalla durezza dei pennati che sbroccano le viti.

 

Ora, lungo l’antica Petrosa, tanti condomini a due o tre piani dai colori sgargianti, edilizia a basso costo, li chiamano “i pollai”. Abitazioni destinate a immigrati, coppie di passaggio, braccianti occasionali. Vi abitano albanesi, macedoni, rumeni, senegalesi, l’italiano lo parlano per comunicare con le persone del posto, non è la lingua della gioia, non è la lingua del pianto o del loro canto. C’è tensione a Campiano. Della gente, mesi fa, ha sparato col fucile su un’auto ferma al cancello di una casa per cercare il giusto indirizzo, della gente dorme con il coltello sotto il materasso, gli allarmi suonano a ripetizione nelle rimesse degli attrezzi. Appena posso, tra una tournée e l’altra, torno a Campiano a far visita ai miei vecchi, mio padre ama farsi tagliare da me i suoi fini capelli, mia madre mi racconta gli ultimi “fatti”. La forza che mi attira è la mia nipotina ucraina, una bimba di undici anni che mio fratello ha adottato un anno fa a Odessa. Una selvaggetta dalla pelle scura, sempre pronta alla sfida: si arrampica sugli alberi più alti e si lascia cadere ridendo, la stessa naturalezza nel governare il trattore e l’iPad, parla l’italiano con noncuranza, balla l’hip hop e canta in ucraino. Si chiama Victoria.

 

Piedi e spine ©Leila Marzocchi

 

Bianco Neve

 

Quella mattina, appena sveglia, andai nella stalla dal nonno che mi aprì la parte superiore della porta per farmi veder fuori quanta neve fosse caduta durante la notte. Mi lasciò lì, sull’ultimo predellino della scaletta, addossata alla porta, per farmi guardare meglio, e andò a mungere le sue mucche da latte. Ero incantata da tutto quel bianco che si allargava fino all’orizzonte, un bianco che imbarbagliava gli occhi tanto era denso, tacito, illuminato dal sole che lo trasformava in una coltre di metallo spugnoso. Si intravedevano in lontananza le mura del cimitero, il fumo di alcuni camini dei casolari sparsi nei campi, e gli altissimi pioppi, immobili nella loro preghiera. “T’a n’ è fred babina?” (Non hai freddo bambina?) Mi chiese il nonno dal fondo della stalla. Ma io non risposi. Saltai giù dalla mezza porta inferiore, presa dal desiderio di affogare dentro quel bianco, per vedere dove fosse finita la terra.

 

Sulla stufa

 

Ero una bambina appena nata, con poche speranze di vita, con una carenza di calcio nelle ossa, pervasa dal freddo. Mi misero sulla stufa a legna insieme ai maiali. La stufa, il fuoco centrale della casa, era per la mia famiglia il punto di raccolta dei parenti nelle serate d’inverno: mi deponevano su un baldacchino poggiato sul treppiedi, poggiato a sua volta su cerchi di ghisa rovente, insieme a quei maialini appena nati in pericolo di morte, e alle mele cotte. I cuccioli venivano infilati in uno sportelletto inferiore, dove si tenevano avvolti in stracci di lana, e si sfregavano con le mani per contrastare i brividi da cui erano attraversati; le mele invece venivano cotte nello sportello superiore, il forno. Il loro odore profumava la stanza e addolciva il palato nei pomeriggi d’inverno. Raccontava la nonna Daura che i suoi nove fratelli, sempre abbigliati di nero, i Garèta, una stirpe ormai scomparsa, alti, robusti, impavidi, quattro donne e cinque maschi, venivano tutte le sere a casa nostra per farle compagnia, l’inverno che la nonna perse il giovane Ermanno, il suo figlio minore, in un violento incidente. E c’ero io lì, sulla stufa, nata nei giorni della grande neve, che davo tanta apprensione, dopo avermi tanto aspettata. Quella prima stufa di ghisa e ceramica, dove spesso il babbo infilava dei pezzi di ferro per modellarli dentro le braci arroventate, era diventata per me, negli anni delle scuole elementari, una forma amica di visioni incandescenti. L’avevo chiamata Maria, così come chiamavo per nome le scale, i gradini, tutti gli oggetti presenti nella casa. Alimentata di tanto in tanto con la legna, la stufa scandiva il ritmo dei pomeriggi dedicati ai compiti e alle faccende domestiche, in compagnia della nonna che spesso si addormentava all’improvviso sulla sua sedia di paglia. A volte, con la nonna, ci divertivamo a recitare all’unisono La cavallina storna che mi aveva insegnato ancor prima che sapessi leggere e scrivere. Era l’unica poesia che conosceva e la faceva respirare come una preghiera. Nella stufa, si sa, vive qualcosa di insaziabile, che essa contiene, esprimendo con la sua forma una grande calma, che fa luce.

 

Ermanna Montanari, Miniature Campianesi, raccolta di racconti illustrata da Leila Marzocchi, Oblomov Edizioni, 2016. Il libro è acquistabile presso il bookshop del teatro Rasi da mercoledì 21 dicembre, alla libreria Dante di Longo di Ravenna dal 22 dicembre e da gennaio 2017 anche online sul sito della casa editrice Oblomov.

Nido ©Leila Marzocchi

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