Nostalgia di Barbapapà

I Barbapapà, proprio come lo zucchero filato che dà loro il nome, sono vintage. Lo sono fino al midollo (ammesso che ne abbiano uno!). Sono così vintage che Roberto Vecchioni ne continua a cantare la sigla. E proprio per questo li amiamo, e amiamo il fatto che, insieme a Peppa e ai suoi amici, il palinsesto di Rai YoYo, tra gli altri, li riproponga senza sosta ai nostri bimbi. I Barbapapà sono, infatti, stati già propinati in tv a noi genitori adesso alle prese con l’educazione televisiva dei nuovi venuti. La qual cosa, a ben guardare, potrebbe essere considerata persino un vantaggio, permettendoci di capitalizzare su un inaspettato collante generazionale: “questo cartone lo guardavo anche io quand’ero piccolo!”.

 

Ma andiamo con ordine. I Barbapapà sono francesi (vintage!), nascono dalla matita di Annette Tison e Talus Taylor proprio all’inizio dei Settanta (vintage!). A partire dal successo del fumetto, ne viene realizzato un lungometraggio “Le avventure di Barbapapà”, frutto di una cooperazione fra Olanda e Giappone. Successivamente, arriva la serie animata stavolta esclusivamente giapponese, che li farà conoscere in Italia oltre che in tutto il mondo, determinandone il successo globale (viene doppiata in 30 lingue e distribuita in 40 paesi). Protagonista della serie è una famiglia di giganteschi blob informi che hanno la caratteristica di poter assumere la forma desiderata (“resta di stucco, è un barbatrucco!” proclamano mentre si trasformano) per risolvere i problemi in cui di volta in volta sono coinvolti.

 

 

Essi vengono dalla terra. Barbapapà, il capofamiglia, spunta fortuitamente, come un germoglio, nel backyard di una famiglia qualunque e da quel momento si cimenta in una doppia missione, difendere la natura che lo ha generato e superare la propria solitudine sulla terra. A tal proposito, inizia un viaggio che lo porterà in giro per i cinque continenti alla ricerca della propria anima gemella, che non a caso ritroverà però proprio nel backyard da cui era partito: come a dire che la Natura comincia proprio sotto il proprio naso e che non serve andar lontano per rifondare il proprio contatto con essa (vintage!).

 

Lo spirito dei Barbapapà è mimetico: applicano alla vita quotidiana la regoletta del mettersi nei panni dell’altro e lo fanno, come spesso capita nei cartoni animati, adempiendo (loro che possono) al precetto alla lettera, ovvero assumendo di volta in volta la forma dei loro interlocutori. Come poi farà Zelig. Ed è così che fanno emergere il risvolto oscuro del progresso e della civilizzazione; dato che, di regola, i suddetti panni sono vestiti da animali messi in fuga dall’avanzare delle città. Il nemico dei Barbapapà si vede, infatti, sempre all’orizzonte ed è la fabbrica grigia e fumosa che progressivamente avanza.

 

 

Nel frattempo, però, i Barbapapa non si perdono d’animo: interagiscono nella città con umani e non umani, e lo fanno in un modo peculiare. A dispetto della loro posizione apocalittica sul progresso, nella relazione con gli altri i Barbapapà si adattano, si trasformano alla bisogna, non esitano a intervenire laddove sentono che il loro intervento sia necessario. Senza peraltro perdere la loro identità. Che è, in genere, dettata da un tratto caratteriale (Barbabella è vanitosa, Barbaforte è combattivo e ribelle, Barbottina riflessiva e così via) riconfigurabile funzionalmente nelle maniere più disparate. Niente ruoli prestabiliti.

 

Al contrario: volontà di potenza. Spirito di adattamento. Trasformazione. Progettazione. E ciò vale per i piccoli espedienti che possano migliorare la vita quotidiana (Barbamamma che si trasforma in maxiombrello in grado di proteggere i passanti dalla pioggia) come nelle questioni più ampie, per esempio la forma che la stessa città può assumere. A fronte di un orizzonte industrializzato e massificante che nega ogni valore ambientale, i Barbapapà contrappongono il buon senso di chi cerca il compromesso; vogliono un progresso “sostenibile” fondato su un reciproco adattamento fra uomo e natura, fabbrica (più rispettosa dell’ambiente) e giardino (urbanizzato quanto basta).

 

A questo punto torna il problema del vintage. Adesso che il modello della città industriale ha definitivamente segnato il passo, che le fabbriche chiudono e che nessuna ipoteca grigia e fumosa minaccia più le nostre case. Adesso che andiamo tutti in bicicletta e che anche le nostre case somigliano alle bolle di sapone dei cartoon. Adesso che l’affordance è diventato il principio di progettazione cardine dei prodotti di consumo e che ci ritroviamo tutti in perenne trasformazione, impegnati ad adattare il nostro lavoro, le nostre famiglie, la nostra vita alle esigenze della contingenza. Adesso che i Barbapapà hanno vinto. Ecco, proprio adesso che su Rai YoYo stanno trasmettendo l’ennesima puntata della serie, come facciamo a spiegare ai nostri bimbi quel sentimento che ci stringe? L’insostenibile nostalgia dei vecchi tempi in cui i Barbapapà avevano un nemico?

 


 

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05 Dicembre 2013