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La differenza animale

Jean-Luc Nancy

“Che animale!” è l’imprecazione più dura che si possa scagliare contro uno o più individui che si macchino di azioni disumane, al di fuori di ogni regola civile, prive di ogni senso della pietà, di ogni rispetto. L’animale è altro dall’umano, è il confine della sua umanità. Macchiarsi di comportamenti “bestiali” significa porsi al di fuori del consorzio umano, aprire lo spazio di un mondo senza misura, in cui la vita singolare, la vita dell’individuo, non ha più tutele, né diritti: ci si espone alla violenza senza più alcuna protezione, al di fuori di ogni diritto, di ogni Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (che, come sottolineano le sue maiuscole, riguarda solo gli uomini e non gli animali). Ed è ben curioso che nel nostro linguaggio sopravvivano simili significati ancestrali, proprio oggi che l’animale è inserito nel cliché domestico, in cui i gattini e i cagnolini che imperversano su Instagram e Facebook, facendo il pieno di like, sono l’emblema stesso di una tenerezza commovente, di una bontà più umana di quella dell’uomo. Oppure, quando non ci troviamo di fronte a questa instagrammazione umanista, l’animale è segregato in campi di sterminio e di non vita, in attesa di macello. Nella contemporaneità, della ferocia animale non vi è traccia. L’animale è, anzi, il vivente che più di ogni altro risulta inoffensivo, se non addirittura sottomesso a una violenza di cui la sua stessa esistenza, da recluso in lager e gabbie, è testimone silenziosa. L’animale è il vivente in cui, oggi più che mai, a manifestarsi non è la violenza sregolata, ma l’alienazione e la sofferenza.

 

Ed è proprio su questa sofferenza che i due curatori di un volume di Jean-Luc Nancy, appena apparso in italiano, hanno voluto concentrarsi, scegliendo per titolo La sofferenza è animale (Jean-Luc Nancy, La sofferenza è animale, a cura di Massimo Filippi e Antonio Volpe, Mimesis, 2019 pp. 53). Filippi e Volpe, dando così seguito a un altrettanto riuscito libro uscito l’anno scorso (Alessandro Dal Lago, Massimo Filippi, Antonio Volpe, Genocidi animali, Mimesis, 2018, pp. 72), vogliono attrarre l’attenzione sugli immani genocidi che la nostra civiltà sta mettendo in atto nei confronti delle altre specie; vogliono invitarci a riflettere, interrogando ora Nancy in un’affascinante e lunga intervista, sulle contraddizioni di una civiltà, la nostra, fondata su un ingiustificabile sfruttamento della biodiversità faunistica e sulla messa a morte degli animali, considerati come beni di consumo, come merci. Ne nascono, ovviamente, una serie di questioni etiche e politiche che mostrano, quanto meno, l’urgenza di un pensiero che si ponga all’altezza di pensare la complessità della questione animale, al di fuori o al di là delle categorie classiche che – salvo molte e significative eccezioni (dal vegetarianesimo pitagorico, passando per San Francesco e Montaigne fino a Derrida) – riducono l’animale ad automa, privo di anima; pura forza lavoro da sfruttare; carne da macello.

 

Opera di Bacon.


Ma è proprio Nancy che, sovvertendo gli stereotipi del pensiero dominante e ponendo la questione di un’animalità animata, sottolinea come, in realtà, l’“animalità” denoti esattamente la qualità “di ciò che possiede un’anima o, più esattamente, di ciò che è animato da un’anima, cioè da un soffio, il soffio della vita” e di come, quindi, il “concetto” di animalità sia un modo per pensare proprio ciò che vi è di comune (la vita, il soffio di vita) tra tutti i viventi. L’animalità non è dunque prerogativa dell’animale ma è presente in noi come nell’animale; è la condivisione e il differenziarsi, il partage direbbe Nancy, di un’esperienza della vita che ci lega gli uni agli altri, uomini e animali (ma anche uomini e vegetali, uomini e minerali), in un sistema di rimandi e di rinvii senza fine, al fondo del quale, più che trovare ognuno la propria identità, si è rinviati a un soffio che rende instabile ogni certezza, ogni concrezione, ogni fissità. L’animalità è, in un certo senso, l’apertura a una dimensione di con-essere, in cui l’identità del sé viene definita solo dal differenziarsi della vita, delle forme di vita: la vita che si dà forma in un processo metamorfico senza fine.

 

Non si dà, cioè, alcuna identità originaria, nemmeno un’identità di specie “naturale” che possa definire l’uomo e l’animale. Si dà solo l’animazione, il movimento spaziatore della vita: una moltitudine di anime incarnate. D’altronde, cos’altro è l’anima, fin da Aristotele, se non la forma di un corpo? L’animale non è quindi privo di anima, come nessun vivente lo è. E nessun animale è quindi privo di quel sentire o sentimento primordiale (arci-originario, direbbe Nancy) che nasce dall’avere una vita, dal condividere l’esperienza vivente. Ed è per questo che lo sguardo dell’animale mostra la sofferenza (ma anche la gioia e la meraviglia, ci sentiremmo di aggiungere) di ogni vivente, mostra quel che è al di là delle nostre categorizzazioni linguistiche: la presenza di un’estraneità che ci costituisce e che non si riduce alla parola, non trova spazio nella parola ma piuttosto in una “prossimità”. La sofferenza – il patire e la pazienza – dell’animale, questa oscura e al tempo stesso limpida pulsazione, quest’animazione che ci anima da dentro pur rinviando a una alterità inappropriabile, questa parte di noi che è fuori e dentro di noi, questo lato dell’umano che percepiamo nella prossimità dell’animale, “non è definito, ma preme sulle parole, insiste, ossessiona, impedisce di attenersi al senso delle parole”. La presenza dell’animale ci porta, così, ai limiti del linguaggio e fa pensare al Wittgenstein di Derek Jarman il quale, davanti a sempre più disorientati allievi, si chiede se mai potremo capire il linguaggio di un leone, arrivando alla conclusione che, se non possiamo comprenderlo, non è perché quel linguaggio non abbia senso o non esista, ma perché non conosciamo la sua forma di vita. E noi, sulla scorta di Nancy, ora potremmo dire, non conosciamo la sua anima, il modo in cui la vita si dà una forma in lui.  

 

 

La questione animale si rivela, procedendo nell’appassionante lettura di questo agile volume, come il centro di una riflessione filosofica che, ben al di là del suo ridursi alle pur fondamentali e non più rinviabili questioni etiche di una sensibilità animalista capace di considerare l’animale come un essere vivente insopprimibile, ci induce anche a meditare su come la questione animale sia, in fondo, un modo per riflettere su cosa sia l’umanità, l’umanità così come si è costituita e l’umanità a venire. Un’umanità alle prese con la disperata e necessaria urgenza di ripensarsi a partire da ciò che essa ha escluso da sé e che, proprio a causa di questa esclusione rimossa, porta l’umano a compiere gesti autodistruttivi, atti di violenza cieca contro quell’alterità che, in realtà, lo costituisce. Trattando il mondo come totalmente altro da sé, l’umanità distrugge se stessa.  Se queste sono le premesse, allora si comprenderà come la messa a distanza dell’animale, fin dalle prime pitture rupestri, sia il luogo di uno scarto tra quel che – proprio attraverso immagini, parole, riti e sacrifici – andrà a definire l’essenza umana, da una parte, e l’estraneità e incomprensibilità dell’animale, dall’altra. Ripensare l’animalità dell’animale significherà, quindi, pensare l’uomo, applicando, in fondo, quel metodo genealogico e archeologico foucaultiano che aveva permesso al pensatore francese, attraverso un ripensamento della follia, di comprendere il soggetto razionale: la ragione è definita dal suo bordo oscuro, dalla follia.

 

Allo stesso modo, l’uomo è definito dalla bestia che lo minaccia. In fondo, la questione animale, così come Nancy la pone, radicalizza la necessità di pensare ogni sistema identitario a partire dalla sua alterità – si tratti della ragione, del genere, dell’identità etnica, dell’umanità, poco importa; significa, in altri termini, pensare attraverso un’eterologia radicale ciò che il linguaggio, il logos – quello stesso che ci fa dire “che animale!” – tende a definire e ricondurre all’unità del sé, alla sua identità monolitica. Un’eterologia, dunque, che non livelli le differenze, che non cada nella banalità di umanizzare l’animale o di considerare ogni cosa equivalente (la soppressione di ogni differenza), ma consideri, al contrario, come non vi siano che eccezioni, come la vita sia l’animazione di un processo di differenziazione infinita (proprio questo voleva far risuonare Derrida nella différance, a cui Nancy deve molto). Infinite forme di vita che costituiscono, nel rinvio dall’una all’altra, nel reciproco differenziarsi, l’identità mobile di ognuno. Gli animali, dunque, ci riguardano, sono parte di noi, come noi siamo parte di loro. E di questa indeplaçable, inevitabile, irremovibile, insopprimibile coappartenenza, sono testimoni silenziosi anche i cani di cui parla Nancy alla fine della sua lunga intervista.

 

La trovatella Dolly che ha accompagnato la sua adolescenza e della cui compagnia ha “sempre conservato il gusto molto particolare – forte, un po’ amaro, selvaggio”; o l’épagneul breton con la sua cucciola che, racconta Nancy, “ha vissuto molti anni insieme a sua madre in un immutabile rapporto di sottomissione filiale che ci lasciava stupefatti”. Segni, quelle presenze animali, di qualcosa di profondamento intrecciato a un sentimento di prossimità, di compagnia, di con-essere, di cui Nancy dice: “Non so raccontare, non so descrivere… So soltanto che queste immagini sono là, ben vivide, e che hanno a che fare con la vita”. Riconoscere nell’animale la vita, la stessa vita che è in noi, la presenza insopprimibile dell’alterarsi della vita, è il primo passo per sottrarre l’animale, come ogni altro vivente, ad ogni sua riduzione a cosa da sfruttare. Significa, infine, porre l’uomo all’altezza di pensare se stesso, oltre l’umanità e l’animalità; pensare, con Pascal, che “l’uomo supera infinitamente l’uomo” all’interno di un universo che lo compenetra e lo costituisce nel differenziarsi del tutto.

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Henri Rousseau, La zingara addormentata.