Mio nonno Cesare Musatti

Chi ha nella propria famiglia figure un po’ ingombranti che hanno acquisito una certa notorietà nel loro campo o è irresistibilmente attratto in quell’ambito, in modo un po’ ineluttabile, oppure se ne sta accuratamente alla larga a qualche chilometro di distanza. Io appartengo a questo secondo gruppo, non ho mai letto per intero alcuno dei libri di mio nonno, nemmeno quelli più godibili e “divulgativi” dell’ultimo pezzo della sua vita. Professionalmente mi sono tenuta alla larga sia dalle orme del nonno sia – per non sbagliare: penso però sia stata una scelta saggia – dai percorsi lavorativi di mio padre e mia madre. Di mestiere faccio l’avvocato giuslavorista, di psicoanalisi e di psicologia so molto poco e quel che so lo ho appreso, potrei dire “per osmosi”, da mio nonno, da mio padre – che ha fatto lo stesso mestiere del nonno –, e da tutto quanto si è sempre respirato in casa mia. 

Ho attinto da ricordi miei personali; altri ricordi li ho presi a prestito dai figli del nonno: mia madre e mio zio Riccardo.

 

Sono passati quasi trent’anni dalla morte del nonno, avvenuta il 21 marzo 1989. Lui avrebbe compiuto di lì a poco 92 anni, io non ne avevo ancora compiuti 21. Con i miei genitori e mia sorella Sarah, più grande di me di quattro anni, abbiamo sempre vissuto sullo stesso pianerottolo del nonno. Quindi eravamo fisicamente vicinissimi e il mio è stato un punto di vista assolutamente “privilegiato”.

Non ricordo di aver mai “giocato” col nonno quando ero bambina. Lui d’altro canto era un uomo dell’Ottocento – era nato nel 1897 – e credo non abbia mai giocato nemmeno coi suoi figli quando erano piccoli. Probabilmente ha sempre considerato i bambini – anche i propri – degli interlocutori poco interessanti. Con un’unica eccezione: il nonno amava molto gli scacchi e mio zio Riccardo, che aveva imparato a giocare, ricorda belle partite con suo padre, specie negli anni trascorsi, durante la guerra, a Ivrea, dove mio nonno e la sua famiglia erano stati accolti dall’illuminatissimo Adriano Olivetti, e il nonno ebbe una collaborazione alla Olivetti. Ricordo invece – seppur in modo piuttosto vago – un viaggetto a Pisa, accompagnati dal nonno. Deve averci portati tutti e quattro noi nipoti – io, mia sorella Sarah e i miei due cugini dal lato di mio zio – a fare una gita. Ci andammo in aereo. Non conservo ricordi particolari di quella vacanzina ma certamente ricordo la grande emozione di salire, per la prima volta in vita mia, su un aereo. 

 

Un ricordo di una cosa molto divertente fatta col nonno però lo conservo: nel giugno del 1985, attorno al mio diciassettesimo compleanno, mi ha accompagnata a comprare quello che sarebbe stato il suo regalo di compleanno a me. Quell’estate avevo pianificato la mia prima vacanza “indipendente”, senza genitori – in tenda in campeggio nel Gargano con amici e una mia cugina – e avevo bisogno di uno zaino gigantesco, di quelli da campeggio che possono contenere un sacco a pelo. Ricordo una buffa spedizione, io e lui, in un negozio Invicta in pieno centro a Milano e a un tratto, per la strada, lui si è messo a cantare. Il nonno canticchiava spesso, era sempre di buon umore. Posso dire che aveva uno straordinario buon carattere. Quando si è messo a cantare per la strada sono morta di imbarazzo. E ricordo di aver pensato “Caspita, la mamma ha ragione sul canto per la strada del nonno!”. Infatti mia madre ricorda sempre che quando era bambina e suo papà la portava a spasso per la città lui molto spesso – con grandissimo imbarazzo di mia madre – cantava a voce alta, davanti a ignari passanti. L’episodio clou si verificava d’inverno, quando in città veniva la neve, che si trasformava rapidamente in una poltiglia d’un grigiastro-marroncino molto poco attraente. Allora camminando per la strada con suo padre, lei a un certo punto lo sentiva invariabilmente intonare la frase – cantata a voce alta – «Ma quando finirà, ma quando finirà ma quando, lo squacquaciò, lo squacquaciò nefando?!”. Mia madre si vergognava moltissimo e avrebbe preferito essere inghiottita da un tombino pur di non assistere a queste esibizioni canore di suo padre per la strada. Lei sostiene di aver sviluppato – per reazione – un carattere schivo, timido, avverso a qualunque forma di esibizionismo e un’attitudine senz’altro non canterina e anzi piuttosto taciturna. Un’assoluta avversione alla ribalta. Insomma l’episodio dello zaino da campeggio – col nonno che attacca a cantare in una via centralissima milanese – mi ha fatto pensare che il racconto di mia mamma dello squacquaciò nefando era vero. Ricordo di aver riflettuto a suo tempo su quanto incontenibile amore per la vita debba star dietro al desiderio di mettersi a cantare per la strada. Caratteristica, questa, che ha accompagnato il nonno tutta la vita. 

 

Forse qualche altra volta devo averlo sentito canticchiare mentre andava a comprare i giornali. Tutte le mattine andava a prendere una mazzetta di giornali: usciva di casa, girava l’angolo e a due-trecento metri c’era l’edicola dalla quale usciva – invariabilmente – con L’Unità, La Stampa, L’Avanti!, Il Corriere e, quando c’è stata, Repubblica. Ci metteva un bel po’ a tornare a casa perché spesso mentre camminava si fermava per la strada a leggere. I suoi figli un po’ maliziosamente hanno sempre spiegato la grande abbondanza di giornali che entrava in casa col fatto che, benché il nonno fosse abbonato all’Eco della stampa, la sua vera speranza era quella di scoprire, in quella moltitudine di carta stampata, che qualcuno aveva parlato di lui!

 

D’altro canto proprio questa disperata e inarrestabile vitalità ha consentito al nonno di incassare e superare le – pur tante – perdite che ha dovuto subire nella sua vita adulta. Una tensione alla sopravvivenza molto forte che il nonno ha dimostrato sin da piccolissimo. Era nato settimino e a quell’epoca, in cui la mortalità infantile era assai elevata anche per chi nasceva a termine, era stato dato praticamente per spacciato. All’inizio piccolo, gracile e tutto giallo per l’itterizia, a dispetto di ogni previsione il nonno se l’è cavata e ha cominciato a crescere. Da bambino aveva un’aria spesso assorta e un atteggiamento un po’ assente. Una zia del nonno, chiacchierando un giorno con la nonna paterna di mio nonno, la nonna Adele, figura carismatica dotata di innata autorevolezza che esercitava su tutta quanta la grande famiglia che allora abitava a Venezia, un giorno aveva detto «El me par un fià sempio, sto putèlo». La nonna Adele le aveva risposto fulminea: «No, el pensa». E da quel momento la frase «El pensa, el pensa» è entrata nel lessico familiare.

 

Il primo lutto mio nonno lo subì con la morte di suo fratello Riccardo, più piccolo di lui di tre anni, morto a ventidue anni, nel 1922. Mio nonno aveva venticinque anni. Dopo suo fratello il nonno perse nel 1927, all’età di trent’anni, il suo amatissimo maestro, Vittorio Benussi, punto di riferimento umano e scientifico non solo suo ma di tutti gli altri assistenti e collaboratori del Laboratorio di psicologia dell’Università di Padova. Attorno a lui avevano formato una specie di piccola comunità che si frequentava anche fuori dall’università. Per Benussi il nonno aveva avuto un vero e proprio colpo di fulmine, dopo aver assistito quasi per caso a una sua lezione. Un bidello dell’università aveva fermato un giorno il nonno in un corridoio e gli aveva detto che era appena arrivato questo professore dall’Università di Graz, ma in aula c’era un solo studente, per cui gli aveva chiesto se per piacere poteva entrare anche lui in aula. Il nonno dopo aver assistito alla lezione si è ripromesso “voglio diventare assistente di quest’uomo”. E così è stato. 

Dopo il suo maestro il nonno perse, nell’arco del decennio successivo, la sua prima e la sua seconda moglie. La sua prima moglie si chiamava Albina Pozzato, era una sua compagna di studi e veniva da Bassano del Grappa. Si erano sposati nel 1926. Nel 1929 Albina è rimasta incinta e ha partorito un bambino, che è morto dopo due giorni. Poco tempo dopo, la stessa Albina si è ammalata ed è mancata alla fine del 1929.

 

Questo dev’essere stato un colpo tremendo per il nonno, che ne soffrì tantissimo. Ma la solitudine dovette essere per lui insopportabile e fu così che il nonno sposò nel 1932, poco meno di tre anni dopo la morte di Albina, la sua seconda moglie, Silvia De Marchi. Silvia era una sua compagna del Laboratorio di psicologia e con lui aveva condiviso sia il dolore sia il peso intellettuale della perdita del comune maestro, Benussi, ed era stata vicina al nonno durante la malattia di Albina e dopo la sua morte. Anche Silvia, come il nonno, era rimasta completamente affascinata dalla figura di Benussi, tanto è vero che dopo tre anni trascorsi alla facoltà di Lettere, affascinata dalle lezioni di Benussi, aveva deciso di cambiare corso di laurea passando alla facoltà di Filosofia. Si laureò con Benussi con una tesi sulla psicologia della testimonianza. Nel 1933 nacque mio zio Riccardo. Mio zio ricorda che suo padre magnificava molto le doti intellettuali di Silvia De Marchi. Secondo mio zio il loro fu un «sodalizio tra uguali», una specie di matrimonio combinato, ma dagli stessi interessati, una unione tra pari legati da una grande consuetudine e da interessi e valori condivisi. Anche la formula della proposta di matrimonio, sempre riferita da mio zio e penso trasmessagli da suo padre, aveva qualcosa di asettico e colloquiale («Penso che noi due dovremmo sposarci»). Prima di sposare Silvia il nonno scrisse una lunga lettera alla madre di Albina, sua prima moglie, non per congedarsi da lei e dalla sua famiglia né per chiederle il permesso di sposare un’altra donna, ma per dirle che la solitudine era per lui un peso insopportabile.

 

 

Purtroppo Silvia aveva sempre avuto una salute malferma e, rimasta nuovamente incinta nel 1935, perse dopo poco il bambino e in seguito si ammalò, venendo a mancare nel marzo del 1936. Una perdita drammaticamente simile alla prima per il nonno, rimasto con un bambino di tre anni.

Ma anche in questo caso ebbe la meglio la disperata vitalità che il nonno si portava dentro. Dopo qualche mese cominciò a non andare più a pranzo a casa della sua ex cognata, Lucia, sorella di Silvia, e dopo poco – Padova era una città piccola – si seppe che usciva con una sua allieva. Si trattava di una giovane friulana di Udine, molto carina, che si sarebbe laureata di lì a poco in Lettere, con una tesi in psicologia sperimentale. Il nonno, che nel frattempo aveva perso anche suo padre, Elia, si sposò con Carla Rapuzzi – di diciassette anni più giovane di lui – nell’autunno del 1937. Nel maggio del ’38 è nata mia madre. La nonna Carla si prese cura del piccolo Riccardo figlio di Silvia De Marchi e pure di sua suocera (che era andata a vivere con loro dopo la morte di suo marito, avvenuta l’anno prima) e dovette subito vivere con mio nonno lo scempio delle leggi razziali. Per effetto delle quali il nonno aveva perso la cattedra presso la facoltà di Filosofia a Padova, conservando però la possibilità di insegnare nei licei: ed è così che ha cominciato a insegnare in un liceo classico, prima a Vittorio Veneto e poi a Milano, al liceo Parini: fu così che la famiglia si trasferì a Milano. Per evitare che mia mamma e mio zio fossero considerati anch’essi ebrei e fosse loro precluso di frequentare le scuole pubbliche – così prescrivevano le leggi razziali – occorreva munirsi di un “credo ufficiale” e di un certificato di battesimo. Il nonno era un profondo sostenitore della necessaria laicità dello Stato e aborriva tutte le religioni. Dovendo far battezzare i propri figli, dopo aver dichiarato «cattolici mai!» riuscì a trovare, proprio a Trieste, un pastore valdese che battezzò mio zio e mia mamma. 

 

La nonna ha condiviso col nonno gli anni della guerra. Li trascorsero in parte a Ivrea, dove erano stati accolti da Adriano Olivetti, e in parte a Milano. Mentre mio zio e mia mamma erano stati mandati a Udine dalla madre di mia nonna, il nonno e la nonna erano rimasti a Milano e per evitare i bombardamenti notturni la sera andavano a dormire ad Abbiategrasso, un paesino alle porte di Milano. Ogni sera portavano via con sé gli oggetti per loro più preziosi: il dattiloscritto del Trattato di psicoanalisi, che il nonno aveva cominciato a scrivere nel 1933, e una pendola stile impero che proveniva dalla casa veneziana della famiglia del nonno e che è ora nel soggiorno della casa di mia madre. Dopo una lunghissima gestazione, e con in mezzo la Seconda Guerra mondiale, nel 1949 il Trattato di psicoanalisi fu pubblicato da Einaudi, grazie ai buoni uffici di Luciano Foà.

Finita la guerra, anche grazie al Trattato il nonno cominciò ad acquisire una certa notorietà, ottenne nel 1948 la cattedra di psicologia all’Università di Milano e cominciò anche la pratica privata di psicoanalista. Mia nonna ha sempre “contenuto” certe tentazioni esibizionistiche e istrioniche del nonno. Mio zio sostiene che la nonna fungesse da coscienza critica e «curatrice della figura scientifica» del nonno, ritenendo lei con un certo rigore che un professore universitario dovesse improntare il proprio comportamento a canoni di sobrietà e serietà incompatibili con alcuni eccessi esibizionistici e narcisistici. Sempre mio zio la definisce «una talebana della cultura con la C maiuscola». Paradigmatica la bocciatura senza appello che mia nonna fece alla partecipazione del nonno, propostagli da Giorgio Strehler, alla messa in scena della commedia di Goldoni I Rusteghi, interpretando uno dei rusteghi. Idea di cui il nonno era invece entusiasta.

 

Sono stati anni felici, di grande armonia. La sera i nonni andavano al cinema, oppure alla Casa della Cultura, oppure venivano a casa «gli psichi» (era chiamata così, collettivamente, la nascente comunità di psicoanalisti che si andava creando a Milano attorno alla figura di mio nonno e che si radunava ogni tanto la sera in casa sua). Finalmente dopo anni e anni passati in assolute ristrettezze economiche c’era qualche soldino in casa e i nonni si sono potuti permettere qualche sfizio. Ad esempio la casa di Brinzio, in campagna, sotto il Campo dei Fiori nel varesotto, pensata e costruita perché – almeno questo era stato il parere dei medici – era meglio per il cuore del nonno, grande amante della montagna, limitarsi ad altitudini più contenute. Il nonno amava molto questo posto a un’oretta di macchina da Milano. Lì ha voluto essere seppellito e lì pure è sepolta mia nonna. Il nonno mancava però totalmente di senso pratico e non aveva uno spirito per nulla agreste. E tutte le cose pratiche ricadevano invariabilmente su mia nonna e sul suo solido senso pratico friulano. Mia madre ricorda un pomeriggio estivo in cui dallo studio in cui stava lavorando, al secondo piano della casa di Brinzio, il nonno esclamò placidamente «Carla, c’è una grossa biscia sul balcone!». Come dire: occupatene! Cosa che lei fece, aiutata da mia madre, inducendo la biscia a entrare in una cesta della biancheria e poi trasportando cesta e biscia in un bosco bello distante. 

Purtroppo mia nonna venne stroncata da un tumore al seno, operato e poco dopo metastatizzato al fegato, nel luglio del 1971. Lei aveva 57 anni, mio nonno 74. 

 

Anche in questo caso in mio nonno prevalse la sua disperata vitalità e anche quest’ultimo terribile lutto, come già gli era successo più volte nella vita, lo superò legandosi dopo brevissimo tempo a un’altra donna. In questo caso, però, la scelta non fu altrettanto felice delle precedenti e soprattutto ebbe, a livello familiare, un prezzo altissimo. La giovane donna in questione – aveva 39 anni meno del nonno – era, diciamo così, molto eccentrica. Ho un ricordo nitido di come questa signora parcheggiava vicino a casa (casa comune: col nonno eravamo dirimpettai): erano parcheggi assurdi, direi al di là del bene e del male. Mia madre, che avrebbe mal tollerato qualunque figura sostitutiva della sua amatissima mamma, morta per giunta così giovane, si oppose con ogni mezzo all’entrata in casa di questa persona, allentando moltissimo i rapporti con suo padre. Mio padre, dal canto suo, assunse un atteggiamento di totale adesione empatica verso mia madre e il risultato fu un allontanamento di noi quattro dal nonno e da questa signora che lo accompagnava. Che il nonno ha sposato penso nel 1977, a ottant’anni. Per smorzare la tensione e l’imbarazzo della bizzarra situazione del nonno insieme a una donna che aveva l’età di nostra madre, io e mia sorella – io avrò avuto una decina d’anni – abbiamo pensato bene, a un certo momento, di cogliere una certa somiglianza tra questa signora e Woody Allen. Col risultato che, le poche volte che incontravamo la signora, io e mia sorella dovevamo soffocare un riso isterico e facevamo sforzi sovrumani per non scoppiare a ridere. In questo periodo noi nipoti abbiamo frequentato ben poco il nonno. Il quale intratteneva con mia madre rapporti molto formali. Ho un ricordo abbastanza preciso che risale al 1980. Sei anni prima, nel pieno del raffreddamento dei rapporti tra mia madre e mio nonno, mia mamma – con una laurea in Farmacia, un lavoro a part time in un’industria farmaceutica, un marito, due figlie e un cane – preso atto che i laureati in Farmacia in un’industria farmaceutica erano trattati come impiegati di serie B rispetto ai medici– ha deciso di iscriversi a Medicina (lei è sempre stata, d’altro canto, una sgobbona amante delle imprese eroiche). Sei anni dopo si è laureata con 110 e lode e ricordo che il nonno le fece recapitare a casa un mazzo favoloso di cinquanta rose rosse – sembrava un albero –, con un biglietto che diceva «Moltissime congratulazioni, Lisetta. Papà». 

 

 

Lui d’altro canto si era opposto molto fieramente alla scelta universitaria che mia madre aveva fatto da ragazza. Dopo un anno in facoltà di Architettura, aveva deciso di passare alla facoltà di Farmacia, a Pavia, fondamentalmente perché lì era iscritto mio padre, che stava combinando poco all’università. Quando mia madre decise di passare anche lei alla facoltà di Farmacia il nonno si arrabbiò moltissimo e cercò di opporsi a questa scelta, ritenendola fatta più per seguire un’istanza affettiva da crocerossina che una vocazione o quantomeno un interesse personale. Una scelta che in qualche modo la mortificava e forse per questo mio nonno l’ha fortemente avversata.

Ricordo di aver discusso brevemente con mio nonno la scelta della mia facoltà universitaria. Non avevo particolari propensioni. Difficile iscriversi a Legge colti da sacro fuoco per il diritto. Ne parlai un po’ con lui e «Te poderia far lege» ricordo mi disse. Mio zio sostiene che anche in occasione della propria scelta universitaria il nonno non fu in alcun modo intrusivo e non cercò di esercitare alcun condizionamento. Sempre mio zio riferisce che mio nonno di sé diceva «Sono stato un pessimo padre. Anzi ottimo»: probabilmente voleva proprio sottolineare la propria non intrusività nelle scelte dei figli, il fatto di averli lasciati liberi senza condizionarli. 

 

Poi tutto si è appianato. La convivenza con la signora dai parcheggi improbabili non durò molto: a un certo punto lei uscì di casa (o forse fu convinta a uscire di casa) e questo fece sì che i rapporti con i miei genitori – e con me e mia sorella – potessero essere ricuciti. Mio zio ricorda che quando il nonno era ormai molto vecchio gli aveva detto che con ognuna delle sue mogli era stato un uomo diverso. Certamente fu molto accudito dalle prime tre mogli, da mia nonna Carla in particolare, e si trasformò in soggetto che doveva accudire nel suo quarto matrimonio.

Ho un bel ricordo degli ultimi sei-sette anni di vita del nonno. Finalmente lui e i miei genitori si erano riappacificati. Ricordo il bellissimo Natale del 1985, trascorso a Brinzio, la casa nel varesotto, in cui il nonno si beava di aver “soffiato” da sotto il naso dell’allora ministro De Michelis, in una sciccosa salumeria nel centro di Milano, un magnifico e gigantesco tartufo bianco, che poi produsse svariati piatti tra cui i mitici tartufi alla parmigiana. Le vacanze a Brinzio, ricordo in particolare quella invernale del Natale 1985, erano i momenti in cui ho potuto godermi per davvero il nonno. È sempre stato un bellissimo vecchio signore. I capelli bianchi candidissimi. Sempre ben vestito, indossava sempre un abito con il panciotto, anche d’estate, e anche a Brinzio, in campagna. Panciotto che mia madre ricorda di aver sempre visto da ragazza costantemente coperto da un piastrone di cenere perché il nonno fumava, all’epoca, sessanta sigarette al giorno (le “Giubek”); poi fortunatamente smise e io non l’ho mai visto fumare. In questi momenti trascorsi insieme aveva sempre storielle divertenti da raccontare. Spesso raccontava aneddoti legati al suo lavoro e alle tante cose fatte in vita sua. Raramente parlava delle sue mogli (non solo della quarta, poco popolare in casa, ma anche delle prime tre); più in generale le esperienze con risvolti anche traumatici – ad esempio la guerra: era stato ufficiale nell’esercito durante la Prima Guerra mondiale ed era stato anche al fronte – venivano spesso sublimate in aneddoti divertenti. Se il discorso andava a toccare qualche corda emotiva profonda il nonno facilmente si commuoveva, essendo affetto da commozione facile. O, come la chiamava lui, da «suste mole»: non so se sia dialetto veneto o lessico familiare, ma le “suste” sono le molle del letto e se sono molli questo sta a indicare scarsa resistenza, al pianto in questo caso.

 

Sempre in occasione di questi brevi periodi di convivenza ravvicinata a Brinzio ho avuto occasione di osservare i suoi gusti alimentari semplicissimi, non solo non raffinati ma direi quasi infantili. Aveva in generale per tutto ciò che riguardava il cibo un atteggiamento di scarsa curiosità – lui, che in fondo si interessava di tutto – e aveva un’avversione verso le pietanze elaborate e strane, per il pesce in generale e per tutti indiscriminatamente i crostacei, i molluschi e i frutti di mare. Non si trattava di preclusioni alimentari a sfondo religioso perché i canoni dell’ortodossia ebraica, sotto il profilo religioso in generale – incluso il rispetto dei dettami alimentari della Kasherut –, erano già stati abbandonati da suo padre, Elia, primo laico della famiglia che aveva sposato, tra l’altro, una donna non ebrea. Orizzonti alimentari decisamente angusti che il nonno ha trasmesso a mia madre e che io ho ereditato tale e quale da lei.

Ho poi due ricordi del nonno. L’occasione furono due miei esami e in entrambi i casi la prova fornì al nonno lo spunto per darmi una spiegazione in senso lato psicologico-psicoanalitica. Il primo ricordo risale a una sera del giugno 1985. Avevo diciassette anni, la mattina successiva avrei sostenuto la prima delle giornate di esame del Proficiency, una prova di inglese. Era il primo confronto importante che affrontavo. Soprattutto, ci tenevo moltissimo. Quella sera a un certo punto mi piombò addosso un sonno improvviso e molto pesante. Un sonno al quale non avevo potuto resistere e che non mi aveva consentito di far altro che infilarmi a letto. Una specie di letargia, come se avessi ricevuto un colpo in testa. Tornata a casa il giorno successivo, finita la prima giornata di esami, ricordo che raccontai al nonno dello strano sonno della sera precedente. Lui mi spiegò che in quel caso io avevo utilizzato il sonno come difesa contro qualcosa che mi faceva molta paura. Mi spiegò, più in generale, che cos’è – psicologicamente parlando – una difesa. 

 

L’altro ricordo è di un paio d’anni successivo. Nel luglio del 1987 ho fatto la maturità: all’orale, mentre ero andata bene in latino, ho fatto una pessima interrogazione di italiano, inciampando in qualche poesia – non ricordo di chi: l’esame l’ho completamente rimosso –, per cui tornai a casa in lacrime, molto preoccupata e abbacchiata. Raccontai al nonno che cos’era successo – o meglio: gli raccontai la mia versione di come fossero andate le cose – e lui fu molto solidale ed empatico, finendo per dire anche «el xe un mona» del commissario che mi aveva interrogata. Non so come da lì il discorso si sviluppò e passammo a parlare della religione e della fede in generale. Il nonno mi disse che alla base della fede non c’è tanto una preoccupazione per il destino che ha la propria persona dopo la morte. Mi disse che credere nell’al di là permette di collocare in un luogo, seppur metafisico, le persone amate venute a mancare, e che questa collocazione ha lo scopo di poterle continuare ad amare. Nonostante la mia – già allora – scarsissima propensione alla trascendenza, questa spiegazione mi colpì molto.

 

Sintomatico di un certo rapporto scanzonato e disinteressato col denaro e di una certa modestia di fondo del nonno è un episodio accaduto non so bene quando, di cui conservo però un ricordo molto nitido. Il nonno aveva in analisi una paziente che andava da lui due volte alla settimana. Pagava 30.000 lire per ciascuna seduta, quindi 60.000 lire alla settimana. A un certo punto la paziente ha manifestato l’esigenza di passare a tre sedute alla settimana, ma ha detto a mio nonno che non poteva permettersi la terza seduta. Lui le ha concesso la terza seduta, riducendo però il suo onorario a 20.000 lire a seduta, così che la paziente non avesse un aggravio di spesa nonostante la frequenza trisettimanale. Mi sono sempre domandata se questa sia stata una soluzione terapeuticamente valida per la paziente che otteneva un trattamento settimanale non pagandolo ma il comportamento del nonno a me è sembrato adorabile. Nel mio piccolo professionale mi sono divertita, quando mi si è presentata un’occasione simile in cui un cliente non poteva pagare per un supplemento di consulenza, a riprodurre questo comportamento.

Ancora sintomatico del rapporto col denaro di mio nonno quanto avvenne con la Olivetti dopo che il nonno venne sostanzialmente congedato dalla ditta, dopo la Liberazione (e l’insediamento a capo della Olivetti di Massimo, fratello di Adriano). Il nonno aveva riassunto in una relazione di una quindicina di pagine la storia dei suoi rapporti con la Olivetti, finendo col chiedere un compenso di mille lire. Convocato dal capo del personale questi gli disse che, letta la relazione, si sarebbe aspettato una richiesta di diecimila lire per cui gli disse «Ecco le mille lire e molte grazie caro professore». Probabilmente il nonno faceva un po’ fatica a farsi pagare.

 

Questo testo è la relazione che sarà letta dall’autrice all’incontro Gli esploratori dell'inconscio: la psicoanalisi da Benussi a Weiss a Musatti, con Cristina Battocletti, Marina Mander e Margherita Covi, moderatore Alessandro Mezzena Lona, che avrà luogo oggi sabato 24 novembre, alle 16.30, al Victoria Hotel letterario di Trieste.

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