Dopo la fine del diritto

25 Febbraio 2026

Tre mesi fa, tutti a dir male del ministro Tajani perché aveva dichiarato in diretta tv, testuali parole, che “il diritto internazionale conta, ma fino a un certo punto”.

Israele stava per sequestrare le navi della famosa flottiglia e i loro improvvisati e volonterosi marinai in acque internazionali, ma appunto il diritto internazionale contava sì e no, anzi più no che sì. Nessuno aveva poi mosso un dito, e le cose sono andate come sono andate. A due o tre mesi dall’uscita del ministro, il diritto internazionale, come del resto il diritto nazionale, ha concluso la sua decennale caduta libera e s’è schiantato a terra. Il Venezuela, l’Iran, tutto quel che vediamo ogni giorno, molto a monte di come lo vogliamo interpretare.

Mi pare che a distanza di tempo si debba ripartire proprio da qui, dalle parole del ministro. Il diritto conta, ma fino a un certo punto. Oltre a quel punto, sempre più vicino, forse ormai alle spalle, a contare è tutt’altro. È la forza bruta, la follia dei leader paranoici di cui è prodigo il nostro tempo?

Intanto, converrebbe meravigliarci, più che della fine del diritto, del fatto di essere nati e cresciuti in un'epoca, a conti fatti breve e archiviata, in cui il diritto contava. Contava così tanto che finiva per contare persino il diritto internazionale, che è il più fragile dei diritti perché riguarda gli stati che si fanno la guerra tra loro, e non i cittadini di un singolo stato che si fanno la guerra all’interno di quel singolo stato. E se c’è ancora e vagamente uno stato che sta sopra ai cittadini e può dettare legge ai cittadini, non s’è mai visto uno stato che sta sopra agli stati e detta legge agli stati.

Già qui si intravede un punto interessante. C’è un qualche rapporto tra il diritto e lo spazio. Il diritto funziona all’interno di uno spazio, nella fattispecie lo stato-nazione. Ma non c’è uno spazio dentro a cui stanno gli stati nazione, quindi non c’è un diritto internazionale. Creare quello spazio è stato un sogno, a un certo punto quel sogno si è in parte realizzato, e poi quella realizzazione si è disfatta come neve al sole. Del resto, non ci sono più neppure gli stati-nazione, largamente erosi da funzionamenti che ignorano i loro confini e disegnano tutt’altre geometrie. E infatti il diritto si sgretola anche all’interno delle singole nazioni. Il diritto internazionale conta ma solo fino a un certo punto, e anche il diritto-diritto, quello italiano in Italia, quello statunitense negli Stati Uniti, deperisce di giorno in giorno.

Non era facile nascere e crescere nell’epoca del diritto e dei diritti, che misurata alla storia universale equivale a cinque minuti su un milione di anni. Ma è così che dobbiamo interrogare quei cinque minuti, come una splendida eccezione all’interno di una vicenda che funziona in tutt’altro modo. Quei cinque minuti erano il frutto dei cinque minuti precedenti, cioè di un’enorme distruzione operata dalla Seconda guerra mondiale e dall’enorme potenza industriale accumulata negli anni immediatamente precedenti. Potenza che ha causato quella guerra, poi ha guardacaso alimentato la ricostruzione e l’ulteriore esplosione tecnologica ed economica europea, e sempre guardacaso officia in questi mesi ora la fervida attesa di una Terza guerra mondiale.

Nel mentre, il ciclo appena descritto soffiava come un soffiatore di vetro quella sempre più grande e sottile bolla economica, che anche oggi che sta per esplodere continua a lasciar sgocciolare a terra, nella nostra piccola porzione di mondo, le pagliuzze d’oro di cui vive lo stato di diritto. È questa bolla che ha reso possibile lo stato di diritto, quella breve tregua che ci ha consentito di sopravvivere e addirittura a prosperare anche senza sbranarci. O meglio senza sbranarci tra noi ma sbranando qualcun altro, che aveva il buon gusto di abitare abbastanza lontano da non raggiungerci con le sue urla.

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Da queste parti c’era un surplus di ricchezza così consistente che si poteva persino pensare di ridistribuirlo, per quanto con molta moderazione. Ed ecco il diritto alla scuola, ecco il diritto alla salute. Ecco il diritto a una vecchiaia dignitosa. Ecco il diritto al gioco e alle attività ricreative. Ecco, più in generale, ogni aspetto della vita innalzato a diritto. Compreso il mio sentirmi oggi 6 febbraio così, e domani 7 febbraio cosà. Diritto che dall’occuparsi di persone giuridiche, cioè di maschere generali, tende a farsi sempre più individuale, pulviscolare, coestensivo alla casistica empirica, e cioè di fatto antigiuridico.

Venticinque anni fa Jeremy Rifkin pubblicava un testo profetico, che avremmo dovuto prendere più sul serio al di là dei toni trionfalistici. Si intitolava l’Era dell’accesso e sosteneva che in futuro, cioè oggi, non avremmo più avuto intorno a noi delle cose di cui dirci proprietari, perché la logica della proprietà sarebbe stata scavalcata dalla logica dell’accesso. Saremmo diventati dei frequentatori di quegli oggetti che un tempo dicevamo nostri.

È abbastanza chiaro che quegli oggetti di cui non c’è proprietario non sono più oggetti in senso proprio. Sono semmai ambienti, luoghi in cui ci rechiamo. Situazioni che frequentiamo, entrandoci, uscendone, ritornandoci. Allo stesso modo, chi ne fa uso non è più un soggetto, un io che sta di fronte a un oggetto, ma qualcosa come una funzione di quel funzionamento, un frequentatore di cui dobbiamo semmai definire la frequenza. Quanto spesso accede, quanto spesso recede. Quanto sosta in un certo ambiente, dove va quando esce. Ne viene che ciascuno di noi è una specie di addensamento o rarefazione variabile, un grafico ondulato più che una stabile presenza a sé, come per qualche secolo la filosofia aveva pensato il nocciolo più riposto della nostra soggettività.

Ora Ugo Mattei pubblica un libro che è una specie di diamante, breve, denso, chiarissimo. Si intitola La fine del diritto (Feltrinelli, Milano 2025) ed è frutto di un percorso che non a caso ha messo al centro, per trent’anni, l’idea dei beni comuni, che è come dire un genere di diritto che funziona in radicale alternativa all’idea di proprietà e di soggetto proprietario. Ma questo è appunto lo sfondo del libro più che la sua sostanza. Per dire la sostanza è utile richiamare qualche esempio su cui Mattei si sofferma. Primo esempio. Tutti noi navighiamo nel web per molte ore al giorno e all’anno. Per navigare diciamo continuamente di sì a questo o quel contratto. Chi dice di no resta fuori dal gioco, e se tutti i giochi passano dal web, restare fuori dal gioco significa rinunciare a vivere.

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Scrive Mattei che se leggessimo quei contratti, non dico per capirli, solo per scorrerli, impiegheremmo 172 giorni all’anno. Il diritto è ormai coestensivo alla vita, ma quell’impasto indistinguibile di vita e diritto è completamente unilaterale. In che senso merita ancora il nome di diritto? Non solo, quel sì estorto a forza dà seguito a un’estrazione di dati di cui non ci rendiamo conto, che sommata a tutte le altre estrazioni che neppure fingono di chiederci il consenso traduce definitivamente la nostra vita in un incessante flusso di segni che orienteranno e saranno orientati da altri flussi altrettanto incessanti.

Secondo esempio. Mattei ci ricorda che oggi nessuno sfugge alla cattura delle immagini dettagliatissime che i satelliti di Elon Musk registrano in ogni istante documentando e classificando tutto ciò che si svolge quaggiù, compreso l’accoppiamento delle rane allucinogene della foresta amazzonica. Difficile dire se è perché finisce il diritto che la sfera privata diventa tutta pubblica, e la sfera pubblica si inabissa negli archivi peraltro privatissimi delle multinazionali dei dati. O se dobbiamo pensare a rovescio, ed è perché tutto diventa visibile, e in questo senso pubblico, che niente è più privato, e di nessuna cosa abbiamo più la proprietà, su nessuna cosa possiamo più vantare diritti. Ma è ormai assoluta l’indiscernibilità di quei due spazi un tempo evidentemente distinti, del resto grazie a un’invenzione culturale e giuridica tutto sommato recente, grosso modo settecentesca.

Dicevo che il mondo del diritto si spiega sulla base di quegli ultimi cinque minuti di storia mondiale. Naturalmente non è vero, è la logica dei diritti delle nostre democrazie postbelliche che in qualche misura deriva da quell’antefatto immediato. La logica dei diritti prendeva slancio da qualcos’altro, cioè dai cinquanta minuti precedenti quei cinque minuti, se li misuriamo sul solito milione di anni. E quei cinquanta minuti dicono che c’è diritto perché gli esseri umani parlano e scrivono. E parlano e scrivono in un certo modo che è il nostro, e non per esempio quello dei cinesi, sulle cui istituzioni giuridiche Mattei ha infatti pagine comparative di grandissimo interesse.

Siccome parlano, intanto che fanno altre cose e per esempio coltivano la terra, gli esseri umani nominano le cose e gli altri, battezzano lo spazio che abitano e lo oppongono allo spazio abitato dagli stranieri. “Roma” si chiamerà la nuova città di cui Romolo ha appena disegnato il perimetro. Nel nome rendono consistenti quelle cose e quegli spazi. Li legano a sé, ne fanno un supporto della propria identità, uno specchio dal quale ritornare a sé più consapevoli. Qui ci siamo noi, i nostri amici, i nostri beni, la nostra terra. Lì ci sono loro, i nostri nemici, la loro terra. Il nome, il diritto, lo spazio, la proprietà, la soggettività, ecco che tutte le tessere trovano il loro posto e si dispongono intorno a una radice comune. Tutto il diritto più antico amministra questi oggetti fondamentali, e più nel profondo se ne lascia amministrare. Il nome, il diritto, lo spazio, la proprietà, la soggettività, ecco che tutte le tessere trovano il loro posto e si dispongono intorno a una radice comune.

Mi pare che non si capisca molto di quel che accade nel nostro mondo se non si parte dal fatto che la tecnologia che dà forma al nostro mondo non è più quella della parola. È quella del numero, e in particolare è quella che deriva da quel genere di scrittura del numero che inizia a diffondersi in età moderna e che fin dalle scuole medie ci insegnano col nome di funzioni.

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Sappiamo tutti che cos’è un piano cartesiano, con i suoi due assi e i suoi infiniti puntini codificati da una coppia di numeri, come nella battaglia navale. Ce lo spiegano all’età di dieci anni, e dopo che ce l’hanno spiegato questa cosa subito ci insegnano una cosa conseguente, cioè che una qualsiasi retta può essere descritta con una funzione, cioè una specie di piccola macchina fatta di scrittura, che per ogni valore in ingresso genera un valore corrispondente in uscita. E non solo una retta può essere descritta così. Anche una curva, un cerchio, un’iperbole, uno stormo di uccelli, l’andamento della corrente del Golfo. Ogni evento che accade nel mondo può essere descritto così. Ogni evento del mondo diventa così. Così come? Direi a spanne che chi pensa per funzioni, pensa che nel mondo ci siano anzitutto delle cose che variano, che la variazione è lo stato ovvio e naturale dell’universo. Non va affatto da sé. Chi nomina cosa vede essenze, identità. La città di Roma, come se fosse qualcosa di sempre identico, come se esistesse una cosa sempre uguale a sé come la parola Roma è sempre uguale a sé. Ci sono anzitutto cose che variano, e poi ci sono altre cose che variano in concomitanza con quelle cose che variano, o che puoi scegliere di studiare in funzione di quelle cose che variano. Non importa se c’è o meno un sostrato che le accomuna, uno spazio in cui quelle cose si incontrano, una materia fondamentale all’interno della quale si toccano e si influenzano. Importa che il mondo è fatto di queste nuvole di pulviscolo, e che al variare di una prima nuvola, una seconda nuvola varia secondo un andamento monitorabile, secondo una morfologia prevedibile, secondo una morfogenesi orientabile. La funzione è lo schema di questa morfologia o di questa morfogenesi.

Naturalmente la matematica ha fatto passi da gigante, dai tempi di questi vecchi balbettamenti cartesiani. Ma è il succo quello che importa, e quel succo continua a irrorare le scritture più complesse della nostra odierna matematizzazione del mondo. Il succo è che grazie a tutto questo, o a causa di tutto questo, tramonta il diritto, che riguarda spazi contrapposti dialetticamente, oggetti dotati di identità stabili e disposti stabilmente entro quegli spazi, soggetti che possiedono stabilmente oggetti stabili. Sulle ceneri del diritto sorge quella che chiamerei regolazione. Sono le procedure di regolazione a sostituire oggi l’operatività del diritto ed è anche in virtù di questa sostituzione che il diritto non serve più. E tutto ciò che non serve, diventa marginale, tramonta, muore. Oggi non si tratta più di nominare cose e di farne delle proprietà. Si tratta di regolare il transito dei puntini, siano essi somme di denaro, dati riguardanti i comportamenti degli utenti di questa o quella piattaforma, valori inerenti a un sistema biologico o sociale o aziendale. L’essere, come dicono i filosofi, si è risolto in segni transitanti. Non è più così strategico nominare le cose dicendone la giustizia o la giustezza, secondo l’etimologia ma anche la logica di quella cosa che infatti si chiamava giurisdizione. Strategico è regolare la morfologia di quelle covariazioni di nuvole pulviscolari. Se a volte ancora ci si appropria di cose, territori, risorse, è solo perché servono alle macchine che regolano il transito dei puntini. Non viceversa. Agli spazi che la legge articolava e contrapponeva, come pensava il vecchio Carl Schmitt che quest’idea del nomos se l’era fatta scolpire sulla lapide, con un gesto che oggi suona una profetica sepoltura non solo di lui stesso ma del nomos che tanto aveva studiato, va sostituendosi uno spazio adialettico, non oppositivo, infiltrante e permeabile, tentacolare, metamorfico, multistratificato.

Sembrerebbero cose lontanissime, il folle e variopinto Donald Trump che fa la guerra e la cosiddetta pace come gli pare e piace, Netanyahu che stermina i palestinesi nell’indifferenza del diritto internazionale, e i grigi funzionari della regolazione dei puntini, chiusi nei loro uffici a osservare le minute evoluzioni dei loro diagrammi. 

Senonché proprio i grigi funzionari sono i mandanti del variopinto Trump, e infatti il mondo del post-diritto è tutt’altro che un mondo in balia del caos e della forza bruta. È solo un mondo ritagliato lungo altre linee che non quelle che il diritto aveva tracciato. Un occhio educato a guardare a quelle vecchie linee non vede altro che trasgressioni, violazioni sfrontate, violenza. E non è che la violenza manchi, ovviamente. Del resto, anche il mondo del diritto, della proprietà, delle identità stabili, del nome che battezza le cose, conosceva la sua dose di tutt’altro che accidentale di violenza. Una certa fase del capitalismo ha beneficiato della logica dei diritti, ed è per questo che l’ha promossa e ogni tanto la mobilita ancora. Ma quel nuovo modo di ordinare il mondo che il diritto non riesce a leggere e perciò derubrica a puro e semplice disordine, quanto a lui è ordinatissimo.

Tutti ne abbiamo sentore, in fondo. Intanto che lamentiamo l’anomia del mondo contemporaneo, sperimentiamo a ogni passo la sua meticolosa disciplina. Non s’è mai visto mondo più irreggimentato di questo nostro mondo che grida al disordine. Persino Trump, il sovrano che nell’intera storia umana più si avvicina al profetico Ubu di Jarry, si muove nel solco delle sue procedure. E infatti fa con la massima diligenza tutto ciò che quelle procedure esigono e allo stesso tempo rendono possibile. Privatizza lo stato, sottraendolo alla legge e consegnandolo alla pura e semplice regolazione. Conquista territori e risorse, che però guarda caso non ha bisogno di dichiarare nemiche e neppure di farsi amiche. Le compra, dettando un contratto unilaterale più che mai simile a quello con cui una qualunque piattaforma si impadronisce dei miei poveri dati. E dopo che le ha comprate, le usa per alimentare la grande macchina della regolazione.

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Sappiamo da tempo che il nazismo non si spiega con Hitler, e che mettere la follia del nazismo sul conto dell’orrido Adolf significa fare un magnifico regalo alla grande borghesia industriale tedesca che regnava nella Germania degli anni Trenta.

Lo stesso vale per Trump o Netanyahu o Putin. Bisogna guardare lo strato più profondo nel quale i loro movimenti affondano le radici. Tentare di capire come funzionano i nomi e come funzionano le funzioni, che cosa comporta il fatto di nominare il mondo e che cosa il fatto di intendere ogni cosa come funzione di un’altra cosa. Mettere a fuoco i luoghi dell’efficacia di oggi, e abbandonare i luoghi ancora seducenti dell’efficacia di ieri. È su questo punto che si può andare oltre la giusta denuncia che il giurista fa della fine del diritto.

Pensare per funzioni è anche un’enorme liberazione. È così, del resto, che i suoi padri, alle soglie nella modernità, hanno sognato e inventato quelle minute scritture dalla forza dirompente. Enorme liberazione dai fantasmi dell’identità, della proprietà, dell’appropriazione, del noi contrapposto al voi. Enorme liberazione che può essere piegata nel senso dell’ottimizzazione più economicista di quelle funzioni, o della pressoché illimitata plasticità e creatività di quel virtuale che disegnano a ogni passo. È per questo che oggi è sulla regolazione del transito dei segni che si dà battaglia nelle segrete stanze. È per questo che un giorno quella battaglia convocherà in luoghi inediti qualcosa come un popolo inedito. Non si sa se sperarlo, quel giorno, o temerlo, perché sarà il giorno in cui le tante guerre che infuriano sullo scacchiere che chiamavamo internazionale, e le tante guerre civili, che attraversano lo scacchiere che chiamavamo nazionale, conosceranno un punto di perfetta indiscernibilità.

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