Giardini di carta e Ornitorinchi

Nel benemerito archivio storico on line del quotidiano «La Stampa» che ci illude di vivere in un paese organizzato e propizio al lavoro di ricerca, mi sono imbattuta in un articolo di Ippolito Pizzetti. L’inserto culturale «Tuttolibri» del 18 febbraio 1984 dava spazio a un’inchiesta sul rapporto degli scrittori con la natura, e Pizzetti vi interveniva con una tesi amena (almeno per me): «non c’è scrittore italiano dove le cose della natura assurgano a protagoniste, abbiano non la forza mitologica di un’idea, ma partecipino quali soggetti di una vicenda, o parti o riferimenti costanti del discorso».

 

Era, per lui, una questione di sguardo, principalmente, e di cultura. Una cultura generata da un Cristianesimo che, in Italia, ha soffocato del tutto le radici pagane. Da qui la «frattura» e l’allontanamento da un mondo naturale non più sistema di riferimento familiare e quotidiano, né linfa di un linguaggio «unitario». In Goethe, Shakespeare, Hardy o Lawrence, la natura mantiene sempre la sua «identità» – scriveva – «da noi la perde di continuo». Complice una scuola che troppo tardi si è preoccupata di far conoscere la natura che ci circonda perpetrandone un’idea favolosa: per chi non ha mai visto un rospo esso acquista la «medesima pregnanza mitica di un dinosauro o di un ippogrifo» specie – aggiungo – nelle “fattorie didattiche”.


Il fatto è che tra gli scrittori italiani, pur grandi e amati, Pizzetti si sentiva un «isolato»; ritrovava il suo «mondo domestico» non nelle loro descrizioni utilitaristiche (la vigna, l’uliveto, il frutteto, il taglio del bosco: i vegetali come «prodotti») quanto nelle pagine di autori anche molto lontani, come Murasaki, la poetessa giapponese della fine del X secolo, con cui condivideva il modo di guardare alla vita e di accostarsi ai suoi elementi.
Si può certo dissentire dal radicalismo di Pizzetti, opporgli (i rari) esempi nostrani contrari, ma al fondo sentiamo che non ha tutti i torti: nessun Goethe è nato in Italia, un Goethe nella cui opera (e non si tratta degli scritti botanici) la natura mostri «radici profonde».
Ippolito Pizzetti (Milano 1926–Roma 2007), figlio del musicista Ildebrando, si era laureato nel 1950 con Natalino Sapegno presentando una tesi su Cesare Pavese. Letterato per formazione (traduttore e collaboratore dell’editrice Einaudi) naturalista e architetto-giardiniere per vocazione e per scelta, divulgatore di classe e mai banale, aveva dunque tutti i titoli per esporsi su un terreno così sdrucciolevole. Certo, noi italiani, anche quando possiamo vantare una personalità di rilievo in campo naturalistico dove gli inglesi e le genti del nord primeggiano, non siamo capaci di imporla all’attenzione pubblica e di coltivarne eredità e memoria.


Si è appena chiusa a Milano l’annuale fiera delle vanità orticole dei giardini di Corso Palestro, dove la borghesia cittadina fa la spesa (a prezzi alti) per abbellire terrazzi e balconi con le ultime novità vivaistiche o con le varietà più modaiole. A contorno della mostra floro-vivaistica, nell’ambito di Fuori Orticola e in collaborazione con la Biblioteca Nazionale Braidense, si è segnalata per curiosità e interesse un’iniziativa dal titolo: 1931-1984. Il giardinaggio scritto. La forbice cronologica delimita due date nobili per la nostra editoria giornalistica: la nascita della prima rivista tematica del genere, «Il giardino fiorito» fondata e diretta da Mario Calvino (padre di Italo) in tandem con la moglie Eva Mameli, e quella più ravvicinata del primo numero di «Gardenia», fondata e diretta da Francesca Marzotto Caotorta che, all’epoca, meritoriamente si avvalse della preziosa collaborazione di Pizzetti.

 

Difficile resistere alla riproduzione sul manifesto braidense della magnifica copertina disegnata dal grande John Alcorn per il volume di Vita Sackville-West, Del giardino, pubblicato da Pizzetti nel 1975 (introduzione sua, traduzione della moglie Andreola Vettori) e incunabolo dei suoi ornitorinchi. Perciò, ho varcato la soglia della vetusta Sala Maria Teresa e, nelle teche, ho ammirato i primi libri di giardinaggio degli anni Venti, i numeri della rivista calviniana (raffinati nella loro glauca veste), la prima edizione della Flora privata di Capri di Edwin Cerio (Editrice Rispoli Anonima, Napoli 1939, ripresa poi da un ornitorinco pizzettiano), i manuali Hoepli di floricoltura e orticoltura, le guide delle edizioni REDA (Ramo Editoriale Agricoltori di Roma) sulla coltivazione del gladiolo di Eva Mameli-Calvino o sul garofano rifiorente di Giacomo Nicolini preceduta, per altro, dall’archetipo del 1928 di Domenico Aicardi (per le edizioni della Stazione Sperimentale di Floricoltura “O. Raimondo” di Sanremo), le raffinate edizioni del Polifilo con le tavole dei più bei giardini italiani in villa. In questa inebriante passeggiata ai bordi dell’aiuola editoriale italiana l’approdo non poteva che essere il Paesaggio e l’estetica di Rosario Assunto, il primo filosofo italiano a teorizzare un’estetica del paesaggio.


Ma i giardini di carta più graditi sono stati quelli di Ippolito Pizzetti, debitamente celebrato da Francesca Marzotto Caotorta nell’intervento di presentazione della mostra libraria. Certo, il titolo dell’iniziativa non calza adeguato alla penna e alla zappa di Pizzetti che considerava il giardino, più che pratica di “giardinaggio”, un esercizio dalle implicazioni estetico-etico-filosofiche. Ma tant’è, e alla vernice di lunedì 5 maggio sedevano attempate signore (me compresa) in attesa di sciamare dal venerdì alla domenica successiva nel recinto di Corso Palestro in cerca di rarità clorofilliane o, al contrario, di piantine più umili (ma ugualmente care) come il fiordaliso, sparito dai campi insieme alle lucciole. Impensabile che le signore in questione si cimentino con semi a prezzi più contenuti e, comunque, del tutto trascurati da manifestazioni del genere di Orticola.


Invece, lì appresso, l’opera di Pizzetti occhieggiava dalle teche suggerendoci ben altro, specie nei tre volumi (redatti in collaborazione con Henry Cocker) del Libro dei fiori editi da Garzanti nel 1968, e nei molti libri dell’ineguagliabile collana L’Ornitorinco (43 pubblicazioni di Rizzoli tra il 1975 e il 1986) con le belle copertine disegnate da Enzo Aimini o Renzo Giust. Non di soli fiori e alberi, infatti, si nutrivano gli ornitorinchi di Pizzetti, ma di insetti, uccelli, animali, paesaggi e ambienti naturali: perché vivere il rapporto con la natura non è per Pizzetti chiudersi per hobby in un ritaglio di terra da riempire come un vivaio o una mostra campionaria di fiori ed essenze in voga. Vivere la natura è osservare, indagare, imparare dalla pietra, dalla piuma, dalle tracce, dalle tane, dalle cortecce, dalle larve, prima ancora che dagli alberi e dai fiori, da tutto ciò che con noi e ben prima di noi vive negli ambienti di terra, di acqua e di cielo. Per rendersene conto basta sfogliare la raccolta delle copertine e dei risvolti editoriali degli ornitorinchi pubblicata lo scorso anno da Pendragon per la cura di Antonio Bagnoli (con l’introduzione di Lidia Zitara, Ippolito Pizzetti, l’ “irregolare”)


I libri dell’Ornitorinco sono oggi introvabili se non (e difficilmente) sul mercanto antiquario, ma a tutti noi è consentito di avere Ippolito Pizzetti in casa. Con pochi denari si possono acquistare quei capolavori di consigli sapienza dottrina e humor (tagliente) che stanno nella Garzantina Fiori e giardino (in cui l’autore ha rifuso i volumi del 1968) e in Pollice verde (Biblioteca Universale Rizzoli), l’antologia della rubrica tenuta sulle pagine dell’«Espresso» nel decennio a cavallo degli anni Settanta e Ottanta in sovrapposizione con l’avventura editoriale dell’Ornitorinco. Per me continuano ad essere libri necessari, punti di riferimento e fonti di divertimento garantito.


Più volte mi sono sovvenute le parole di Pizzetti, irriverenti quanto vere (non era tipo da smancerie) sull’Aucuba e sulle foglie della varietà più diffusa a macchie gialle verdi: «Ogni volta che le incontro (e spesso assai) non posso fare a meno di pensare ai disegni di Jacovitti dove non manca mai il variegatissimo salame bianco e rosso […] Sta di fatto che l’A. è tanto diffusa proprio perché è in grado di allignare e prosperare dappertutto, come tante altre infestanti (dal punto di vista estetico): perciò mi sembra – dovunque è possibile – da evitare». Da tempo avevo di mira il cespuglione invadente di Aucuba Japonica bicolor che soffocava la ripa coltivata a lavanda e Perovskia; mi tratteneva il fatto che il mio vecchio micio l’avesse eletto quale ombroso riparo estivo. Ma, all’inizio dell’anno Ben mi ha lasciato. Mi sono perciò potuta liberare delle fette di salame dell’Acuba, e a Ben ho regalato l’ombra e il profumo dei fiori invernali di una più elegante Camellia sasanqua al cui fianco, mai dimenticato, riposa.

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