Spagna. Le elezioni 26 giugno

Venerdì scorso ho visitato con due nipoti trentenni la mostra Campo cerrado. Arte y poder en la posguerra española. 1939-1953 che prende il titolo da un’opera dello scrittore nato francese e nazionalizato spagnolo Max Aub. Di idee socialiste, durante la Guerra Civile Aub si impegnò con la Repubblica e tra le altre azioni, collaborò con André Malraux nel film L’espoir. Sierra de Teruel (1939). Campo cerrado (Barcellona brucia, tr. Ignazio Delogu, Roma, Editori Riuniti, 1996) è stato scritto e pubblicato in esilio in Messico nel 1943. Si tratta del primo volume del monumentale progetto El laberinto mágico che comprende i titoli Campo de sangre, 1945; Campo abierto, 1951; Campo del Moro, 1963; Campo francés, 1965 e Campo de los almendros, 1968 dove partendo dalla propie esperienze personali, prima del colpo di stato, in guerra e in fuga, nei campi di concentramento e in esilio, presenta la molteplice realtà della Spagna dei vinti.

 

Nel percorso della mostra si parlava con le giovani nipoti e mi è venuto in mente un libro appena pubblicato in versione spagnola, Miedo y progreso. Los españoles de a pie bajo el franquismo. 1939-1975, opera di Antonio Cazorla, uno storico che lavora in Canada autore di una interessante biografia di Franco impostata come costruzione di un mito. In Miedo y progreso ci si ritrova, come spiega Antonio Muñoz Molina recensendolo, con una Spagna di miseria e di paura che è stata quella dei vinti più poveri, quelli che hanno sofferto gli anni dell’isolamento: basta pensare al 1945, conosciuto come “anno della fame” perché la campagna non ha dato niente, perché i più poveri non avevano soldi per compare il pane al mercato nero, perché si moriva per strada con il ventre gonfio per aver mangiato solo dell’erba. Miedo, paura degli anni delle persecuzioni e dell’ingiustizia, dell’integralismo cattolico e della miseria morale della dittatura nel momento in cui si verificava il progreso di un paese che si è costruito sull’oppressione da parte di una minoranza di arricchiti, sullo sforzo silenzioso e impaurito dei vinti.

 

La scelta del titolo della mostra focalizza l’aggettivo cerrado, chiuso, infatti presenta in diversi percorsi le proposte artistiche della Spagna franchista dei primi tempi, un paese che doveva vincere i rossi anche nell’arte, come si proponeva il falangista grande ammiratore di Mussolini, Ernesto Giménez Caballero, amico di quel Sánchez Mazas, la cui storia è stata raccontata da Javier Cercas in Soldati di Salamina. Si tratta infatti dello spazio soffocante e inabitabile per i vinti che invece negli spazi del potere produceva opere d’arte: ritratti di gerarchi dall’impronta avanguardista, copertine delle riviste che imitavano la hitleriana Signal , architetture e urbanistica di stampo internazionale, ripresa dell’eredità surrealista. In conclusione, la netta appropriazione della modernità da parte della cultura ufficiale, come nel caso della partecipazione alla Triennale del 1951 a Milano con uno stand progettato dall’architetto Josep Antoni Coderch e dal poeta Rafael Santos Torroella dove si mostravano opere di Picasso o Mirò appropiandosi di artisti antifranchisti, che è servito alla Spagna ad aprire una minima finestra sul campo internazionale dell’arte come si desume dalle parole di Gio Ponti su Domus riportate gloriosamente dal giornale franchista ABC, dove il prestigioso architetto afferma che dopo tutto Lorca, Picasso e Mirò sono spagnoli e che in questa mostra, sente per prima volta un impulso verso la Spagna, in una sorta di riconoscimento di cui hanno subito approfittato i franchisti promuovendo nuove mostre a scopo di internazionalizzare il regime.

 

La mostra si ferma al 1953, il libro invece continua fino alla morte di Franco nel 1975, per cui si potrebbe dire che ambedue coprono un arco di tempo della storia recente spagnola alla quale guardare con speciale interesse in questi giorni. Così dicevo alle mie nipoti.

Dopo due giorni, la domenica abbiamo avuto la ripetizione delle elezioni politiche, dato che nello scorso 20 dicembre 2015 i risultati ottenuti non hanno reso possibile la formazione di un governo. In quella occasione i risultati hanno dimostrato che malgrado i clamorosi casi di corruzione politica all’interno del partito di governo, il Partido Popular è stato il partito più votato ottenendo 123 seggi. Abituato a governare in maggioranza assoluta (176 seggi), ha rinunciato a formare governo. Perciò il giovane socialista Pedro Sánchez, con 90 seggi per il PSOE (Partido Socialista Obrero Español) ha fatto un passo avanti proponendo un accordo con Ciudadanos (40 seggi) e Podemos (69 seggi), i due partiti nuovi. Il primo si presenta come centrista e liberale, in lotta aperta contro la corruzione e contrario all’indipendentismo catalano (di fatto è nato in Catalogna contro i movimenti catalanisti); il secondo è la confluenza di diversi gruppi provenienti dai movimenti di indignados del 15M e diversi partiti extraparlamentari di sinistra che si erano presentati con successo alle elezioni europee e amministrative e regionali ottenendo il governo municipale di grandi città come Madrid e Barcellona. I comunisti di Izquierda Unida con altri partiti di sinistra sotto il nome di Unidad Popular (2 seggi) avevano proposto di unirsi a Podemos, ma il giovane partito, in seguito alle diverse posizioni emerse a questo riguardo, non ha voluto.

 

La proposta di accordo a tre (PSOE, Ciudadanos e Podemos) non è andata avanti perché Podemos ha considerato impossibile arrivare a un accordo di massima su un programma economico e sociale che ritenevano eccessivamente vincolato alle proposte di Ciudadanos, molto liberale e vicino a posizioni di destra. Il risultato è stato un accordo firmato soltanto dal PSOE e da Ciudadanos. Quando in sede parlamentare Pedro Sánchez ha assunto la responsabilità di conformare il governo non ha ottenuto l’appoggio di Podemos incassando inoltre le pesanti parole del lider, Pablo Iglesias, contro il PSOE nei giorni più oscuri della lotta antiterrorista contro l’ETA negli anni ’80.

 

Santos Yubero: Terrazas de café sin público, 1939.

 

Nell'impossibilità di un governo, è ricominciata la campagna elettorale che ha visto il discorso di Podemos caratterizzare per due decisioni: una ha concordato di presentarsi con Izquierda Unida – una decisione non ben vista da tutti i comunisti di queste sigle – e ha cominciato a ‘ammorbidire’ il discorso. Ogni giorno Pablo Iglesias si presentava come meno comunista e più conciliatore, finché nelle ultime settimane ha definito il suo programma come socialdemocratico. Il simbolo dell’alleanza che ha preso il nome di Unidos Podemos era un cuore. Le parole pronunciate richiamavamo una sorta di innocenza e di purezza che coniugava il riconoscimento delle bontà di Papa Francesco alla proclamazione di Zapatero come il miglior presidente della storia democratica spagnola. Vale a dire: voleva aggiungere ai suoi elettori i voti dei socialisti più a sinistra, i voti delle organizzazioni civili cattoliche di sinistra, che in Spagna attraverso Caritas si curano della maggioranza delle mense sociali e delle persone a rischio di esclusione, i voti delle ONG, ma anche quelli dei dissocupati dei ceti medi, degli universitari che sono andati all’estero per lavorare, dei vecchi exvotanti socialisti... voleva tutti , e questo è stato formulato attraverso un discorso che poteva servire per tutto e per tutti, un discorso buonista trasversale.

 

Inoltre i sondaggi davano per scontato un ‘sorpasso’ – si è usata la parola italiana, che si leggeva sui giornali e veniva usata nei talk show dai giornalisti e dai sociologi. Gli esperti politologi affermavano che il primo posto della sinistra sarebbe toccato a Unidos Podemos che aveva lasciato il PSOE al terzo posto nel panorama politico spagnolo. Tutti gli studi davano per scontato il grande successo di una sinistra alla sinistra del PSOE: Unidos Podemos.

In parallelo alle inchieste, negli ultimi giorni di campagna si sono pubblicate le intercettazioni di certe conversazioni tenute nel 2014 nello studio del Ministro degli Interni con il Direttore dell’ufficio anticorruzione catalano, nelle quali cercavano di poter accusare diversi membri dei movimenti catalanisti, alcuni con importanti cariche nella Generalitat (il governo della Catalogna), in modo da renderle pubbliche prima del referendum indetto il 9 novembre 2014 per ottenere l’appoggio popolare a una futura autodeterminazione catalana. Il presidente in carica, Rajoy, ha appoggiato il suo Ministro e non ha chiesto le dimissioni, mostrando di nuovo l’appoggio incondizionato ai suoi compagni di partito come ha fatto con tutti i casi di corruzione e di arricchimento abusivo (ad esempio, sono stati pubblicati i messaggi di Whatsapp scritti da Rajoy all’ex tesoriere del partito che aveva accumulato più di 40 milioni di euro solo nei suoi conti correnti in Svizzera: “Luis sé fuerte”, vale a dire, “Forza, Luis, mantieniti forte”).

 

Poi è successa la Brexit.

 

Sebbene questo potrebbe spiegare che la domenica 26 giugno, tre giorni dopo il referendum nel Regno Unito, gli spagnoli abbiano votato in maggioranza per la sicurezza del già conosciuto Partido Popular (137 seggi) con 14 seggi in più riguardo a dicembre, non è tanto chiara la ragione per cui non abbiano tenuto conto delle intercettazioni del Ministro o degli ultimi casi di corruzione appoggiando un presidente che ha sempre sostenuto i corrotti. A questo si sarebbe dovuto aggiungere lo scontento della popolazione riguardo a una politica di austerità, di tagli alla sanità e all’istruzione pubblica durata da quando c’è il governo del Partido Popular ma che sembra ormai dimenticata.

E d’altra parte non si è verificato il sorpasso e Unidos Podemos (71 seggi) ha perso più di un milione di voti, anche il PSOE ha perso voti ma ha respirato mantenendosi come primo partito di sinistra (85 seggi). Anche Ciudadanos ha perso anche 8 seggi, perché l’elettore di destra che a dicembre ha voluto castigare Rajoy votando questa proposta contro la corruzione, domenica scorsa ha invece preferito ‘il voto utile’.

 

Tutti i sondaggi davano una novantina di seggi a Unidos Podemos di fronte all’ottantina del PSOE e ai 124 – 129 per il Partido Popular. Ma Unidos Podemos ha perso l’appoggio anche nelle città dove già governa in coalizione con il PSOE con soddisfazione da parte dei cittadini di sinistra, come nel caso del comune di Madrid o la regione Valenziana, due ex feudi del Partido Popular più corrotto. Tra le possibili spiegazioni si trovano l’eccessivo presenzialismo di Pablo Iglesias e la sua arroganza, il cambiamento riguardo all’alleanza con i comunisti di Izquierda Unida, le discussioni interne, la scelta di una strategia di campagna dove mostrarsi come bravi e dolci ragazzi sempre con un sorriso bonario, la proclamazione di essere socialdemocratici, vale a dire una quantità di contraddizioni che il cittadino di sinistra non è tanto disposto ad accettare.

Cos’è successo? Se vogliamo capire forse vale la pena ritornare alla mostra. Le mie nipoti lavorano fuori Madrid ed erano venute da Parigi e da Barcellona per votare. Abbiamo discusso sulla preferenza dei giovani per Unidos Podemos, l’opzione che gli ha restituito la voglia di andare alle urne facendogli credere di nuovo alla politica e, soprattutto, facendogli pensare a un futuro diverso da questa Spagna d’oggi. Noi della generazione nata negli anni ’50 abbiamo già dimenticato questa voglia di futuro, la stessa che sentivamo quando ventenni facevamo la lotta antifranchista, senza tenere conto del rischio di finire in commissariato, delle bastonate e della tortura, anche della prigione.

Anche loro dovranno fare una lunga strada prima che i giovani politici ex indignados siano in grado di organizzare una vera alternativa, imparino ad essere meno contraddittori e si muovamo non portati dall’urgenza. E in questa strada dovranno imparare a non fidarsi troppo dei sondaggi, a tenere in conto che non si può giocare con certe parole vincolate alle ideologie, neanche per portare avanti una strategia di campagna.

 

La mia generazione ha saputo del silenzio e della paura, anche del progresso altrui. Ha saputo delle grandi ingiustizie, dei condannati a morte, dei fucilati, della repressione negli scioperi dei lavoratori, della censura, del leggere certi giornali tra le righe, del ritorno dall’estero con tanti libri probiti. E quella vita di ogni giorno era la realtà e ci portava ad aver speranza, specie chi aveva la fortuna di vivere in città e di studiare al di fuori dei circuiti della chiesa cattolica o della falange, chi aveva la fortuna di arrivare all’università malgrado le spie politiche in aula e i poliziotti nei corridoi.

I giovani d’oggi hanno il diritto di lottare per la loro speranza, perciò il voto delle nostre generazioni la scorsa domenica ha rovinato un po’questo decreto, lo ha ritardato di qualche anno. Ma loro sentono l’urgenza, hanno fretta, come sempre si ha in gioventù, e non vogliono sentire di farsi un’esperienza nell’oposizione. Sono arrabbiati e vogliono capire cos’è successo, perché tanti dei loro votanti sono rimasti a casa domenica scorsa. Perciò ieri sera hanno inviato un documento a tutti i circoli con delle proposte per la discussione.

Nel camminare tra i documenti della mostra, ricordavo la Spagna franchista e le mie nipoti mi dicevano: “Saltate sempre fuori con la storia”. Pensavo allora ai molti spagnoli che guardavano con ammirazione questi simboli del progresso dalla moderna architettura

o della fotografia, ricordavo che molto spesso si incontrava gente che sosteneva il franchismo, nei negozi, nei taxi, nei tram, mentre a casa si stava in silenzio. Un silenzio che da piccola mi aveva fatto pensare che anche noi formavamo parte di quella normalità. L’atmosfera della città era la tranquillità di un lungo dopoguerra, di un riassestarsi lentamente per riprendere fiato aggrappandosi a quelle piccole dimostrazioni del progreso. Ma questa tranquillità nascondeva la paura silenziosa, el miedo.

Domenica scorsa si è rinnovata in certo modo questa sorta di paura, è facile spolverare un’atmosfera vissuta di recente dalle nostre generazioni: da una parte, la destra, ripristinando il ricordo del progresso franchista, ha voluto sostenere un governo stabile e protettore dei benestanti, alla quale ha aderito come negli anni ’50 e ’60 una massa consistente proveniente da realtà più lontane dal benessere, una massa impaurita che è facile ingannare come è successo con la Brexit; dall’altra, la sinistra ha fatto delle scelte moderate sostenendo debolmente il PSOE che rischiava la scomparsa, ma anche evitando di votare i comunisti alleati di Podemos e infine, in tanti casi, non andando a votare.

Alejandro de la Sota: Esquivel, poblado de colonización, 1952.

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