Alfabeto Pasolini

Va’ dove ti porta il cane

lunedì

 

Una donna e un uomo visitano un appartamento con il loro agente immobiliare. È un bell’appartamento, ristrutturato di recente, ha le piastrelle di Vietri e un terrazzino, grande abbastanza per mangiarci in due. In più ha le dimensioni ideali per una coppia, «ma anche per una coppia con un cuccioletto…» suggerisce malizioso l’agente immobiliare in un “a parte” indirizzato a Lui. «Cuccioletto… intendeva un cane?», chiede Lei sottovoce. «Green Pass e biglietto, signora, per piacere», mi interrompe all’improvviso il controllore. Alzo gli occhi dal fumetto che sto leggendo e glieli mostro entrambi. Poi mi guardo attorno. La freccia verso Bologna, quella delle quattro e mezza, è semideserta. Anche la stazione di Firenze alla mia partenza era insolitamente desolata. Mi tornano alla mente certe immagini del lockdown. Oggi però non ci voglio pensare. Risprofondo nella lettura, voglio vedere cosa risponde Lele (che poi sarebbe Lui). «Credo si riferisse a un bambino…» bisbiglia a Miriam (che poi sarebbe Lei). A questo punto entro in gioco Io, il lettore. Nella pagina successiva s’impone infatti uno stampatello, quasi segnaletico: «La storia da qui in avanti si biforca. Sarai tu, lettore, a decidere quel che succede». Miriam e Lele indicano adesso due direzioni opposte. Più sotto un’altra frase: «Se l’agente immobiliare intendeva un cane, vai a pagina 7. Se si riferiva a un bambino, vai a pagina 9». 

 

 

Mentre si affollano nella mia testa pensieri disordinati (ma quanto è cretino l’agente immobiliare, più-figli-meno-cani l’ha detto anche Bergoglio, ma che belli i racconti ad albero, penso che andrò a pagina 9) mi ripeto che, se ho iniziato proprio oggi a leggere Tango, la graphic novel di Risuleo e Pronostico da poco uscita per Coconino/Fandango, è stato principalmente per due ragioni. La prima: voglio distrarmi da un pensiero ricorrente che in questi giorni vorrebbe pure trasformarsi in spettacolo. La seconda: so che si tratta di un gioco multi-scelta, ed è un formato che mi interessa molto e che presto userò di nuovo a teatro, voglio divertirmi a fare un po’ di esercizio. Di colpo mi coglie una strana spossatezza. 

Se avevi bisogno di distrarti, questa non è la storia giusta: prenditi una pausa e ricomincia da mercoledì. Se il tuo è un esercizio, oggi sei comunque troppo stanca, riparti da domani. 

 

martedì

 

Ho seguito la strada del bambino e poi quella del cane. La cosa bella con i libri ad albero è proprio questa: ogni strada ti sembra a un certo punto percorribile ma, «a differenza di quello che succede nella vita», se poi ti penti delle tue scelte puoi sempre ritornare indietro, «riavvolgere il nastro», come a più riprese mi invitano a fare i due autori del fumetto, e darti una seconda possibilità. Penso con una certa dose di malinconia che a teatro, ad esempio in uno spettacolo come il nostro OZ, al netto degli espedienti (salti temporali, flashback, piani simultanei, loop) le scene si susseguono pur sempre una dietro l’altra e quel che succede non torna più indietro. Alla fine le cose a teatro vanno come nella vita. I bambini, coi piccoli telecomandi, decidono se far partire i loro personaggi o se farli restare, se devono morire o vivere, parlare o stare zitti, ma ogni scelta è irrevocabile. Scegliere tra due cose, del resto, è sempre rinunciare a una delle due. 

 

Qui invece, da lettrice un po’ nevrotica quale sono, in pochi andirivieni io ho già: 

– fatto abortire una cagna incinta

– dato via i suoi quattro cuccioli

– fatto finire in sedia a rotelle Lui

– fatto finire in sedia a rotelle Lei

– fatto cadere un meteorite sulla loro casa col bambino dentro

– fatto incendiare la loro casa col bambino dentro

 

Mi prende un senso crescente di disagio. È forse il caso che mi fermi? È a questo, allora, che servono le storie ad albero? A far venire i sensi di colpa al lettore?

Se pensi che sia così, mi dico, torna indietro e rileggi quello che hai scritto fin qui. Se le cose non sono così semplici, passa al giorno successivo. 

 

mercoledì

 

Devo parlare con la direttrice del festival. Una volta che le avrò dato il titolo, sarà tardi per tirarmi indietro. 

Al telefono la mia voce suona sicura, mi sento dire: «il libro è Maternità di Sheila Heti, uscito per Sellerio. L’ha tradotto Martina Testa». 

Ecco. L’ho detto.

 

 

È davvero questo il libro da cui desidero partire?

È un libro che considero bello?

no

È un libro che considero importante?

Voglio parlare della mia storia?

no

Voglio parlare della storia di Sheila Heti?

no

È un libro che mi attrae?

È un libro che mi respinge?

 

Il libro è in gran parte scritto così: a domande complicate risposte lapidarie.

Ieri avevo appuntato queste poche righe sul mio quaderno: 

«In Maternità Sheila Heti, una scrittrice canadese più o meno della mia età, si chiede spudoratamente e in tutti i modi possibili cos’è che la trattiene dal mettere al mondo un figlio. Non è un monologo, ma una strana specie di dialogo, sospeso tra un ritmo oracolare e il gioco con il caso. Alle domande più difficili Sheila risponde col lancio di tre monete, ispirandosi alla tecnica dell’I Ching. Non è Sheila in realtà a rispondere, ma la sorte. La sorte risponde nel suo codice binario: tutto è sempre sì, oppure no. Sì e no è il timbro di un accanimento, di un’ostinazione, di una strana slabbratura della sua anima, o magari dell’altalena degli ormoni, qualcosa che conosco molto bene anche se ogni volta fatico a riconoscerla. 

Perché mai sono attratta da un libro che considero al contempo respingente?

Come posso sentire vicina una donna che parte dalla prospettiva opposta, una donna che decide di non volere figli? 

 

Ph Enrico Fedrigoli.


Questa notte non riesco a dormire. Ho una pila di libri sul comodino, ognuno collegato a un progetto, un compito, un pensiero. Se ne prendo uno è la fine. Accendo l’e-reader e cerco un titolo a caso tra i libri che ho acquistato a Natale, alcuni senza nemmeno sapere di cosa parlino. Li ho acquistati per varie ragioni: perché amo l’autore o l’autrice, perché mi piaceva il titolo, oppure perché attratta dalla traduzione, dal nome del curatore o della curatrice. Quello che scelgo adesso l’ho preso perché l’ha curato Anna Nadotti, mi piace seguire il suo lavoro. È di Rachel Cusk, la stessa di Transiti e di Resconto. Questo non è un romanzo, si chiama Il lavoro di una vita e in principio, non sapendone nulla, mi aspetto che parli di letteratura. Invece vedo che il sottotitolo è: “sul diventare madri”. D’accordo, mi dico rassegnata, si vede che non c’è scampo. Mentre leggo, completamente avvinta, penso che c’è un altro libro, che già mi aveva colpita, che forse dovrei andarmi a rivedere. Si chiama Biglietto blu, l’ha scritto Sophie Mackintosh e l’ha tradotto per Einaudi Norman Gobetti. Parla di una società distopica in cui tutte le donne, a un certo punto della loro vita fertile, sono sottoposte a una strana lotteria: se riceveranno un biglietto bianco avranno dei figli e si sposeranno, se riceveranno un biglietto blu saranno invece destinate a una vita sterile e solitaria, ma indipendente, e a una carriera di successo. Calla ha vinto il suo biglietto per la libertà, ma un bel giorno scopre di desiderare tutt’altro. Finalmente mi si chiudono gli occhi. Se trovo un po’ di tempo, domani andrò a rivedermi quel libro.

 

giovedì 

 

Elenco di frasi che una donna non dovrebbe mai sentirsi dire:

 

1. Se finora non sono venuti ci sarà un motivo.

2. La tua creatività è già occupata da altro, nella vita non si può avere tutto.

3. Alla tua età sei ancora lì che ci pensi?

4. Devi fare più spazio. 

5. Non si angusti, signora, ne arriveranno altri.

6. Se non fai nulla vuol dire che in fondo non lo vuoi così tanto.

7. Certe cose chi non fa figli non può capirle fino in fondo.

 

venerdì

 

Alla fine di tutte le strade, alla fine di tutti i bivi c’è una pagina molto divertente. Lele e Miriam, al termine della giornata, sono nel loro appartamento nuovo di zecca. Ce li immaginiamo sul divano. Sono di fronte alla madre di tutte le scelte: cosa guardiamo stasera? Il menù è piuttosto vario: Hitchcock, Antonioni, Woody Allen, perfino Nanni Moretti… TV o Netflix? Serie o film? Cosa lunga o cosa breve? Non saremo noi a decidere, questa volta, non saremo noi a giudicarli. «Un documentario?» «Mi prometti che non ti addormenti?» Il film inizia subito: è una storia di leoni e leonesse, prede e predatori, babbuini e giraffe. Una storia di maschi dominanti, spesso assenti, e di madri multiple e solidali, riunite in una specie di clan matriarcale. Le tavole, coloratissime, mi ipnotizzano. Lele e Miriam adesso commentano il film. Si identificano. Finché un leone, tornato al suo branco, uccide i cuccioli della leonessa con cui poi si accoppia ripetutamente. È la legge della natura. Intanto Lele si è addormentato…

 

Forse, mi chiedo, è sempre e solo una legge bestiale che governa le paure, le esitazioni, i desideri? 

Ripenso a un laboratorio che faccio coi bambini molto piccoli. Dico loro di avere trovato un animale ferito in un bosco e di averlo portato in teatro, nell’altra stanza, per curarlo e sfamarlo. Chiedo aiuto perché di me la bestia ha paura. «Mi aiutate a parlarle?» I bambini entrano da soli nella stanza e la creatura, una scimmia nera dentro cui mi sono nascosta, li apostrofa coi suoi versi cupi. I bambini urlano, terrorizzati, si schiacciano sulla parete opposta, ci metto un’ora a farli avvicinare, a far sì che si fidino, si affezionino. Alla fine me li ritrovo addosso, mi tastano ovunque e allora, a poco a poco, inizio a disfarmi, a perdere pezzi: fingo di distrarmi e di colpo mi cade una mano scimmiesca e da lì, improvvisamente, esce la mia mano umana. I bambini mi estraggono dalla pelle bestiale. Le cose che dicono in quei momenti sono folgoranti. «Allora è una femmina! Dev’essere la figlia del gorilla, perché è uscita dal suo corpo. Ma cos’è? Sei calda! Bruci come un termosifone! Guardate, ha un anello: sei sposata? Allora non eri la figlia, eri la madre! Sei la madre o la figlia? Io ho ancora paura, anche se sei umana. Ma non vedi che tra poco è come noi? Non vedi che la pelle le cade? Tra poco si spegne per diventare una donna. Ehi, tu? Possiamo baciarti? Ma quanto devi avere sudato con tutto quel pelo addosso? La cosa eri davvero tu? Eri tu?»

 

sabato

 

Oggi è un giorno terso, il cielo è di un azzurro cristallino. Vado sulla spiaggia con mia madre. Il mare è liscio come una tavola e il sole è così chiaro che le piccole barche a vela in lontananza sembrano incandescenti. Ci sono molte persone che camminano sul bagnasciuga. E molti cani. «Ma quanti cani ha la gente?», chiede mia madre mentre un bassotto le si infila tra le gambe inseguito da due esemplari di taglia un poco superiore. Mi viene in mente un documentario che guardavo con Luigi quando eravamo ragazzini, Mondo cane di Gualtiero Jacopetti. C’era una scena esilarante in cui, in una bizzarra sfilata, le modelle dirette da uno stilista molto chic facevano su e giù per la passerella trascinando al guinzaglio dei piccoli cani molto glam, per lo più barboncini, in tinta perfetta coi loro abiti. C’erano cani a pallini, cani a righe, cani azzurri, cani ocra e amaranto…

 

 

«Quali sono i tuoi primi ricordi?» mi chiede mia madre. «Intendi quando ero molto piccola? Non saprei…», e mi sforzo di recuperarne almeno uno dignitoso. Vorrei stupirla con un’immagine potente, come quando Nabokov in Parla, ricordo viaggia all’indietro col pensiero finché, tra lampi intermittenti, ha un’angosciante visione prenatale: la carrozzina vuota, nuova di zecca, che lo attende sotto il portico con aria compiaciuta e invadente, come fosse una bara. Mi vengono in mente solo un pugno di immagini sparse, tutte molto quotidiane: la nonna Venerina che mi sventaglia nelle notti torride di agosto per lenire i tormenti della varicella; una corsa folle contro un vetro appuntito da cui ero stata messa in guardia; il nonno Adelmo e io che la sera guardiamo Radici piangendo…

 

 

«Sai, sto leggendo un libro», cambio bruscamente discorso, «è un fumetto. È molto bello, si chiama Tango.» «Oddio, no, fermo, lui impazzisce quando vede dei cuccioli», grida una donna all’improvviso, irrompendo ansimante nel nostro discorso. Ha inseguito fino a qui il suo cane, che abbaia in modo poco amichevole contro un cucciolino che ci gira attorno molto spaesato già da un po’. «È vostro il bambino?» «Quale bambino?», chiedo io. «No», risponde mia madre. La donna si allontana in cerca del proprietario. «Tango, hai detto?», mia madre riprende, come se nulla fosse, la conversazione. «Allora è una storia di danze?» «È quello che credevo anch’io, ma in realtà parla di una… anzi no, hai ragione, è proprio una storia di danze» mi correggo subito, e penso che in fondo è questa la definizione migliore. «E parla anche di una coppia. Una donna e un uomo visitano un appartamento con il loro agente immobiliare… Vuoi che ti racconti la storia o prima vuoi sapere i miei ricordi?» Adesso se sceglie la prima, penso con un filo di inquietudine, la settimana si riavvolgerà come un nastro e ogni cosa ricomincerà da capo?

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Ph Enrico Fedrigoli.