Paolo Poli giullare irridente
“Immaginate di possedere un bel quadro e di non avere una parete nella quale attaccarlo. Questa è praticamente la situazione del teatro italiano di fronte a un fantasista come Paolo Poli”.
Ha ragione Tullio Kezich. Difficile dargli una collocazione. Il tuttofare Paolo Poli sentenzia: “Io sono l’impresario, il regista, il grande attore di me stesso”. Il teatro ufficiale, diretto da altri, alla fine lo avrebbe confinato nel ruolo di caratterista. Egli invece svaria, trova posto da “saltimbanco dell’anima” nel suo teatro e nel libro di Gianluca Meis, Un graffio elegante, graphe.it edizioni.
A dieci anni dalla scomparsa – ci ha lasciato il 25 marzo 2016 – Poli appare un giullare irridente che si serve della comicità e della parodia per mettere alla berlina la sonnecchiante e pudìca cultura italiana. Non Don Chisciotte contro i mulini a vento, ma cavaliere senza macchia e senza paura contro i monumenti naturalistici del teatro italiano, contro gli attori impomatati, dalla dizione retorica e petulante, che finirono nelle grinfie di Petrolini. Come “Gastone, artista cinematografico, fotogenico al cento per cento, numero di centro per "variété" "danseur" "diseur", frequentatore dei "Bal-tabarins".
Azzeccata da parte di Meis la citazione di Natalia Ginzburg:”Se dovessi descrivere Poli a qualcuno che non l’ha mai visto direi di lui … che quando canta alza nell’aria le sue lunghe braccia snodate e le mani fini e soavi, assomigliando a una bella ragazza, o a un cigno, o a un fiore dall’altissimo stelo; che suscita ilarità con la grazia, in un tempo in cui la comicità sembra poter nascere soltanto su note stridenti e odiose, da volti e gesti scomposti e ripugnanti.”
E Camilla Cederna: “… il più ameno e disinvolto è certo Paolo Poli. Oltre a far la parte del cameriere cinico in Beckett e del recluso omicida in Genet, è quello che eccelle nel “pastiche” culturale. È lui che resuscita i canti provenzali del 1100 e fa delirare addirittura in una specialità: le antiche filastrocche per bambini argutamente mimate”.
Viene subito alla mente la comicità odierna, quasi totalmente priva d’ironia, sarcasmo e satira pungente; una comicità che si concede allo spettatore televisivo proprio con quelle battute che la Ginzburg stigmatizza e definisce odiose.
Paolo Poli, con il suo lavoro sul corpo, sulla voce, sul linguaggio e con la sua presenza “en travesti” riesce ad abbattere gli idoli della scena borghese senza scadere in quello che lui stesso definisce “pecoreccio”.
Recita la citazione che apre il libro: “Io ho fatto fatica a tirare verso il sublime dal pecoreccio. Però non so quale fosse il sublime e quale il pecoreccio. Forse il pecoreccio si manifesta quando si recita male la Divina Commedia e il sublime si vede bene quando si dice bene La vispa Teresa.”
Siamo al rovesciamento grottesco, al Carnevale del senso comune e della morale borghese. E in questo senso Paolo Poli, stravolgendo il teatro naturalistico, come prima di lui il movimento grottesco e Pirandello, compie indirettamente un’operazione politica. Si Scaglia contro il solito triangolo: lui, lei e l’altro.
Ho intervistato Poli due volte a Cagliari, per la Rai, ed è stato sempre una sorpresa, anche fuori dalla scena. Alto, sottile, giacca e papillon multicolore, eleganza d’altri tempi, eccentrico e stravagante.
Lui parlava, raccontava ed era una favola sentirlo mentre trasformava la realtà dentro sostantivi ed aggettivi scoppiettanti. Un gioco di significanti e significati, di metafore ardite e oscene. Un repertorio d’ironia creativa. In scena poi era irresistibile, girandola di voci, comicità variopinta, passi di danza.
Lo ricordo nell’operetta Al cavallino bianco, proprio in Rai, nella parte irresistibile di Sigismondo “il più elegante e il più giocondo”. Come se fosse una copia di sé stesso. Paolo Poli è uno di quegli attori consapevoli che non tutte le battute si recitano, qualcuna si butta al vento ed innesca un inafferrabile effetto di straniamento. Un animale da palcoscenico che dispiega contemporaneamente la sua strategia e la sua spontaneità.
Tutto questo giganteggia nel saggio di Meis. Ripercorre la vita e la carriera del grande attore che nasce a Firenze il 23 maggio del 1929, figlio di un carabiniere e di una maestra. Si laurea in letteratura francese con una tesi sul teatro naturalista di Henry Becque. Fin da giovanissimo, la passione per le scene: recita in una compagnia vernacolare. Presta la voce a streghe e cavalieri d’un burattinaio. Nel “Teatro dell’alberello” interpreta Pirandello e Marivaux. Aldo Palazzeschi è tra gli spettatori. Nel 1959, a Genova, Poli entra nella “Borsa di Arlecchino”, una compagine autogestita, animata da Aldo Trionfo, nella quale comincia la sperimentazione, esibendosi anche come mimo.
Da qui parte la sua carriera di irregolare, caratterizzata da incontri come Sergio Tofano, maestro di teatro, brillante, con uno stile recitativo assai particolare, quasi un “a parte” rispetto agli altri attori. Tofano è artista che ridicolizza il teatro borghese. Così come farà Paolo Poli, graffiando con eleganza indifferentemente opere dell’Ottocento e del Novecento. Ma a Poli spetta una scelta ben più radicale, si ritaglia davvero uno spazio unico nella scena nazionale. Intervistato da Meis, racconta: “Nel Quattrocento io sarei stato un attore brillante, invece nel nostro secolo, quando mi sono affacciato alla soglia del teatro, morivano le compagnie capocomicali come quella che ancora io rappresento … sai, ogni vent’anni, ogni dieci anni c’è un giro di boa. Ecco, negli anni sessanta, quando io ho cominciato, ho preso su di me la produzione e tutto perché non mi avrebbero fatto fare altro che la parte del cuginetto imbecille che compare al secondo atto, perché io , anche se avevo l’aspetto di un attor giovane, ho sempre avuto un animo da caratterista”.
E qui spicca il carattere, l’intelligenza di Paolo Poli. Cosciente delle proprie qualità, intenzionato a percorrere una strada alternativa allo stanco teatro imperante, si fa capocomico e segue, con grande fiuto, la propria genialità recitativa, fatta di studio, di intuizioni, di invenzioni.
Ha detto Paolo Poli: “Io ho sempre fatto quel che volevo, non ho mai seguito i consigli, ho sempre sbagliato di testa mia. Nessun rimpianto, neanche rimorsi.”
Ma c’è un filone del teatro italiano in cui senza dubbio la sua recitazione trova radici: ho già parlato di Sergio Tofano, ma possiamo fare anche il nome di Ruggero Ruggeri, con la sua recitazione cantilenante che precede quella di Carmelo Bene. Che ne pensa Gianluca Meis?
“Parliamo di grandi personalità. Capocomico e maschera. Così Paolo Poli. Per me è stato innanzitutto una voce, un modo di recitare, un modo di evocare un’azione attraverso timbro e cambio del tono. Fantastico nel recitare le ricette di Artusi. Ha avuto ben chiaro di dover trovare uno spazio nel teatro. La capacità, con pochissimi elementi, di mutare atteggiamento e frasi. Colto e istrione. Certamente ha avuto presenti grandi attori irregolari come Ruggeri, Tofano, Carmelo Bene. Ma ne ha fatto tesoro nella sua unicità”.
Per Meis, le opere più riuscite di Poli sono Rita da Cascia, un pilastro irriverente, intervennero i poliziotti e fermarono lo spettacolo; e poi Femminilità, Caterina de’ Medici, Le canzoni del diavolo. Tutte opere al servizio di questo grande attore in grado di aprire le porte al mondo.”
Dice Rita da Cascia: “I borghesi non hanno nulla da perdere fuorché il denaro”. Eccolo Paolo Poli con “la capacità di creare meraviglia. Sapeva toccare argomenti bassissimi con leggerezza.”
Era amico di Pasolini e Anna Magnani, ha collaborato con Zeffirelli, ha recitato con Milena Vukotic e Franca Valeri, ma soprattutto ha lavorato su se stesso, sulla sua capacità di tenere insieme cultura e improvvisazione, intellettuale e giullare. Nei suoi spettacoli ha interpretato anche sette, otto personaggi, semplicemente – come Dario Fo – girando la testa a destra e a sinistra e cambiando formidabilmente voce.
Ha detto: “L’unica legge che non ho infranto è quella di gravità”.
Ma il suo è il regno della leggerezza, come sottolinea Gianluca Meis. Il suo è un libro raffinato, come il grande attore. Scrive Meis: “…sicurezza di interpretazione e di improvvisazione, bagaglio di un consumato mestiere, consente a Poli di muoversi con agilità e scioltezza da un genere teatrale all’altro … istrionico, brillante, capace di travestimenti in grado sempre di sorprendere e di lasciare disorientati”.
E disorientati lascia anche questo saggio, “un ponte verso l’intelligenza e l’ironia”, non esaustivo, afferma l’autore, ma certamente prezioso per gli amanti del teatro e della personalità, anzi della persona del grande Paolo Poli, un artista che “sapeva volare sulle cose del mondo”.