Bespaloff: la forza di Ettore e di Achille

3 Ottobre 2026

Non solo Odissea, anzi è l’Iliade che è più che mai attuale. Poema di guerra, il primo dell’Occidente, ritorna attuale in ogni tempo di guerra, come testimoniano i saggi durante la Seconda Guerra Mondiale, quando sul poema omerico si confrontarono, non sapendo l’una dell’altra, Simone Weil (1909-1943) e Rachel Bespaloff (1895-1949). Due intellettuali di origine ebraiche, le due ‘omeridi’. Scrissero in francese, durante l’esilio americano. Il saggio L’Iliade ou le poème de la force (ora in italiano a cura di Alessandro di Grazia, Asterios edizione) della Weil uscì nel 1943 sui «Cahiers du Sud», mentre più complicate sono le vicissitudini editoriali del saggio De l’Iliade di Rachel Bespaloff, uscito sempre nel 1943 in francese in un’edizione di lusso, assai curata, su papier corsican, in 25 copie (i venticinque lettori di Manzoni) con una prefazione del suo amico e mentore Jean Wahl, per i tipi di Brentano’s, un nome importante per la cultura americana: per decenni il Brentano’s Literary Emporium fu la principale libreria di New York, con numerose filiali negli USA, specializzata in letteratura francese, con un impegno particolare a sostenere gli autori e autrici in esilio dalla Francia di Vichy. La pregevole pubblicazione non ebbe fortuna, scomparve, mentre le successive edizioni, tra cui l’importante libera traduzione inglese a cura della scrittrice Mary McCarthy, arricchita da una prefazione di Hermann Broch (rilevante per comprendere Broch più che la Bespaloff), avvennero su un dattiloscritto, prezioso, ma che non rispecchiava il testo definitivo dell’autrice. Che non si tratti solo di mere varianti secondarie lo prova ora la nuova edizione a cura di una delle principali studiose di Rachel Bespaloff, Cristina Guarnieri, che ha dedicato all’intellettuale ebrea orientale importanti saggi e traduzioni, nonché un fortunato ciclo di interventi per la rubrica radiofonica «Uomini e Profeti», da cui ha tratto il recente saggio Rachel Bespaloff. Umanesimo contro la barbarie, per i tipi di Castelvecchi. La nuova edizione si giustifica per l’attenta ricostruzione del testo sempre a cura di Cristina Guarnieri e sempre per Castelvecchi. Nelle sue ricerche la curatrice ha scoperto il testo stampato del 1943, ora riproposto in originale con un’indispensabile introduzione, come pure con una elegante traduzione, corredata dalla prefazione storica di Jean Wahl. Il testo di Rachel ha una potente energia linguistica, segnata da quella intensità intellettuale, poetica e musicale che rispecchia tutta la complessità culturale della scrittrice. 

Rachel Bespaloff nasce da una famiglia di raffinati intellettuali ebrei ucraini, assimilati, di cultura cosmopolita: il padre è stato un affermato scienziato, medico e pubblicista, impegnato a favore del sionismo, come documenta una vasta attività saggistica in varie lingue, la madre una delle prime laureate in filosofia a Ginevra. Coppia inquieta, che presto si separa. Rachel ha un’educazione musicale ed euritmica presso l’Istituto Jacques-Dalcroze di Ginevra, che culmina con un insegnamento all’Opéra di Parigi. Tutto s’interrompe nel 1922 con il matrimonio con Shraga Nissim Bespaloff, un conoscente del padre. Rachel aveva iniziato studi filosofici, frequentando gli ambienti dell’esistenzialismo parigino, assidua del cenacolo intellettuale di Lev Šestov, anche lui ebreo ucraino emigrato a Parigi. Nel 1932 Rachel Bespaloff scrive un notevole saggio indirizzato in forma di lettera a Daniel Halévy su Essere e tempo, che introduce Heidegger nella cultura francese. Ma i tempi cominciano a diventare difficili e avviene una prima dolorosa, insuperata svolta nella sua vita con l’abbandono di Parigi, da lei considerata la sua casa, e il trasferimento in Provenza. Inizia il periodo tragico dell’Europa, con l’approssimarsi sempre più vicino e inevitabile dell’ascesa del nazismo, del riarmo tedesco, del crescente e violento antisemitismo, aizzato da una incessante propaganda d’odio e di brutalità. Scoppia la guerra, con l’invasione della Francia, comincia il dramma dell’esilio per Rachel –come per tanti altri intellettuali di origine ebraica: Simone Weil, Walter Benjamin, Hanna Arendt, Jean Wahl. Esuli contro voglia, nell’angoscia di lasciare un paese in cui si erano radicati, in cui riconoscevano la nuova patria. Benjamin si suicida traversando i Pirenei, mentre Rachel e gli altri, riescono a raggiunge gli Stati Uniti. Rachel prova una profonda gratitudine per la nazione americana insieme al sentimento di aver perso il senso della vita e dell’anima in questa società ospitale, ma estranea per lingua, per cultura, mentalità. Riesce a sopravvivere con difficoltà, con crescente dolore e malinconia. Nel maggio del 1948 saluta la fondazione dello Stato d’Israele, persuasa che «Israele deve guardarsi dal nazionalismo più di ogni altro popolo, perché ne ha sofferto più di ogni altro popolo». Intanto con l’iscrizione a Harvard di Miette, la figlia, per la quale, ancora in Francia, aveva studiato l’Iliade, ormai autonoma, cresce la disperazione della solitudine fino al suicidio del 1949. 

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Già alla sua pubblicazione De l’Iliade di Rachel Bespaloff si rivela un testo più che mai significativo, come registra anche Hannah Arendt, che lo considera il principale studio sul poema. L’Iliade si era confermato come il poema archetipale della guerra, della violenza, della spietatezza, come testimonia già l’incipit dell’intervento di Simone Weil: «Il vero eroe, il vero soggetto, il centro dell’Iliade è la forza. La forza usata dagli uomini, la forza che sottomette gli uomini, la forza davanti alla quale la carne degli uomini si ritrae». La prospettiva di Rachel, come aveva annotato Jean Wahl nella sua prefazione, è differente: «Rachel Bespaloff ci offre un’occasione per meditare sulle grandi figure dell’Iliade. In questi tempi di prove, è naturale che il pensiero dell’Occidente si volga verso le sue origini, la Grecia e la Giudea, e che si rifletta sulle loro opposizioni e sulle loro unioni. Il mondo di Omero è il mondo della forza». Wahl approfondisce questa intuizione, che sostiene il saggio coevo di Simone Weil, ma che nell’intervento della Bespaloff si precisa e distingue: «Ettore e Achille, Ettore la forza che preserva, la forza che sa di avere tanto da perdere, e Achille, la forza che distrugge e si distrugge». Così testimonia l’appassionato esordio del saggio: «Ettore ha tutto sofferto, e tutto perduto fuorché sé stesso […] Ettore è il custode delle felicità periture». Per Omero Ettore e Achille – a modo loro – sono entrambi belli: «Achille è bello, Ettore è bello perché la forza è bella». È la bellezza dell’annientamento, dello schiacciamento dell’uomo. Viene in mente la bellezza degli accusati, evocata nel Processo di Kafka. 

Tra i due eroi Achille – «semi-dio per la forza, semi-bestia per la violenza» – è quello più problematico. A lui Rachel dedica due splendidi capitoli, sorprendentemente delicati, commoventi, vertici di sentimento nella tempesta della distruzione e della morte. Nel primo appare Teti, la madre divina. L’amore materno commosso commuove, con momenti di straordinaria tenerezza che nello scompiglio della guerra richiamano per contrasto tutta la crudeltà dell’uccidere e del devastare: Teti «teneramente consola suo figlio, “si siede vicino a lui, gli accarezza la mano e gli parla chiamandolo con tutti i suoi nomi”. […] Solo accanto a lei Achille si distende, ridiventa umano per bisogno di protezione e di consolazione. Teti stessa non è mai la madre orgogliosa dell’eroe trionfante, ma sempre la madre torturata dal figlio agonizzante». E qui Rachel ha un’intuizione importante: Teti preannuncia la Mater dolorosa, l’Addolorata del cristianesimo. Ma Achille non ha nulla di Cristo o di Osiride; come riconosce Rachel resta «odioso e atroce». Eppure proprio la sua feroce crudeltà, – confermata dall’efferatezza con cui adorna il catafalco di Patroclo sgozzando dodici innocenti fanciulli troiani –, spiega l’ineguagliata delicatezza dell’incontro di Priamo – che per Rachel è la figura dominante del poema. L’infelice re lo supplica di concedergli il cadavere di Ettore. Qui Omero raggiunge uno dei vertici della letteratura di tutti i tempi:

Achille, va, rispetta gli dèi e, pensando al padre tuo, 
abbi pietà di me. Ancora più di lui ho diritto alla pietà,
ho osato, io, ciò che nessun altro mortale ha osato mai quaggiù:
ho portato alle labbra le mani dell’uomo che ha ucciso i miei figli.

E a quel bacio si placa l’ira funesta del Pelìde Achille, scema il furore tremendo dell’Uccisore, che per un attimo, per la tregua sacra dell’istante – centro e fulcro del pensiero di Rachel Bespaloff – non è più dio, né eroe, né bestia, ma uomo:

Prese la mano del vecchio e la scostò dolcemente:
entrambi ricordavano.

E quel ricordo è la ricomposizione dell’umano. E quel ricordo è bellezza che salva e redime, e in quel ricordo c’è tutto l’ineffabile segreto della poesia eterna di Omero. In un saggio edito postumo sulla figura di Andromaca in Omero e Racine, Rachel Bespaloff, che insegnava letteratura francese al college americano Mount Holyoke, giunge a intuire la grandezza psicologica e poetica di Omero. Nell’evocazione omerica di Andromaca e di Teti: «ci si chiede chi gli abbia confidato il segreto dell’essenza stessa della femminilità». È che Omero è il poeta dell’incomparabile tenerezza e della immane crudeltà, che si incarnano entrambe in Achille. Rachel Bespaloff aggiunge che «senza Achille, l’umanità avrebbe la pace. Senza Achille, l’umanità si addormenterebbe raggelata di noia, prima del raffreddamento del pianeta». Oggi forse parlerebbe del riscaldamento, ma non muta il senso del destino che avvolge e travolge l’umanità in questo interminabile tramonto dell’Occidente che ogni giorno si rafforza e si conferma con una pena senza tempo. I due poemi omerici sono la rivelazione della forza del destino, che abbatte troiani e greci in una medesima sofferenza e disgrazia senza fine. La parola è l’unica epifania che resta a testimonianza di tutte le guerre di Troia, che sempre tornano con i loro sabba di eroi e assassini, di madri, di vittime e di orfani cui solo il poeta conferisce la voce e il canto, che si eleva a testimonianza della possibile redenzione dell’umanità. Solo la parola poetica sa confidare il suo segreto, così conclude Rachel Bespaloff, il saggio su Andromaca: «Che cosa vogliamo dal poeta? Che ci liberi dal divenire, che ci consoli, che ci dia l’oblio? Potrebbe farlo? Lo accetteremmo? Il peso della sofferenza perduta è troppo grave. Noi andiamo dal poeta per vederlo all’opera e condividere la sua fede». Fede di un attimo, fede in un istante, quello in cui per Rachel Bespaloff si rivela tutta l’eternità: L’eternità dell’istante, come suona il titolo decisivo del primo volume delle sue opere a cura di Cristina Guarnieri per Castelvecchi, cui a breve seguirà il terzo volume sulle lettere, in gran parte inedite.      

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