Un mare di oggetti 7. La cabina da spiaggia

19 Agosto 2023

Quando, nella calura estiva, si mette piede in una cabina da spiaggia per indossare l'agognato costume, non sempre si ha la consapevolezza di entrare in un’architettura in miniatura, seppure effimera, o, almeno, non tutti ce l'hanno. Eppure è così. Quel che però vale universalmente è la percezione del suo ambiente interno come di uno spazio privato, quasi domestico, che invita all’intimità e ispira fiducia. Le cabine sono, insomma, per chi le fruisce, se pure con la loro vocata transitorietà, un vero e proprio rifugio che reca in sé la memoria delle abitazioni temporanee archetipiche, della tenda e della capanna. Esse sono, insomma, “piccole case come senza luogo perché il luogo è interno.” (Aldo Rossi, 1981).

Ed è proprio nella sua qualità di micro architettura che la cabina da spiaggia è stata interpretata da maestri quali Luigi Cosenza, Aldo Rossi e Ugo La Pietra.

Era il 1936 e alla VI Triennale l’ingegnere e architetto napoletano Luigi Cosenza presentava la Cabina da spiaggia, costruendone un prototipo nel parco. Si rivelò un piccolo capolavoro che riassumeva in sé molti dei princìpi del Movimento Moderno: una parete curva, alla Mies van der Rhoe di Villa Tugendhat; con un impiego sapiente del legno, mentore Alvar Aalto; sorretta da pilotis e con il tetto a terrazza secondo il dettato di Le Corbusier; protetto da una balaustra metallica, degna del leggendario Laboratorio dei Metalli del Bauhaus. Essa costituiva una sintesi, insomma, dei principi architettonici sui quali Cosenza aveva meditato nei decenni precedenti e che svilupperà in tutti i suoi futuri progetti, soprattutto nel suo capolavoro, la Fabbrica Olivetti a Pozzuoli. 

Si trattava di una cabina in legno, completamente smontabile, le cui pareti erano congiunte con incastri, mentre la parete curva, che recingeva lo spogliatoio, era generata da sottili bacchette di legno intrecciate con corda. Ad invitare Cosenza a misurarsi con la piccola scala dell'architettura era stato lo stesso Giuseppe Pagano, membro del Direttorio della VI Triennale, che dalle pagine della sua Casabella lo aveva anche definito un progettista "capace di trasformare un'opera di ingegneria in un'opera d'arte".

E ha avuto ragione. 

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Luigi Cosenza, Cabina da spiaggia, Milano, Parco Sempione, 1936. A destra, a Napoli, il suo collaudo sulla spiaggia di Mergellina.

Tuttavia la cabina entrata nel mito, perché diventata un’icona del design, è sicuramente quella in versione armadio disegnata da Aldo Rossi nel 1980, che ha voluto chiamarla Cabina dell’Elba, in ricordo delle sue estati giovanili trascorse su quell’isola. 

“Le cabine, come casette estive” ha scritto l’architetto milanese “ricorrono nei miei disegni perché ci ho sempre trovato dentro una specie di riassunto o riduzione dell’architettura. Mi piace l’idea che diventino un paesaggio interiore.”

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Aldo Rossi, la Cabina dell’Elba, 1980. Disegni e una sua realizzazione tridimensionale.

Anche Ugo La Pietra, nel 1985, si è cimentato nel progetto di una cabina articolata, come e ancor più di quella di Cosenza. L’ha chiamata Cabina galleggiante, perché fungeva al contempo da cabina e da natante, e aveva un tetto a terrazza dove prendere il sole e dal quale ci si poteva anche tuffare, una volta preso il largo. Questo progetto era nato all’interno di una serie di mostre e di seminari sul tema della Cultura balneare, per cui La Pietra aveva anche fondato a Cattolica l’Osservatorio di Cultura Balneare, in anticipo come sempre sui tempi, “per studiare e approfondire questa particolare cultura marginale e proporre per la prima volta un design territoriale”, come si legge sul suo sito. 

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Ugo La Pietra (con G.B. Luraschi), disegni per la Cabina galleggiante, 1985.

Del 1988 è poi il suo Monumento alla balnearità, una fontana realizzata a Cattolica, dove torreggia una cabina da spiaggia in scala al vero.

Ma la cabina da spiaggia era già stata al centro degli interessi di Giorgio De Chirico, nel fortunato tema dei Bagni Misteriosi, sul quale il padre della Metafisica ha prodotto una serie di quadri e di litografie fin dal 1934. Questo suo interesse è poi culminato nella grande opera ambientale, realizzata nel 1973 nei giardini di Parco Sempione, a Milano, in occasione della XV Triennale. Si tratta di una fontana con una grande vasca, nella quale sono immersi un pesce e due nuotatori (i cui originali sono oggi conservati al Museo del Novecento, mentre nel parco ne è stata realizzata una copia), sulla superficie dell’acqua nuota un cigno e vi galleggia una palla, mentre un trampolino e una cabina vi emergono, erte su palafitte.

Ho sempre pensato che se Giorgio De Chirico fosse stato un architetto avrebbe usato forme classiche composte con una paratassi postmoderna; viceversa, credo che il Postmoderno nostrano (non quello d’oltreoceano) debba molto alla Metafisica. E queste due fontane con cabina, di De Chirico e di La Pietra ne svelano l’evidente familiarità (quantomeno formale). 

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Giorgio De Chirico, Milano, 1973, Bagni Misteriosi, fontana. Ugo La Pietra, Cattolica, 1988, Monumento alla balnearità, fontana.

C’è un film del 1977, diretto da Sergio Citti, ambientato in una grande cabina da spiaggia, una cabina collettiva. Si intitola Casotto ed è un capolavoro interpretato da un cast stellare. Con questo suo film, Citti sembra aver voluto esaudire una curiosità che più o meno tutti abbiamo o abbiamo avuto, quando, da annoiati bagnanti, senza nulla da fare in spiaggia, ci siamo posti interrogativi esistenziali, del tipo: “cosa fanno le persone quando entrano in cabina?” Ed ecco allora, il regista romano, nella scia della commedia all’italiana, raccontarci tante storie che, con il suo tocco pasoliniano e il suo sguardo dissacrante, mettono a nudo (anche in senso letterale) vizi e paranoie di una umanità ingenua e al contempo furbastra, avida, sofferente e meschina che si nutre di cibo in abbondanza e di luoghi comuni. 

Nel Casotto, insomma viene rappresentato un vero e proprio casotto, con un dichiarato slittamento di significato da quello italiano di casamento a quello gergale di grande confusione. Nel film la risata è garantita, ma quanto è amaro il sapore che lascia in bocca per quella umanità italiana che, seppur ormai estinta, non è certo stata sostituita da una migliore.

E poi, chi non se li ricorda i famosi buchi che c’erano nelle cabine quando queste erano di legno? 

Oblò spalancati su mondi proibiti, scuola di sesso per i baby boomer quand’erano adolescenti.

Ma nella cabina 16 del Bagno Aurora il buco non c’è piùcantavano gli Squallor nel 1985, dando voce a un testo surreale, firmato da Daniele Paco con Giancarlo Bigazzi e Totò Savio, tra i più interessanti parolieri della musica leggera italiana.

E allora: “Ci rivedremo al Bagno Aurora.”

Cosa leggere per saperne di più

Aldo Rossi, Autobiografia scientifica, (1981); Raffaele Di Vaio, Cabina da spiaggia, Luigi Cosenza alla VI Triennale, 1936, (2018); Ugo La Pietra, Argomenti per un dizionario del design, (2019).

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