Vittorio Sereni, inedito e ritrovato
Una cartellina blu ritrovata in un archivio ci restituisce l'immagine nitida di Vittorio Sereni appena arrivato a Milano. Il futuro poeta degli Strumenti umani e direttore letterario della Mondadori ha poco più di vent'anni quando, il 5 febbraio 1934, dedica all'amico Piero Gazzola una raccolta dattiloscritta di diciotto poesie, disposte in ordine cronologico, che rappresenta il primo tentativo di mettere in bella copia la propria produzione giovanile, dagli anni del liceo (che Sereni aveva frequentato a Brescia) all'impatto con la grande città e con l'ambiente universitario.
Proprio alla Facoltà di Lettere avviene l'incontro con Piero Gazzola, maggiore di cinque anni e già laureato in Architettura. Gazzola (1908-1979), figura ben nota nel campo del restauro e della tutela dei monumenti, nel dopoguerra sarà a lungo Soprintendente a Verona, dove si distinguerà nella ricostruzione dei ponti storici della città, distrutti dai tedeschi in ritirata, e seguirà, per l'Unesco, importanti progetti internazionali come il recupero del tempio di Abu Simbel, in Egitto. Ma il suo archivio, tuttora conservato nella casa di San Ciriaco, in Valpolicella, testimonia anche una viva passione per le lettere, che lo porta, nel 1934 a conseguire la seconda laurea: è da qui, infatti, che proviene il dattiloscritto di Sereni, testimonianza di un'amicizia non continuata, per quanto possiamo sapere, dopo gli anni giovanili ma evidentemente intensa, come suggerisce la dedica «A Piero con affetto di figlio. Vittorio» che campeggia nella prima pagina.
Le poesie della piccola raccolta, quasi tutte inedite, provengono per la maggior parte dai “quaderni verdi”, una sorta di diario poetico che Sereni tenne negli anni bresciani e regalò a Lilia, la ragazza che era allora la sua Musa. I primi sedici titoli (Ad una chiesa illuminata, La lampada, Fantasie di neve, Una nella folla, Locomotive, Bizzarria, Maggio ritorna, Contrizione, Cantico dei diciott'anni, Un anno dopo, Istanti di fine settembre, Sogno di una notte di febbraio, Sonetto a Madonna Primavera, Aprile, Fine agosto, Cantilena di dicembre) suggeriscono atmosfere crepuscolari, ma insieme anticipano una delle caratteristiche fondamentali del poeta maturo: l'attenzione alle date e alle stagioni, la sensibilità verso i passaggi più minuti della vita. E Un anno dopo fa già pensare, per il titolo, ad Anni dopo, negli Strumenti umani, poesia che lo stesso Sereni diceva legata al ricordo di Brescia.
Chi ha avuto modo di leggere i “quaderni verdi” – dalle prime notizie divulgate da Lento Goffi, poeta e amico bresciano, subito dopo la morte di Sereni (1983), agli studi di Andrea Comboni, di Barbara Colli e più recentemente di Michela Davo – ne ha notato la dipendenza dalle letture scolastiche, evidente già nell'utilizzo delle forme metriche della tradizione. Sono versi che, come rilevava lo stesso autore in uno dei rari accenni ai suoi anni di apprendistato, dimostrano una cultura poetica lontana dall'attualità, aggiornata tutt'al più a D'Annunzio (che allora viveva al Vittoriale, sulla sponda bresciana del Garda) e a Gozzano, al quale Sereni avrebbe dedicato, nel 1936, la tesi di laurea.
Il dattiloscritto donato a Piero Gazzola sceglie alcune delle poesie dei “quaderni verdi”, a volte modificandone i testi e i titoli, e le riutilizza per dar vita a un “romanzo” stagionale che si conclude con la Cantilena di dicembre, un componimento in versi liberi («e qui / la rima cede / e non sono / più versi / ma solo / parole mormorate / a te») che dialoga ormai retrospettivamente con la figura di Lilia, come sottolineano la nuova datazione, «Dicembre 1933», e il luogo indicato, Milano.
Gli ultimi due testi segnano una netta svolta rispetto ai “quaderni verdi”: alla Cantilena di dicembre segue infatti, con la dedica «A Giovanni Maria Bertin» (un altro compagno di università, allievo come Sereni di Antonio Banfi e poi docente di Pedagogia a Bologna) e la data «Milano 31 gennaio 1934», un testo dal titolo emblematico, Poesia della grande città, probabilmente il più interessante della raccolta. Si tratta di una poesia finora non nota, al contrario dell'ultima, La sosta, che figura come prima nel fascicolo delle Poesie giovanili (che inizia, quindi, proprio dove finisce quello dell'archivio Gazzola) pubblicato da Dante Isella in appendice alla sua edizione delle Poesie nei Meridiani Mondadori.
Val la pena di trascrivere per intero – grazie alla gentile concessione di Giovanna Sereni, figlia del poeta, e di Gianandrea e Maria Pia Gazzola, figli dell'architetto – questo primo affresco milanese di un poeta che alla metropoli lombarda dedicherà tante pagine.

Poesia della grande città
Par che uno scroscio di piova
si ripercuota sull'asfalto;
ci destiamo di soprassalto
mentre non albeggia ancora.
È notte fonda e passano i soldati
insonnoliti, in ischiera concorde...
sorgon dall'ombra, come dal passato
disseppelliti i nostri ricordi;
Ma, reduci da un lungo errore
non sbrigliamo la fantasia,
paghi della bellezza nuova
che ci sorride per via:
Noi, le cose; sonorità del sole
che i velivoli annunziano al mattino;
trilli di telegrafi all'aurora,
fra brividi d'acciaio si cammina.
Le stazioni fra un velo di pioggia
ci danno il ricordo dei laghi:
ma fedeli a questa vita nuova,
migrare non meglio ci appaga;
Percorriamo noi pure l'asfalto
di giorno, come i soldati
che ci destano di soprassalto,
con sicuro passo cadenzato:
È nei giorni di pioggia e di vento
che proviamo il nostro vigore;
l'ombra sull'asfaltato pavimento
ha per noi un potere incantatore.
Ci appresero questa religione
le folle dell'ottobre e dell'aprile,
le bandiere che il vento su i pennoni
allaccia in accordo inverosimile.
Rincasiamo fra siepi di fiamme
elettriche ad ora tarda;
e tratto tratto ci accompagna
del faro il rapido sguardo.
Distruggemmo i limiti del sogno
e lo riconducemmo entro la vita;
il canto della fede redimita
intessono melòdi di sassofoni.
I gigli sulle cantonate
non più ci danno il capogiro,
quand'è vicina l'estate;
ci sospinge uno splendido delirio.
Benedice al nostro Ritorno
nell'ingorghi sonori dell'aria,
la sirena di mezzogiorno
in voce di leggenda millenaria.
Le atmosfere crepuscolari dei “quaderni verdi” sembrano già dissolte in questa poesia che, con la scelta di parole come «asfalto», «velivoli», «telegrafi», «acciaio», «stazioni», «elettriche», «sassofoni», affronta a viso aperto il paesaggio anche sonoro della città moderna (la «sirena di mezzogiorno», nel finale, è quasi un annuncio del poemetto Una visita in fabbrica, negli Strumenti umani). Si è tentati di cercare la traccia delle prime letture di Montale, che Sereni datava all'estate 1933, raccontando di aver trovato in una rivista e «subito imparata a memoria» Sotto la pioggia, poi nelle Occasioni: anche Poesia della grande città si apre con «uno scroscio di piova» (in Montale troviamo «i lucidi strosci»).
Appaiono qui alcuni temi del Sereni che conosciamo: la presenza dei soldati (si pensi a Soldati a Urbino, nella prima raccolta Frontiera, pubblicata nel 1941, e poi al libro nato dall'esperienza della guerra e della prigionia, Diario d'Algeria); il confronto con gli oggetti («Noi, le cose»); il «ricordo dei laghi», che lungo tutta l'opera del poeta nato a Luino, sul Lago Maggiore, tornerà spesso a insinuarsi nella «bellezza nuova», nella «vita nuova» della grande città. E sentiamo insieme lo spaesamento («reduci da un lungo errore») e la volontà di affermazione del giovane da poco arrivato a Milano e di tutta una generazione cruciale alla quale sente di appartenere: quella «giovinezza che non trova scampo» (per dirla con un celebre verso di Compleanno, in Frontiera) sospesa tra la pervasività delle istituzioni fasciste – proprio nel 1934 si svolge la prima edizione dei Littoriali della Cultura e dell'Arte – e lo spazio franco dell'Università, crogiolo di ben diverse scelte.
L'archivio Gazzola offre altre, interessanti testimonianze di questo ambiente studentesco, nel quale la poesia aveva una circolazione speciale, nel segno dell'amicizia. Anche Daria Menicanti, che pubblicherà libri di poesie soltanto nel dopoguerra (sarà proprio Sereni ad accoglierla nello «Specchio» Mondadori), manda i suoi primi versi a Piero Gazzola, che in una lettera del 19 marzo 1935 chiama «caro padre», riprendendo evidentemente un uso scherzoso nato sui banchi dell'Università e condiviso con l'amico Vittorio. Nella stessa lettera si fa riferimento a ulteriori poesie di Sereni, successive a quelle descritte sopra, inviate in lettura a Piero: l'archivio in effetti conserva un gruppo di altri dieci testi, quasi tutti presenti nelle Poesie giovanili pubblicate da Isella.
Resta misteriosa, come tanti avvenimenti di ogni giovinezza, l'origine dell'amicizia tra i “figli” Vittorio e Daria e il “padre” Piero. Un indizio viene ancora dall'archivio, dove è conservata una copia dell'edizione Sansoni delle Liriche di Rilke con la dedica del traduttore, Vincenzo Errante, in ricordo del corso universitario frequentato da Gazzola nel 1933-1934. Le lezioni di Errante (origine in questo caso di un'amicizia duratura, perché sarà proprio Gazzola a realizzare a Torbole, nel lembo trentino del Garda, la tomba del germanista, scomparso nel 1951) attraevano molti studenti che scoprivano allora il mondo lirico di Rilke, come Antonia Pozzi, anche lei amica di Sereni e anche lei autrice di quaderni di poesie pubblicati, dopo la sua morte precoce, col titolo Parole. Un altro denominatore comune potevano essere i corsi di Estetica di Antonio Banfi, il docente che seguì, oltre alla tesi di Vittorio, quelle di Daria su Keats (e quella di Antonia su Flaubert); ma Piero, da architetto, preferì una tesi in storia dell'arte. Di sicuro, fu nel giro dell'Università di Milano che il giovane Sereni ebbe l'opportunità di incontrare interlocutori alla sua altezza, e tra questi un amico capace di accogliere (e conservare, a futura memoria) le prime prove della sua poesia.
In copertina, Portrait of Italian writer and poet Vittorio Sereni. Milan, 1975 - Wikimedia Commons.