Vittorio Sereni dalla parte sbagliata
Da alcuni anni Il Saggiatore, nella collana “La cultura”, va meritoriamente riproponendo opere di Vittorio Sereni (1913-1983). Dopo le raccolte poetiche Stella variabile e Gli strumenti umani, dopo le traduzioni in versi di Il musicante di Saint-Merry, è la volta di Senza l’onore delle armi, che raccoglie cinque testi in prosa ispirati all’esperienza vissuta da Sereni negli anni della seconda guerra mondiale. Alla nota filologico-bibliografica di Dante Isella, che accompagnava la raccolta già nella prima edizione Scheiwiller del 1986 – postuma, ma delineata secondo la volontà dell’autore – si aggiunge qui una illuminante prefazione critica di Luca Lenzini, che su Sereni ha scritto pagine importanti raccolte nel volume Verso la trasparenza (Quodlibet 2019).
Senza l’onore delle armi è un libro importante per accostarsi, anche per la prima volta, a Sereni, per diverse ragioni.
La prima è che, nel percorso di scrittura di uno dei più grandi poeti del ‘900 italiano, la produzione in prosa non è per nulla secondaria. Non lo è quantitativamente né qualitativamente. Al netto degli scritti giornalistici e critici, raccolti in Letture preliminari (Liviana, 1973) e Sentieri di gloria (Mondadori 1996) e dei fitti epistolari che Sereni tenne con poeti e scrittori amici, il volume che ospita i suoi scritti in senso lato “creativi”, cioè i particolari “diari pubblici” Gli immediati dintorni e piccoli capolavori narrativi quali L’opzione e Il sabato tedesco, ci presenta oltre 300 pagine di prosa (il libro è La tentazione della prosa, Mondadori 1998, esemplarmente curato da Giulia Raboni, che reca un ricco apparato critico e moltissimi documenti, tra cui interessanti estratti dell’epistolario sereniano).
Non lo è, inoltre, per il ruolo ricoperto dalla prosa rispetto alla complessiva fisionomia dell’autore. Quella che Sereni definì con understatement «la tentazione della prosa», ipotizzando che potesse trattarsi di una «scappatoia» per i momenti di stasi lirica («Un poeta invidierà sempre a un narratore […] quella specie di sortilegio evocativo con cui l’altro dà corpo […] a figure, situazioni, vicende, ben oltre […] la formulazione lirica immediata»: Il silenzio creativo, p. 69) costituisce invece un aspetto essenziale. Aspetto che l’amico Saba, diretto come sempre, coglieva e apprezzava: «Non si possono sempre scrivere poesie. Tu hai la possibilità di esprimerti pure in prosa e – cosa perfino incredibile – hai anche qualcosa da dire» (lettera del 1° marzo 1948, in La tentazione, cit. p. 390).
Nella prefazione al citato volume mondadoriano del 1998, Giovanni Raboni dopo avere distinto i diversi filoni della prosa sereniana – diaristico-critica, narrativa vera e propria, memorialistica – osserva che prosa e poesia costituiscono in questo autore un continuum, «un sistema complicato […] e tuttavia sostanzialmente unitario». Questo vale soprattutto a partire dagli anni della guerra e del dopoguerra. Dopo avere attraversato, come molti, l’atmosfera dell’”ermetismo” e della “poesia pura” (fase testimoniata da Frontiera, 1941), da Diario d’Algeria (1947) in avanti Sereni arricchisce sempre più la sua poesia – negli Strumenti umani, 1965 e ancor più in Stella variabile, 1981 – delle dimensioni della descrizione, del ragionamento, del racconto, ossia la deliricizza. Contestualmente certe prose, come Il sabato tedesco, ma anche Ventisei (presente in questo libro), si “liricizzano”: nelle articolazioni del periodo e nelle cadenze dello stile, in uno sguardo sulla realtà che è spesso “in fuga”, che sovrappone i piani temporali in virtù delle irruzioni della memoria del passato e di visioni del futuro. Aggiungiamo, infine, che sia le poesie sia le prose del Sereni postbellico incorporano sovente una dimensione “metapoetica” (così Lenzini nella sua prefazione, p. 11), ovvero una riflessione sul significato della scrittura, sui suoi rapporti di dare e avere con la vita, ma anche un confronto a distanza con i versi già scritti, che le prose talvolta riprendono contestualizzandoli e spiegandone la genesi o usandoli come suggello del racconto di un’esperienza, secondo una dinamica che per certi aspetti rammenta i prosimetri medievali, le vidas e le razos provenzali, ma forse soprattutto la dantesca Vita Nuova.
Il momento di svolta del percorso biografico e creativo di Sereni evidenziato dalla cronologia è quello che si deposita nei cinque testi di Senza l’onore delle armi: il racconto breve La cattura (1951), le prose di memoria L’anno quarantatre (1963) e L’anno quarantacinque (1965), il racconto Ventisei (1970) e, in appendice, l’articolo, destinato a una rivista di storia, Le sabbie dell’Algeria (1972).
È un corpus composito nel quale Sereni, a distanza di anni, ha voluto raccogliere una parte dei suoi scritti (non tutti) su quel «segmento fondamentale della sua biografia che è stato la cattura da parte degli Alleati in Sicilia nel luglio 1943 e la successiva cattività in Algeria» (Mengaldo).
Ufficiale di complemento in un reparto in attesa – vana, a seguito delle avanzate alleate – di partire per la Tunisia, dopo un periplo che lo vede nei Balcani e in Grecia, Sereni e i suoi uomini vengono comandati alla difesa della Sicilia. Catturato dagli Americani presso Trapani il 24 luglio del 1943, Sereni trascorre gli ultimi due anni di guerra e il periodo della Resistenza in una prigionia quasi mai drammatica, ma piuttosto malinconica e frustrante, in Algeria e poi in Marocco, riuscendo a ritornare a casa solo nell’estate del 1945, a guerra ormai terminata.
L’”onore delle armi” mancò dunque al soldato Sereni, tanto che la sua esperienza ’43-‘45, come ricorda Lenzini, è all’insegna della «privazione, del mancamento» (p. 11).

Sulle prime, all’atto della sconfitta e della cattura il «mancamento» fu quello della dimensione collettiva che avrebbe dovuto sostenere i militari italiani in guerra, benché, come Sereni avvertiva, combattessero dalla parte sbagliata:
«In quanto a noi […] avremmo altro da ricordare [nei giorni della resa in Sicilia]: dallo squagliamento delle autorità allo sventolio delle bandiere bianche levate alle nostre spalle per iniziativa della popolazione ormai incontrollabile e decisamente a noi avversa […], al disfacimento spontaneo e infrenabile di interi reparti e batterie contraeree; e su tutto la sensazione invincibile di stare in un paese due volte nemico, presi in una enorme trappola rispetto al quale lo stato di prigionia rappresentava l’unico scampo possibile» (Le sabbie dell’Algeria, p.97). E di nuovo Saba, provocatoriamente, gli scriveva: «Ti dispiace, eh, di non averla combattuta e … vinta? E, in fondo, non avresti nemmeno torto: peggio di così, – ebrei esclusi – non poteva andare». (Lettera del 25 febbraio 1949, in La tentazione, cit., p. 473).
Ma privazione fu anche quella di essere stato sottratto, dalla prigionia, «alla storia in atto» (ancora Lenzini, p. 13) che proseguiva dopo l’8 settembre: la lotta di liberazione e il passaggio del paese alla democrazia. Ciò che per altri, anche scrittori, fu una stagione esaltante, fu per il prigioniero apatia e «demoralizzazione»:
«Altri nomi filtravano [nel campo di prigionia] un po’ per volta, sigle di enti misteriosi per noi, CVL, CLN, Divisioni Garibaldi, CLNAI e infine per me […] la luce di qualche nome noto o caro o familiare […]: Antonio Banfi, Elio Vittorini […] Sembrerà incredibile, ma la vera demoralizzazione giungeva con quei nomi emergenti dagli squarci della nostra ignoranza di prima; e quanto più noti, o cari e familiari, l’udirli accostati ad altri, per niente noti o a quelle sigle uscite da una realtà non condivisa e non vissuta da noi, tanto più ci escludeva da quell’ora, ci confinava in un angolo morto della storia» (L’anno quarantacinque, p. 67).
È stato un punto cruciale, questo della guerra mancata e della prigionia, che si è riverberato in modo definitivo sulla poesia di Sereni ben oltre la raccolta cronologicamente prossima alle vicende (Diario d’Algeria), attraverso le ricorrenti situazioni di una vita vissuta «come transito e prigionia» (Mengaldo), come estraneità duratura («Non lo amo il mio tempo, non lo amo», “Nel sonno” in Gli strumenti umani), nelle figurazioni altrettanto ricorrenti nei suoi versi del ritardo e dell’appuntamento mancato. Sull’importanza di questo “nodo”, lo stesso Sereni scrive in un testo del 1969 non compreso in Senza l’onore delle armi:
«mi ci sono accanito per anni […] quasi che si trattasse di un enigma di cui non venivo a capo, che la memoria riproponeva di continuo e che ammetteva soluzioni disparate e molteplici […] quasi si trattasse di un nodo dentro di me, sciolto il quale soltanto avrei potuto avere occhi per altro, orecchi per altro» (cit. da Lenzini, p. 9)
Un “nodo” che Sereni ha affrontato una volta di più nell’ultimo e conclusivo testo di Senza l’onore delle armi, ossia Ventisei.
Scritto in prima persona, il racconto mostra l’autore, accompagnato dalla moglie Luisa e dalla figlia Giovanna, ritornare in Sicilia per rivedere i luoghi della sua cattura. Il viaggio inizia sul filo della memoria privata, in cerca – dice – di una “ipotesi” («Ma che cosa vuoi, dice col suo silenzio la Luisa […]? Che cosa cerchi? Le rispondo col mio silenzio che sto seguendo un’ipotesi». L’ipotesi è quella che le cose sarebbero potute andare in un altro modo: che tra i soldati si fosse stabilita una vera coesione, che gli uomini avrebbero potuto aprirsi una strada verso lo Stretto e incontrare «uno dei futuri possibili», rientrando in qualche modo nella storia.
Ma il viaggio diventa anche – a mano a mano che i viaggiatori procedono ritrovando in effetti quasi immutati i luoghi e i paesaggi – un percorso attraverso una diversa forma di memoria: quella delle parole scritte: da Sereni stesso e da altri; il racconto è perciò costellato di inserzioni testuali («Non ero dunque un rivisitante e basta, non uno che ci era stato e tornava, ma uno che per di più ne aveva scritto e sapeva fin troppo bene di averne scritto» (p. 89). Ad un certo punto, tra i tanti lacerti testuali che riaffiorano, uno si impone: i versi di Kavafis che, in epigrafe, prestano anche il titolo al racconto: «il tuo fantasma / ventisei anni ha valicato e giunge / ora per rimanere in questi versi». La coincidenza significativa – dai fatti del passato al momento del viaggio sono trascorsi appunto ventisei anni – sembra, dice Sereni, «chiudere la partita a mio nome» (p. 90).
Ma è una conclusione provvisoria. Un attimo dopo essersi apparentemente rappacificato con ciò che è stato, torna la voglia di ricominciare da capo: non a rivivere i fatti, o a «rimanere», bensì a scriverne, come se il solo modo di fare davvero i conti con il passato sia – con una dialettica peculiarmente sereniana – volgere lo sguardo nella direzione opposta, quella del futuro possibile:
«Sale da qualche parte un’ansietà a somiglianza di quella che mi spingeva lungo l’obliterato sistema difensivo di ventisei anni or sono […] Mi sta contro una selva, le parole, da attraversare, seguendo un tracciato che si forma via via che si cammina, in avanti (o a ritroso) verso la trasparenza, se è questa la parola giusta del futuro». (p. 92).
In copertina, Il poeta Vittorio Sereni seduto su una panchina a Milano nel 1975, fotografia di Adriano Alecchi (Wikimedia Commons).
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