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1964

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New York 1964: la pop art

È stato da poco ripubblicato da Laterza Pop Art di Alberto Boatto, il libro che ha fatto conoscere al pubblico italiano uno dei momenti decisivi nel panorama artistico dell’ultimo mezzo secolo. Alla sua prima apparizione, nel 1967 presso l’editore Lerici, la lucida e documentata analisi di Boatto rappresentò una vera boccata d’ossigeno: nel clima culturale di quegli anni, in cui le forti riserve o l’aperta ostilità della critica, specie quella di orientamento marxista, si saldavano all’opposizione all’imperialismo americano, la pop art veniva spesso considerata espressione diretta del potere culturale ed economico statunitense, un sorta di manifesto del capitalismo consumista. La vittoria di Robert Rauschenberg alla Biennale di Venezia del 1964, lo stesso anno del viaggio a New York di Boatto, rappresentò in effetti un vero spartiacque nella vicenda culturale, non solo italiana, di quel decennio: l’inizio di un rimescolamento radicale che presto avrebbe prodotto un paesaggio integralmente nuovo, dove alla vicenda modernista, ai suoi “ismi”, al sentimento di continuità storica e politica, all...

Siamo uomini o algoritmi?

Il Prigioniero, regia Patrick McGoohan, 1967   All’alba del nuovo millennio ero un adolescente con una connessione internet e molto tempo libero. Così mi sono trovato a scaricare Il Prigioniero, una serie britannica diretta e interpretata circa quarant’anni prima dal mitico Patrick McGoohan. La serie è ambientata nel Villaggio: un’isola apparentemente pacifica, che sembra essere la meta ideale per una vacanza rilassante, è in realtà un carcere di massima sicurezza per agenti segreti in pensione forzata. McGoohan, privato del suo nome e chiamato semplicemente Numero 6, vi è condotto a causa delle sue dimissioni. In ogni episodio, il Numero 6 escogita un piano per tentare la fuga, fallendo inesorabilmente. Ciò che mi è rimasto più impresso, oltre al celebre pallone rimbalzante, è certamente la sigla, in cui McGoohan urla “Io non sono un numero! Sono un uomo libero!”. A ciò segue una risata di dileggio.   Il Numero 6 alle prese con il Rover. Il Prigioniero, diretto da Patrick McGoohan, 1967. Quel grido incarnava un misto d’inquietudine e dissenso nei confronti...

Zingonia. Utopia e realtà

Quando nel 1964 Renzo Zingone, imprenditore romano, proprietario della Banca Generale di Credito, e in precedenza – tra l’altro – di miniere d’oro e di rame in Venezuela, decide di fondare una nuova città in provincia di Bergamo, in un territorio agricolo tra i comuni di Verdellino, Verdello, Boltiere, Ciserano e Osio Sotto, ha già alle spalle la realizzazione del Quartiere Zingone, ubicato a Trezzano sul Naviglio, alle porte di Milano. Come nel caso precedente, la scelta del nome della nuova città – Zingonia – rivela la volontà di attenersi rigorosamente all’indicazione del padre Gennaro, che in una lettera del 1930 ai figli Corrado e Renzo aveva raccomandato loro la «sempre maggior valorizzazione del nostro nome».      Zingonia, missile   E come nel caso precedente si avvale, dal punto di vista progettuale, della collaborazione dell’architetto Franco Negri, nato nel 1923 e laureatosi al Politecnico di Milano nel 1956. Pietra angolare di entrambi gli interventi sono i capannoni industriali prefabbricati prodotti dalla Zingone Strutture che, nell’idea del suo...

Tre anni fa se ne andava Enzo Jannacci / Per Enzo Jannacci

A farmi conoscere Enzo Jannacci, cinquant’anni fa, sono stati mio padre e mia madre, entusiasti dello spettacolo Milanin Milanon, andato in scena al Teatro Gerolamo nel 1962 per la regia di Filippo Crivelli. Il disco d’esordio, La Milano di Enzo Jannacci, con la sua copertina rosso-nera, girava in continuazione sul giradischi di famiglia. Quelle canzoni così lontane dalla moda corrente (Beatles, Rolling Stones), così fuori tempo e così vive, i miei fratelli e io le ripetevamo a memoria, come tante preghiere. A Milano, in quegli anni, il dialetto circolava ancora: lo si parlava dal prestinaio (panettiere), all’ufficio postale e persino a scuola; anche i neo-milanesi come noi lo masticavano abbastanza per apprezzare Tì te sé no, Sun chì sensa de tì o M’han ciamà, nella cui straziante malinconia naufragavamo voluttuosamente.  Ricordo bene la prima apparizione di Jannacci in tivù, con El purtava i scarp del tenis: un marziano occhialuto dall’aria allucinata, che reggeva la chitarra sotto il mento, sparando fuori una voce metallica, un po’ chioccia. Una bomba. Non era la prima volta che il milanese si affacciava alla canzonetta, ma quello di Jannacci non era il meneghino...

Grazielliadi

La bicicletta meno sportiva e performante del mercato è protagonista delle sfide che Pedalopolis organizza da quattro anni a Bergamo: le Grazielliadi. Adulti e bambini pronti a tutto si sfidano su storiche Grazielle riesumate per l'occasione. Ma iniziamo con un po' di storia.   1964, pieno boom economico, Vespe Piaggio, Lambrette e Fiat 500 infestano le strade italiane e la bicicletta ha bisogno di dare una risposta per inserirsi nell'immaginario collettivo stradale italiano all'alba del suo furore motorizzato. Ci pensa Riccardo Donzelli che disegna per la fabbrica Teodoro Carnielli di Vittorio Veneto. la Graziella. In anni di boom motoristico l'unica bicicletta che può inserirsi nel mercato di massa deve per forza essere complementare e non alternativa all'automobile, regina delle strade, ed ecco l'idea di una bici pieghevole, da bagagliaio, che nell’immaginario del tempo deve servire a coprire le distanze tra il parcheggio e il luogo di destinazione evitando quella seccatura che si chiama camminare. Nulla può porsi in alternativa all'automobile in quegli anni, perfino le ferrovie vengono smantellate....