Speciale

Occhio rotondo 63. Pozzanghere

15 Marzo 2026

Vladik e Igor con i loro stivali di gomma stanno calpestando la pozzanghera che si forma nel cortile della loro casa a Radinka, un villaggio vicino a Chernobyl, in Ucraina, non molto distante da Kiev. Un gioco infantile molto comune, ma in questo caso reso quasi necessario dall’acqua che s’è ghiacciata per le basse temperature. C’è un gusto tutto particolare nel fratturare il sottile spessore che si è formato sulla superficie. 

      Pierpaolo Mittica, fotografo, ha colto i due ragazzini quasi di spalle l’uno all’altro mentre insistono nel loro calpestio. Così li vediamo di profilo. Hanno il viso rivolto verso il basso, fisso alla lastra congelata, e sono intenti a perseguire il trapestio. Un gioco, ma anche un modo per sfogare la loro energia vitale, e forse anche la loro rabbia. 

     La loro casa, di cui si intravede la staccionata di confine e la porzione d’un capanno o di un altro edificio di legno, si trova al limite della zona d’esclusione, nell’orbita della centrale nucleare in cui il 26 aprile del 1986 esplose il reattore numero 4. Fu il più grave incidente del genere occorso sino ad allora con emissioni di radiazioni molto pericolose, almeno fino a quando, nel 2011, a Fukushima in Giappone accadde una sciagura simile. 

    La pozzanghera è un avvallamento del terreno dove si crea un ristagno d’acqua piovana durante i mesi autunnali e invernali. Per i bambini è una grande gioia passare da una pozzanghera all’altra pestando l’acqua fangosa che si raccoglie nelle buche. A loro piace far schizzare l’acqua all’intorno con lo scopo, più o meno recondito, di svuotarla a forza di colpi assestati con entrambi i piedi. 

    Molti poeti hanno cantato le pozzanghere, la loro prerogativa di essere specchi del cielo e delle nuvole che transitano là in alto. Vladimir Nabokov ha introdotto in vari suoi romanzi la visione d’una pozzanghera, che funziona come una macchina ottica; c’è anche una tavola dell’incisore e artista M. C. Escher che mostra il cielo nell’acqua ferma d’una pozzanghera slabbrata dove si riflettono degli alberi. A Radinka è invece la macchina fotografica di Mittica a cogliere il gioco dei due fratelli. Vladik ha 7 anni e Igor 6; un solo anno li separa, eppure in questa istantanea si somigliano moltissimo, così da sembrare due gemelli. Forse è proprio questa duplicità ad aver attirato il fotografo, il loro raddoppiamento, oltre quell’angolo di casa in cui ha colto i due ragazzi pestare il ghiaccio rappreso del piccolo specchio congelato. La mostra in cui Mittica ha esposto le proprie immagini s’intitola Chernobyl 1986-2026, ed è allestita nello spazio espositivo “LoStudiolo” di Udine (sino al 3 aprile 2026). Mittica si è recato a Chernobyl nel 2024 e ha ritratto la centrale, la città fantasma di Pripyat, la zona di esclusione abbandonata dagli abitanti. All’epoca dell’incidente vi risiedevano 116.000 persone, e 1.200 di loro decisero di disobbedire all’ordine emanato dal governo sovietico dell’epoca: restarono nelle loro case, perlopiù costruite in legno, simili a quella di Vladik e di Igor. Il livello di inquinamento radioattivo è ancora altissimo e questo causa notevoli disturbi nei bambini che vivono lì vicino, colpendo i loro cuori.  

    Nel 1986 Primo Levi scrisse un articolo dedicato a Chernobyl su “La Stampa”: “La peste non ha frontiere”. Ricordava ai lettori del quotidiano torinese che “l’inquinamento nucleare è sottile ed insensibile; contro di esso non ci sono sicure difese. Si ride delle nostre frontiere, cavalca il vento e l’acqua”. Nel 2005 seguendo le tracce di Primo Levi di ritorno da Auschwitz attraverso l’Europa Orientale memore di quell’articolo sono stato due volte a Chernobyl insieme a Davide Ferrario e alla troupe della Strada di Levi, per girare alcune scene poi incluse nel film. In questa immagine della pozzanghera, di Vladik e di Igor, così come in altre fotografie esposte nella galleria di Udine, ho ritrovato l’atmosfera di quei luoghi, della città di Pripyat e delle case nei villaggi attorno alla centrale maledetta, la natura distorta, gli animali abbandonati e il terribile deposito dei mezzi meccanici usati a Chernobyl per il soccorso alla centrale infettati dalle emissioni radioattive. C’è qualcosa di malinconico in quel calpestio della lastrina di ghiaccio, qualcosa che nega la felicità solita del salto dentro le pozzanghere. Non è tanto l’acqua gelata, ma qualcosa d’altro, d’impalpabile e d’altrettanto invisibile come le radiazioni. Una gioia negata, di cui Vladik e Igor sono inconsapevoli protagonisti.

 

Pierpaolo Mittica, Vladik e Igor, nelle terre contaminate di Radinka, 2024, © dell’autore

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