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22 maggio 1924 - 1 ottobre 2018 / Charles Aznavour l'istrione

All’inizio degli anni ’60, tra i 45 giri di mio cugino più grande c’erano Elvis Presley, Fred Buscaglione e i primi successi dei Beatles. Ma uno dei dischi che ascoltavamo di più era La mamma, di Charles Aznavour, un pezzo ipermelodico e strappalacrime (ripreso da noi da Modugno). Quando si racconta la storia della musica pop, si è portati inevitabilmente a schematizzarla, come nei libri di scuola: prima c’è la Rivoluzione francese, poi viene Napoleone, poi la Restaurazione, etc. Prima c’è il progressive rock, poi invece trionfa il punk…  In realtà, quello che a noi può sembrare a distanza di anni un drastico e definitivo cambio della guardia nelle mode e nei gusti musicali è qualcosa di molto più complesso e sfumato. Nella musica pop, come in ogni altro ambito, il vecchio e il nuovo convivono a lungo. Negli anni di She Loves You e di Paint It Black, il “vecchio” Aznavour (classe 1924) resisteva, e ad ascoltarlo erano anche quei giovani che in teoria avrebbero dovuto snobbarlo come un residuo del passato.   Il personaggio era giusto l’opposto degli idoli pop del momento: ultraquarantenne, stempiato con riportini, basso di statura, atteggiamento da teatrante, voce...

9 settembre 1998 - 9 settembre 2018 / Lucio Battisti, una fenomenologia della dissoluzione

I fratelli maggiori con il loro bombardamento indiretto, con giro e rigiro di dischi sul piatto e nastrini di cassette, ce l’hanno insegnato a viva forza: Lucio Battisti fa parte a pieno titolo della complessità, quantitativa e qualitativa, del fenomeno della canzone pop. E se a te non piaceva ti annichilivano con i dati di vendita, come i tifosi della Juventus con i loro 500 scudetti: 88 primi posti nella classifica dei 45 giri, 12 album al primo posto della hit parade, 23 settimane al primo posto con Il mio canto libero tra il ‘72 e il ‘73, 135 settimane in vetta alla hit parade dei 33 giri, 25 milioni di pezzi venduti tra singoli, album, raccolte, 600.000 copie di Una donna per amico, l’album più venduto, e infine una permanenza monstre in classifica di singoli (75 mesi) e di album (112 mesi).    I fratelli maggiori avranno confortato il loro cuore guardando i titoli e le foto in prima pagina riservati da tutta la stampa di venerdì 11 settembre 1998, anticipanti uno spazio dedicato da parte dei maggiori quotidiani nazionali rispettivamente di quattro («Il Corriere») e di cinque pagine («La Repubblica») di approfondimento; avranno riempito il vuoto in petto con i...

28 marzo 1950 – 17 agosto 2018 / Claudio Lolli, amico chansonnier

A un certo punto, mentre passeggiavo per le terre di Montaigne, ho cominciato a ricevere messaggi sulla morte di Claudio Lolli. Il primo era di Marco Lodoli, tristissimo. Diceva così: ho cantato tante volte le sue canzoni, era un puro. Poi di Giorgio van Straten e di Lorenzo Mattotti: entrambi mi ringraziavano per avergli fatto conoscere una persona così speciale. E poi tanti altri. Doppiozero mi ha subito chiesto di scrivere su di lui e ho accettato volentieri, anche se in realtà non lo vedevo da quasi trent'anni. Non mi era mai successo niente del genere: essere ringraziato per aver condiviso un'amicizia di tanti anni fa.   La Francia ha molto a che fare con il mio rapporto con Lolli. Anche con la fine delle nostre frequentazioni. Molti anni fa morì un nostro comune amico, Luca Torrealta, e lo seppi quando stavo partendo per la Francia con una piccola troupe per un'inchiesta sull'AIDS, ai suoi spaventosi esordi. Per Claudio l'amicizia non era semplicemente molto importante: era tutto. Trovò incomprensibile e inaccettabile la mia assenza al funerale di Luca: lui avrebbe abbandonato qualunque concerto, anche all'Opéra di Parigi, e sarebbe tornato a Bologna per salutarlo un'...

Qualcosa che la letteratura dovrà infine incorporare / Bob Dylan. Il discorso del cantante

È tarda sera, e tu sei in un locale notturno perso in una piccola città, persa a sua volta nelle pianure degli Stati Uniti. Fuori non c’è niente da vedere, e dentro non è che sia più divertente. È poco più di un piano bar, anche se si concede il lusso di un cantante. Non volevi restarci fino a quell’ora, hai mangiato male e bevuto peggio, ma ci rimani, non ti va di tornare in albergo da solo. Lo show è finito e tu, per gentilezza, magari anche un po’ per compassione, vai a stringere la mano al vecchio cantante dalla voce rasposa che ha appena finito il suo numero per quattro clienti che lo stavano ad ascoltare insonnoliti. Non sapresti dire se ti è piaciuto o no, non ti ricordi neanche bene quello che cantato; forse degli standard, roba del repertorio di Frank Sinatra mescolata a qualche altra canzone che ti ricorda qualcosa di quando eri giovane ma non sai bene cosa, non hai voglia di ricordarlo, hai la sensazione che non ti farebbe un gran bene, e in ogni caso quel cantante stravolgeva tutte le canzoni e si mangiava le parole, dovevano passare due o tre strofe prima che tu riconoscessi quello che cantava.   Ma gli fai i complimenti lo stesso, ed ecco che succede un fatto...

La scomparsa di un cantautore grande quanto schivo / Addio a Gian Maria Testa

Quando ho saputo della morte di Gian Maria Testa, dal cd della radio dell’auto stavo ascoltando “Lasciami andare”, dove il cantautore piemontese – lo spiegava nei suoi concerti – confessava l’imbarazzo di presenziare alle cerimonie funebri di amici che ci hanno lasciato più soli. “ Non sono venuto per salutare che io non lo conosco il tono giusto del saluto … e nemmeno le parole per la circostanza … lasciami andare”.Non conoscevo personalmente Gian Maria, ma da qualche anno erano sue le canzoni che mi accompagnavano nei tragitti in auto, forse un po’ stanco di tanti altri cantautori più blasonati e affermati, italiani e francesi, o di lingua inglese. Non so se mai è apparso in televisione, ma possedeva la stima di quanti apprezzano chi non ama i riflettori e preferisce un ascolto più schivo e pensoso. La malinconica tenerezza di alcune sue perle – non so se definirle canzoni d’amore –, come “Dentro la tasca di un qualunque mattino” o “Come al cielo gli aeroplani”, era la stessa che risuonava nella sua “poesia civile”, quella del disco “Da questa parte del mare” del 2006, dedicato ai migranti di ogni tempo. Una delle canzoni aveva per titolo “Ritals”, termine con cui nel sud della...

Pino Daniele: el duende

Cantautore. Sono passati più di sessant’anni dalla coniazione di questo scialbo, petulante, italianissimo mot-valise, e ancora non siamo riusciti a liberarcene. Abbiamo archiviato matusa, valletta, maggiorata, capellone, ma del termine escogitato nei primi anni ’60 negli uffici della Rca di Roma ancora oggi ci serviamo. Così, Pino Daniele, disgraziatamente mancato a soli 59 anni per un infarto il 4 gennaio 2015, passa bruscamente alla storia con questa bislacca qualifica.     È stato un cantautore, Pino Daniele? Per massmediatica comodità dobbiamo accettarlo, e raccontarcelo pubblicamente. A me, che ho attraversato gli anni in cui nel nostro Paese questo bollino assumeva un senso quasi sacrale, riesce difficile chiudere il povero, grande Pino nella gloriosa, banalissima etichetta. Se penso ai suoi esordi, lo ricordo soprattutto come un talentuosissimo chitarrista e cantante blues, segnalatosi tra la seconda metà degli anni ’70 e i primi anni ‘80, la stagione della cosiddetta “scuola napoletana”, quella di Napoli Centrale (gruppo di cui ha fatto parte), Toni Esposito, Edoardo Bennato, la Nuova...

Luigi Manconi. La musica è leggera

Negli ultimi anni in Italia i libri sulla canzone, e in generale su quella che gli anglosassoni chiamano popular music, si sono moltiplicati. Il loro taglio è assai vario ed eterogeneo: si va dalle monografie più o meno agiografiche alle interviste (auto)celebrative, dagli album fotografici alle antologie e ai dizionari, dagli studi sociologici, storici, linguistici, alle analisi più propriamente musicologiche (molto molto rare). A prevalere, comunque, è lo sguardo devoto del fan. Anche nei saggi di carattere più accademico, sembra di avvertire ad ogni riga lo sforzo che l’autore fa per dissimulare il proprio personale coinvolgimento in questo insidiosissimo oggetto d’indagine. Studiare Mogol-Battisti non è come studiare l’abate Zanella o la fotosintesi clorofilliana; nemmeno il cattedratico più rigoroso riesce a dimenticare di essere (stato) un ragazzo italiano, un figlio come tanti del Paese dei Cantautori: quando si occupa dell’opera di Vasco, il distacco scientifico è sempre sul punto di sciogliersi in un coro da gita scolastica. Su ogni pagina aleggia la scena del film di Nanni Moretti (Bianca,...

Roan Johnson. I primi della lista

Hitchcock diceva che per fare un buon film servono tre ingredienti: una buona storia, una buona storia e una buona storia. E se questo è vero l’opera di questo trentasettenne pisano di padre inglese è decisamente un buon film. Forse non entrerà nella storia del cinema - come Hitchcock... - o nei libri che questa storia studiano, forse non introdurrà nuove sfide formali o sposterà i confini della narrazione, ma la storia che racconta è davvero una buona storia. E di questi tempi ci pare già un miracolo.   Johnson narra di questo soggetto capitatogli tra le mani quasi per caso e scritto da tale Renzo Lulli, classe 1951, residente in Marocco e produttore di sculture in legno: già solo su carta un personaggio. Il Lulli racconta di una disavventura piuttosto bislacca occorsa, nel giugno del 1970, a lui, al compagno di lotta politica e musicale Fabio Gismondi e all’allora già celebre, almeno localmente, Pino Masi, cantautore impegnato noto per aver fondato il Canzoniere Pisano, avere scritto la Ballata del Pinelli e composto l’inno di Lotta Continua.     Il Gismondi e il Lulli...