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Grande retrospettiva al LAC di Lugano / Rodčenko. Sperimentazione e realismo

“Ogni percorso artistico è una somma di impressioni: infanzia, adolescenza, ambienti vicini e illusioni di gioventù. […] Io sono nato sul palcoscenico di un teatro, il Club russo di Pietroburgo, sulla prospettiva Nevskij, dove mio padre, dopo molte avversità, lavorava come trovarobe. La vita del teatro, cioè il palcoscenico e le quinte, erano la vita vera, e non avevo idea di quel che c’era fuori. L’appartamento era di proprietà del teatro e si trovava al quarto piano, con un accesso dalla scena: a rigor di termini, era una semplice soffitta. Se scendevi giù per le scale strette ti trovavi direttamente sul palcoscenico. Lì ho visto il mio primo paesaggio, e i primi fiori che erano fatti da mio padre.”      Questa frase di Aleksandr Michajlovič Rodčenko (1891-1959), ora in mostra al LAC di Lugano, sembra avere poco a che fare con un autore dal forte impegno politico e sociale. A un’analisi più attenta invece emergono le analogie con tutto ciò che anima nel profondo la sua produzione, frutto di una fortissima tensione intellettuale: la volontà di rendere possibile – e quindi reale – l’utopia. L’atto di creazione, per dirla con Deleuze, dà vita a ciò che manca e pone...

Ermanno Rea: "Non volevo fare il giornalista"

È in un appartamento elegante di un palazzo dei primi del Novecento, a un passo dalle mura vaticane, che mi accoglie Ermanno Rea. Il sole caldo di questa tarda mattina illumina le stanze e, superato l’ingresso, riconosco alle pareti alcune delle fotografie scattate nei suoi viaggi da inviato. Mi colpisce il primo piano di una giovane donna velata, in un niqab bianco, i suoi occhi scuri, malinconici e indagatori. La foto è stata scattata ad Algeri all’indomani della liberazione dal colonialismo francese.     Atri scatti di quel reportage sono pubblicati in Io reporter (Feltrinelli, 2012) il volume che raccoglie molta della produzione fotografica di Ermanno Rea. Nella breve introduzione al portfolio sull’Algeria, lo stesso Rea ricorda come in quel periodo, primi anni ‘60, fu colpito dai numerosissimi casi di suicidi femminili di cui si dava notizia sui giornali locali. La ragione era una sola: quelle giovani donne si toglievano la vita perché vittime di matrimoni forzati, vendute dai loro padri. In quel soggiorno ad Algeri, mentre documentava la nascita di una nazione indipendente, a Rea accadde un incontro fortuito, casuale, per quanto folgorante. Invitato a partecipare...

Davide Monteleone. Spasibo

Quanto costa abbattere il muro del silenzio? Moltissimo, ci ha insegnato la storia. Moltissimo, ci dimostra ancora una volta la terribile notizia di quanto successo il 24 maggio al fotoreporter italiano Andy Rocchelli, ucciso a colpi di mortaio in Ucraina. Eppure se non ci fossero persone come lui, le verità scomode resterebbero solamente un dolore represso a pesare sul cuore di chi le vive. Una ferita senza nome sulla pelle delle generazioni a venire.   È con questa consapevolezza che si dovrebbe visitare Spasibo, l’esposizione di fotografie di Davide Monteleone, vincitore della quarta edizione del Carmignac Gestion Photojournalism Award. Il progetto, che prevede diverse tappe, è in mostra a Milano dal 24 maggio (fino al 21 giugno), presso lo Studio Museo Francesco Messina. Spasibo significa “grazie” in lingua cecena. Dopo decenni di sanguinosi conflitti, la Cecenia sta vivendo oggi un momento di pace: ufficialmente Repubblica autonoma della Federazione Russa, è protagonista di anni di veloce ricostruzione. Lusso e monumentalità costituiscono la nuova immagine della capitale Grozny, costellata di palazzi scintillanti...